Un intenso pomeriggio a Lendinara, quello che si è svolto martedì 12 marzo 2024, dedicato al ricordo di Giacomo Matteotti, appuntamento in condivisione con il Comitato Polesano per il Centenario della sua morte.
L’evento, voluto dall’Amministrazione comunale lendinarese e progettato dalla Biblioteca Baccari, si è tenuto nella data in cui nel 1921 il celebre politico italiano subì un gravissimo oltraggio: fu infatti rapito mentre si recava a un comizio a Castelguglielmo e poi rilasciato a Lendinara nei pressi dell’albero centenario di San Rocco.
Emozionante il momento in cui è stata svelata la scultura commemorativa, opera dell'artista Alberto Cristini, dedicata a Matteotti, posizionata nel Parco delle Rimembranze presso l’antica chiesa di San Rocco.
Era infatti il 12 marzo 1921, come scrive il noto uomo politico e filosofo Piero Gobetti nella biografia di Matteotti (edita proprio nel 1924, dopo la sparizione a Roma del deputato socialista), la giornata in cui doveva parlare pubblicamente a Castelguglielmo. Seguiamone le parole:
«La lotta si era fatta da alcuni mesi violentissima; s’era avuto in Polesine il primo assassinio. Quel sabato egli percorreva la strada in calesse e Stefano Stievano, di Pincara, sindaco, gli era compagno. Ciclisti gli si fanno incontro dal paese per metterlo in guardia: gli agrari hanno preparato un’imboscata. […] A Castelguglielmo si nota infatti movimento insolito di fascisti assoldati: una folla armata. Alla sede della Lega lo aspettavano i lavoratori e Matteotti parla pacatamente esortandoli alla resistenza: ad alcuni agrari che si presentano per il contraddittorio rifiuta; era di costoro una vecchia tattica quando volevano trovare un alibi per la propria violenza: parlare ingiuriosamente ai lavoratori per provocarne la reazione facendoli cadere nell’insidia. Matteotti si offre invece di seguirli solo e di parlare alla sede agraria: così resta convenuto e dai lavoratori riesce ad ottenere che non si muovano per evitare incidenti più gravi.
[…] Certo non appena egli ebbe varcata la soglia padronale – attraverso doppia fila di armati -, dimentichi del patto gli sono intorno furenti, le rivoltelle in mano, perché s’induca a ritrattare ciò che fece alla Camera e dichiari che lascerà il Polesine. “Ho una dichiarazione sola da farvi: che non vi faccio dichiarazioni.”
Baston ato, sputacchiato non aggiunge sillaba, ostinato nella resistenza. Lo spingono a viva forza in un camion; sparando in alto tengono lontani i proletari accorsi in suo aiuto. I carabinieri rimanevano chiusi in caserma.
Lo portano in giro per la campagna con la rivoltella spianata e tenendogli il ginocchio sul petto, sempre minacciandolo di morte se non promette di ritirarsi dalla vita politica. Visto inutile ogni sforzo finalmente si decidono a buttarlo dal camion nella via.
Matteotti percorre a piedi dieci chilometri e rientra a mezzanotte a Rovigo dove lo attendevano alla sede della Deputazione provinciale per la proroga del patto agricolo il cav. Piero Mentasti, popolare, l’avvocato Altieri, fascista, in rappresentanza dei piccoli proprietari e dei fittavoli; Giovanni Franchi e Aldo Parini, rappresentanti dei lavoratori. Gli abiti un poco in disordine, ma sereno e tranquillo. Solo dopo che uscirono gli avversari, rimproverato dai compagni per il ritardo, si scusò sorridendo: “I m’ha robà”. Aveva riconosciuto dei suoi aggressori, tra gli altri un suo fittavolo a cui una volta aveva condonato l’affitto: ma non volle farne i nomi. Invece assicurò che mandanti dovevano essere il comm. Vittorio Pelà di Castelguglielmo e i Finzi di Badia, parenti dell’ex-sottosegretario di Mussolini.
Poiché si parlò e si continua a parlare di violenze innominabili che Giacomo Matteotti avrebbe subito in questa occasione è giusto dichiarare con testimonianza definitiva che la sua serenità e impassibilità, di cui possono far testimonianza i nominati interlocutori di quella sera, ci consentono di escludere il fatto e di ridurlo ad una ignobile vanteria fascista.
La storia di questo rapimento è tuttavia impressionante e perciò abbiamo voluto raccoglierne da testimonianze incontestabili tutti i particolari. Finché non ci sarà descritta l’aggressione di Roma il ricordo di questa prova può dirci con quale animo Matteotti andò incontro alla morte. Ne aveva il presentimento».
