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STORIA - TRADIZIONI

Il castello del Gaybo

La fortificazione, da cui prese il nome Villanova del Ghebbo, eretta dai Veronesi nel XII sec., fu più volte teatro di scontri sanguinosi. Ma del castello non esiste più alcuna traccia

di Paolo Mischiatti

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 93–95

Per recarsi al Gaybo, basta raggiungere Villanova del Ghebbo, superare il ponte che sta di fronte la chiesa di S. Michele, e guadagnare la sponda destra dell’Adigetto, dove subito sta un cartello indicante la Valdentro, che un tempo, chiamavasi Gaybo. Questo piccolo borgo, di origini medievali, resta ancora come anticamente, sotto il Comune di Lendinara.

Le più antiche tracce nella zona sono state trovate presso Ramedello, che ora risulta diviso da Valdentro, dall’imbocco del Canale Scortico: si rinvennero tratti di muro (ormai sepolti dalla scarpata dell’Adigetto) insieme a grandi vasi ed altri utensili, databili al VI secolo d.C., epoca longobarda, a cui va pertanto attribuito il periodo di origine dell’insediamento del Gaybo.

Il borgo del Gaybo acquistò importanza soprattutto in qualità di crocevia sulla navigazione che si svolgeva lungo il nuovo ramo di Adige, (in epoca moderna l’Adigetto) per i traffici mercantili tra Verona, Venezia e Ferrara.

Il castello del Gaybo venne eretto dai Veronesi tra il 1196 e il 1198, a seguito di una guerra scoppiata, per ragioni di confine contro i Padovani e combattuta principalmente a Badia ma anche lungo l’Adigetto.

Il Saraina commenta il fatto d’arme, dal quale, i Veronesi contrassero clamorosa vittoria sui Padovani, dei quali, molti ne uccisero, e altri trasportarono nelle carceri di Verona: “Nel qual anno (1198) Veronesi col loro essercito andarono contro Padovani, quali haveano cominciato cose nuove ne i confini, et haveano usurpato di quello de’ Veronesi: gionti a’ questo luogo vi trovarono Padovani in gran numero venuti per difendersi. La onde incominciata la rissa, ne segui l’abbattimento generale, del quale restorno superiori Veronesi, delli Padovani molti ne fecero prigioni, e li condussero nelle carceri publiche in Verona, e per compimento della vittoria edificorno Veronesi oltra Lendinara sopra la riva dell’Adige (Adigetto) un castello, e lo nominarono Gazzo, e questo acciocché la Signoria di Verona si estendesse fino al detto castello”.

Forse i Veronesi, chiamarono “Gazzo” il castello del Gaybo, per la caratteristica boscosa della zona in cui venne eretto. Nel tomo I delle “Dissertazioni”, il Muratori riferisce infatti che, (p. 251) “i Longobardi sovente si servivano della voce Gajum, Gazium, Gagium, Waldum, che viene dal germanico Wald, denotante un bosco”.

Il periodo storico successivo all’intervento veronese per la costruzione di Castel Gaybo, risulta particolarmente favorevole alle sorti della fazione ghibellina, rappresentata in particolare dalla famiglia di Da Romano, dominante ormai tutta la Marca Trevigiana, con Bassano, Padova, Vicenza e Verona. I Da Romano inoltre, contrassero parentela coi Salinguerra-Torello, signori incontrastati di Ferrara, con il matrimonio tra Salinguerra III e la figlia di Ezzelino III, Sofia.

I Guelfi invece erano rappresentati soprattutto dalla Casa d’Este, oltre che dai S. Bonifacio e i Da Lendinara, i quali tenevano beni terrieri anche al Gaybo. Tutti costoro furono quasi del tutto schiacciati dall’alleanza delle due potenti famiglie ghibelline.

Gli Estensi in particolare, furono scacciati da Ferrara, Padova e Verona, dopo essere stati destituiti dalle loro cariche di podesteria, insieme a molte famiglie appartenenti alla fazione guelfa. Ricorsero allora alla formazione di una lega, la quale, per essere maggiormente voluta dallo Stato Pontificio, fu detta “Lega dei crociati”, alla quale aderirono anche Mantovani, Veneziani, Ravennati, oltre a un contingente pontificio.

