Se da Rovigo ci si porta verso la frazione di Concadirame, situata a occidente della città, si può da qui salire sull'argine dell'Adige, che domina il paese. Risalendo il fiume, dopo circa un chilometro, si potrà notare che l'ordinata campagna lascia il posto a un ambiente diverso, dove una ricca vegetazione circonda uno stagno allungato.
È il cosiddetto "Bojo della Ferriana", oasi del WWF di Rovigo. La storia del luogo è assai antica, e merita d'essere brevemente raccontata.
Agli inizi del '700 nella campagna adiacente si scavò tra le macerie di un fabbricato diroccato da tempo immemorabile, che con il tempo si era trasformato in una collinetta erbosa, detta Motta della Ferriana.
In mezzo ai "ruinazi" la curiosità di quei primi archeologi fu attirata da alcuni pezzi di marmo sagomati. Che ci faceva del marmo in quella zona di campagna, dove le case avevano ancora il tetto di paglia e il pavimento di terra battuta? Scava e scava, finché, tra lo stupore dei presenti, ecco apparire nientemeno che un'ara romana! Si trattava di un'ara ossario di forma cilindrica, in cui si ricordava Q. Baebius Cardilliacus e la moglie Maria Tertia.
Ma le sorprese non erano finite. Continuando la ricerca, apparve pure una pregevole stele con un ritratto femminile, oggi al Museo Maffeiano di Verona, mentre l'ara è conservata al Museo Civico di Rovigo.
L'ara per qualche tempo fu usata come acquasantiera nella chiesa di Concadirame, prima di passare nella collezione del Conte Camillo Silvestri, che ne diede una descrizione. Fu proprio il Silvestri il primo di una serie di scrittori che cercarono di fornire un'interpretazione di tale ritrovamento, avanzando ipotesi che, però, appaiono alquanto fantasiose.
Maria Tertia sarebbe stata una figlia di Caio Mario, il Console che, nel 101 a.C., sconfisse i Cimbri ai Campi Raudi. Dopo la vittoria di Silla su C. Mario, la giovane donna sarebbe infatti fuggita da Roma per rifugiarsi in Polesine, dove avrebbe dato sepoltura al marito Q. Bebio, ucciso durante le proscrizioni sillane. Sempre secondo questa interpretazione, C. Lusio, nipote di Mario, avrebbe stabilito i suoi parenti nel medio Polesine, supposto luogo della vittoria sui Cimbri. E così da Campi Raudi, per successive trasformazioni, si arriverebbe a Rodigo, Rhodigium, Rovigo!
Peccato che non ci sia alcun serio dato storico a confortare queste idee! A togliere ogni dubbio sta la moderna datazione della lapide: il primo secolo dopo Cristo o al massimo la prima età imperiale.
Chi era dunque Maria Tertia, questa che fu forse la prima abitante della Ferriana e probabilmente della zona di Concadirame?
Si trattava probabilmente di una donna "ingenua", cioè figlia di genitori liberi, che accanto alla sua "villa" eresse un piccolo cimitero di famiglia, dove trovò posto la tomba del marito, che costituisce tuttora il più importante reperto romano della zona.
Un salto di alcuni secoli, e veniamo all'alto Medioevo.
L'Adige a quel tempo scorreva più a nord toccando Monselice, Montagnana ed Este. Nel 589 d.C., in seguito a un lungo periodo di peggioramento climatico, si verificò nel veronese una rotta, detta della Cucca, e il fiume assunse l'attuale corso, probabilmente prendendo la via di un suo ramo minore. È difficile seguire l'evoluzione geografica di queste aree; certamente le acque del fiume, non regimate, potevano, durante le piene, allagare vasti territorio e dare origine a valli e paludi.
Fu nei pressi di un gorgo, alimentato da uno scomparso emissario dell’Adige, a ridosso di un argine detto dei Toscani che separava il Polesine di Rovigo da quello di Lendinara, che nacque Concadirame, su una conca lacustre verso le cui acque si piegavano i rami di alberelli fluviali. Non il metallo quindi, ma il legno di salici e pioppi darebbe il nome al paese.
Il toponimo è citato per la prima volta nel 1195, come “Conchaderamo” in un atto del Marchese d’Este Azzo VI riguardante la “Corte Elsina”, ampio feudo comprendente Barbona, Vescovana, Sant’Elena, Lusia e Concadirame, portato in dote da Cunizza, figlia di Guelfo II, conte di Altdorf e Signore di Ravensburg in Svezia quando questa andò in sposa al capostipite di Casa d’Este, Azzo II.