Corse la diceria che addirittura fosse stato oggetto di violenza sessuale, secondo le voci fatte circolare poi dai fascisti. Mesi dopo fu lo stesso Matteotti, alla Camera a smentire queste voci: «Se fossero vere, io stesso le avrei denunziate perché rappresenterebbero non la vergogna della vittima, ma la vergogna di una fazione arrivata a tali estremi di beduina barbarie. Ma, ripeto, non sono vere».
Un episodio di tale gravità sembra essere stata una scelta attuata dai fascisti esattamente due giorni dopo che Matteotti alla Camera dei Deputati aveva pronunciato un discorso di pesante accusa, proprio il 10 marzo 1921. Una documentata elencazione di violenze accadute nella provincia di Rovigo, a due passi da casa sua: «A Salara…, a Pettorazza…, a Pincara…, ad Adria…, a Lendinara…, a Gavello». Dovunque la stessa sequenza: «Nel cuore della notte, mentre i galantuomini sono nelle loro case a dormire, arrivano i camion di fascisti nei paeselli, nelle campagne, nelle frazioni composte di poche centinaia di abitanti; arrivano accompagnati naturalmente dai capi della Agraria Locale, sempre guidati da essi, perché naturalmente non sarebbe possibile conoscere nell’oscurità, in mezzo alla campagna sperduta, la casetta del capolega o il piccolo miserello ufficio di collocamento. Si presentano davanti a una casetta e si sente l’ordine: circondate la casa. Sono venti, sono cento persone armate di fucili e di rivoltelle. Si chiama il capolega e gli si intima di scendere. Se il capolega non scende gli si dice: se non scendi ti bruciamo la casa, tua moglie, i tuoi figlioli. Il capolega discende, se apre la porta lo pigliano, lo legano, lo portano sui camion, gli fanno passare le torture più inenarrabili, fingendo di ammazzarlo, di annegarlo, poi lo abbandonano in mezzo alla campagna nudo, legato ad un albero! Se il capolega è un uomo di fegato e non apre e adopera le armi per la sua difesa, allora è l’assassinio immediato che si consuma nel cuore della notte, cento contro uno. Questo è il sistema nel Polesine».
Un Polesine nel quale Matteotti non si riconosceva più, ma che lui stesso aveva provato a cambiare, come attestano i suoi interventi nel Consiglio Comunale di Lendinara quando ha rivestito la carica di consigliere, sia in minoranza dal 1913 al 1914, sia in maggioranza tra il 1920 e il 1921.
Interventi che sono riemersi dopo una ricerca condotta dalla Biblioteca civica di Lendinara con il coordinamento del suo direttore Nicola Gasparetto. Da quanto individuato (sono una quindicina le sedute che vedono un’ampia testimonianza di sue osservazioni o interpellanze) è stata particolarmente intensa la sua partecipazione politica quando sedeva ai banchi dell’opposizione, al tempo del sindaco Giuseppe Lorenzoni, quando Matteotti rappresentava l’unica voce di dissenso nel corso delle sedute, altrimenti silenti. La banda cittadina, la qualità delle scuole elementari e di quelle serali per adulti, le tasse comunali, i bagni pubblici, la disoccupazione e l’edilizia popolare sono solo alcune delle tematiche da lui discusse fino all’aprile del 1914, quando non è stato rieletto. Si leggono, il 18 aprile 1914, i suoi ringraziamenti al lendinarese Adolfo Rossi, da poco nominato ministro residente ad Asuncion, in Paraguay, prima di diventare ministro plenipotenziario a Buenos Aires. Matteotti torna poi in Consiglio, in un contesto politico completamente ribaltato, tra i banchi della maggioranza il 9 ottobre 1920, dopo l’elezione alla carica di Sindaco del socialista Orazio Furlani, che verrà presto sostituito dal commissario prefettizio Vittorio Ferracin dal 19 aprile 1921 dopo aver denunciato apertamente le violenze diffuse nel territorio polesano che costrinsero alle dimissioni, nel volgere di pochi mesi, ogni altra amministrazione comunale dello stesso colore politico.
La perseveranza con cui si inserì nel dibattito consiliare, dando ennesima prova della sua padronanza nelle materie amministrative e finanziarie ma soprattutto la spinta ideale sottesa ad ogni sua proposta emergeranno in tutta la loro forza nell’imminente Quaderno della Cittadella della Cultura, a cura di Gasparetto, che uscirà a settembre. Nello stesso mese le sale del Museo del Risorgimento in Polesine ospiteranno una mostra storico-filatelica sull’immagine di Matteotti ed un’ampia rassegna stampa che, attraverso documenti originali, racconterà del caso giornalistico esploso nell’estate del 1924, all’indomani del suo drammatico omicidio.
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Come citare questo articolo
Elena Fioravanti. “Il Centenario di Matteotti a Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-centenario-di-matteotti-a-lendinara/