Ne seguirono tumulti popolari con ammazzamenti e risse furibonde per le vie della città; tra questi episodi fece molto scalpore la morte di Tisolino da Camposampiero, di parte guelfa, linciato dai villici del borgo di S. Luca, appena fuori dalle mura di Ferrara.

Nello stesso anno, Azzo da Este, Giacomo Camposampiero, fratello del Tisolino ucciso a Ferrara, e i legati pontifici, dopo l’ennesima batosta, a seguito del terzo tentativo di riprendere quella città, furenti per la sconfitta, nel ritorno verso Rovigo ed Este, posero assedio alla Fratta, e dopo sette settimane costrinsero i Frattegiani alla resa, e costoro, stremati dalla fame, uscirono imploranti dalla fortezza ghibellina di Salinguerra che allora reggeva la podestaria di Ferrara.

Giacomo Camposampiero, per vendicare il fratello, iniziò una carneficina: nessuno scampò alla strage: oltre agli uomini, anche le donne, i vecchi e i bambini furono passati a fil di spada; quelli che tentarono di scappare, gettandosi nei fossati che tutt’intorno munivano la fortezza, annegarono miseramente.

Nella “Rolandini Cronica” si fa cenno di tale macabro fatto.

La capitolazione di Castel Gaybo, e il suo passaggio sotto il dominio degli Estensi, resta comunque vincolato alla successiva presa di Ferrara da parte dei legati guelfi, e la conseguente discesa della potenza ezzeliniana.

Nel 1240 infatti, in seguito a una delle tante tregue per trattare di pace con il Salinguerra, Azzo d’Este e legati riescono a far rapire il vecchio podestà ghibellino, ormai ottuagenario, e a spedirlo in prigionia a Venezia nottetempo, impossessandosi così di Ferrara.

Vi furono inoltre sortite in Padova da parte degli Estensi, ma con esito sfavorevole, da cui si dice anche che Azzo VII stesso fosse stato imprigionato dai popolani di Ezzelino. Vanno esaminate, per tale parentesi storica, due cronache riguardanti i fatti di Ferrara e Padova, relativi anche alla capitolazione di Castel Gaybo.

Il Saraina, nella sua “Historia de’ Veronesi” racconta infatti che i Veronesi, approfittando della prigionia in Padova di Azzo d’Este, intrapresero una sortita nel Polesine di Rovigo, per tentare di prendere il Castello di Badia, ben guardato da gente del marchese, e dopo vani tentativi, si portarono al “Castello di Gazzo” (Gaybo) per punire gli abitanti del villaggio, ormai passati dalla parte dei Guelfi.

Paris de Cereda, in maniera quasi similare, narra della spedizione veronese con carri per terra, e navi lungo l’Adige, verso Badia e i castelli del Gaybo e della Fratta, dicendo quindi dell’insuccesso di questi, poiché ormai i castelli erano caduti nelle mani del Marchese Azzo da Este.

I ruderi del “Castelaro” del Gaybo erano ancora visibili negli anni ’60, mentre un disegno esistente nella Canonica di S. Michele di Villanova, risalente alla fine del 1700, testimonia che in quell’epoca esistevano ancora: il perimetro delle mura semidistrutte, una torre adibita a “colombara”, una casetta, forse la caserma del presidio militare, due porte di ingresso al castello, una verso lo Scortico, l’altra verso l’Adigetto. Una cantina interrata, inoltre, accendeva la fantasia popolare: a Villanova ancora oggi circola voce che da quella cantina si poteva accedere a una lunga galleria che conduceva a Castelguglielmo, ma nessuno mai la percorse o la vide direttamente.

Nulla resta oggigiorno del Castello del Gaybo, che diede il nome a Villanova del Ghebbo. Esistono invece ancora i ruderi della torretta campanaria della chiesetta di S. Zenone, costruita vicino al castello. Si segnala qui la necessità di un intervento di recupero, prima della totale rovina.

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Come citare questo articolo

Paolo Mischiatti. “Il castello del Gaybo”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-del-gaybo/

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