Fa una certa impressione vedere legato il nome di questo piccolo paese (che quest’anno compie dunque ottocento anni!) a quello altisonante di nobili svedesi, all’alba dell’età del gotico; ma un altro nome, che a lungo resterà legato a quello di Concadirame e della Ferriana, compare per la prima volta nello stesso documento: quello di un Manfredini. La nobile famiglia, fin dal 1228, divenne feudataria di quelle campagne, e i diritti su quelle terre rimasero addirittura fino al 1795. Un atto del 1294 riconferma il feudo ai Manfredini; dalle località citate nel documento capiamo che già allora alcune zone erano impaludate, tanto da essere nominato anche un “Lacus Vitalis”.
Un’altra valle era di là dell’Adige, in territorio di Barbona, e tale “gemellaggio” di ambienti rsterà fino ai tempi nostri, con il Bojo di Barbona.
L’Adige è stato per secoli un tramite più che un confine. Le due rive appartenevano allo stesso feudo, e persino alla stessa parrocchia, quella di Concadirame. Tale parrocchia continuò sino al 1953.
Resta oggi un parallelismo d’ambiente, con lo stesso toponimo Bojo (il cui plurale secondo alcuni sarebbe “buj” nel dialetto di Concadirame) è un antico termine veneto che ricorda il salire dell’acqua che “ribolle”. Si tratta dell’acqua dell’Adige, che incuneandosi attraverso vie segrete sotto gli argini, forma delle specie di fontanazzi, ben noti e controllati già al tempo della Repubblica Veneta.
Anche il Bojo di Barbona è stato posto sotto vincolo, con la creazione di un “Parco comunale”. Il Bojo polesano, invece, su richiesta del WWF di Rovigo, è stato vincolato dalla Provincia e dato in gestione proprio al WWF, così da diventare la prima Oasi dell’Associazione nel territorio polesano, con il nome di “Bojo della Ferriana”.
Se poi qualcuno si domandasse chi o cosa fosse la Ferriana, avrebbe il suo bel daffare per avere una risposta. Non si tratta certo di qualche vecchia signora abitante in loco, o forse lo era, ma nella notte dei tempi!
Infatti la prima citazione del toponimo si ha 1396. Curiosamente la Ferriana in quell’antico documento è detta anche “Dosso del Homo Morto”, ma non è noto quale oscura storia si celi dietro questa morte. Ancora una volta il nome della Ferriana è legato a quella dei Manfredini. A proposito, nel 1309 l’Estense Francesco conquistò Rovigo “coll’opera del valoroso e destro Manfredino da Concadirame” (Bocchi) e la vendette dopo pochi giorni ai padovani per diecimila lire (di allora!).
I Manfredini avevano casa a Concadirame, ma anche vari palazzi a Rovigo, come quello in piazza Duomo ora sede della Associazione Agricoltori, bell’edificio di mattoni faccia a vista, di stile ferrarese, che nel 1958 corse il rischio di essere abbattuto.
Esaminiamo ora un interessante documento, il Catastico del 1708. Non è molto preciso come dati, ma riconosciamo la delimitazione del Bojo, e la segnalazione di “Valli” nella zona. Questo Catastico è basato su Perticazioni, cioè misure, del 1695. Esattamente tre secoli fa! Possiamo quindi dire che il Bojo ha perlomeno trecentoanni, ma, come abbiamo visto, paludi e valli in zona sono molto più antichi.
Dal Catastico del 1775 ricaviamo che, proprio ove oggi c’è l’oasi, vi erano “Cuori e Valli” e “terreni bassi”. La zona riappare nel catasto francese dei primi anni dell’ottocento, ma più dettagliato è il mappale del catasto austriaco, attorno il 1845, da cui possiamo ricavare che nell’area del Bojo vi erano “palude da canne” e “bosco ceduo dolce”.
Arriviamo così ai giorni nostri, dopo questo lungo viaggio nei secoli. È quasi un miracolo che questa piccola palude sia arrivata intatta fino a noi. I suoi piccoli abitanti, le rane le nitticore, gli ontani e le orchidee hanno visto passare coloni romani, feudatari dell’età di mezzo e gli aerei che andavano a bombardare Lusia. Ignari e incuranti dei grandi movimenti della storia umana, hanno continuato a vivere, riprodursi e morire in una catena ininterrotta di generazioni.
Spetta ora al nostro impegno e alla nostra sensibilità che questa catena non si spezzi, così che rane e nitticore, ontani e orchidee possano continuare a guardare noi e i nostri figli.
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Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “Il “Bojo” di Concadirame”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-bojo-di-concadirame/