Il volto di Giacomo Matteotti “autenticato” dalla sua firma e un garofano che ingentilisce la brochure di una mostra a lui dedicata (realizzata, con l’impegno di un gruppo di appassionati volontari) sono il segno di un amore mai spento e della schietta volontà di offrire un percorso umano, sociale e familiare che il Deputato polesano ha pagato con il martirio.
Il Mulino, vigile sentinella al crocevia di acque antiche, selvagge e vagabonde finalmente addomesticate dalle braccia dei “pisnenti” che ne conoscono i linguaggi segreti, diventa CASA DI MEMORIE.
Il luogo della fatica che trasforma il grano in farina che nutre la fame atavica, diventa location, percorso per raccontare e per non dimenticare mai.
Nel centenario dell’assassinio, Giacomo ritorna a narrare a sua storia, a chi non la conosce e a ricordarla a chi non la deve dimenticare.
In tale contesto si può quindi comprendere ogni aspetto offerto dagli Organizzatori della originale iniziativa, che hanno operato con la caparbia determinazione di chi crede nelle idee e nei valori trasmessi nel tempo.
Al Mulino del Pizzon il percorso dedicato a Giacomo Matteotti non è quindi quello “dotto”, storico e sociopolitico, ma quello dell’uomo e della sua terra: fondale e scenario di una vita per l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani.
Ecco quindi lo sguardo dell’uomo abbozzato da G. Battista Donati: “Quegli occhi mi guardano, sinceri ed onesti, tra rami intricati di radici protese, o rivoli di sangue e lacrime, o diramazioni di corsi d’acqua tumultuosi; ed io li osservo dalla mia umile visuale, cercando di capire se non di sentire, attraverso il contorcimento e i veli di una caduca memoria…
Lo scorrere del tempo, del sangue e dell’acqua; le idee fluite e sbocciate: il limite netto tra due dimensioni limitrofe, in apparenza invalicabili, se non da lacrime trattenute e mai versate, o dal risveglio di sensibilità assopite e da un bocciolo che timidamente si affaccia e diventa fiore”.
Ed è quel garofano, fiore oggi forse passato di moda e soppiantato da più “blasonati” vegetali, ad onorare la morte e a mutare il sangue in ricordo.
Una mostra originale, caratterizzata da tre allestimenti:
• Innanzitutto il percorso filatelico numismatico curato da Daniele Ambrosin che si trasforma in una storia, una narrazione scritta da immagini di piccole dimensioni (dal francobollo alla cartolina e moneta), compendiate da didascalie che, attingendo da documenti d’epoca, diventano a loro volta certezze d’archivio storico di grande impatto: anche per la coinvolgente spiegazione dell’allestitore – proprietario. Si coglie, in tale lettura per immagini, la crudezza di una vita che ha permeato, dalla notte dei tempi, questi luoghi dove acqua e terra erano la parvenza biblica della creazione del mondo. Alla fatica umana il compito della sopravvivenza in luoghi strappati con le unghie e con i denti all’estro capriccioso delle acque. Fame, pellagra, tifo, malaria: i fondali di una rappresentazione della vita come il Polesine del primo ‘900 offriva ai suoi abitanti.
• La risposta potrebbe essere trovata in uno dei quadri che lo ritraggono nelle stanze alte della struttura dell’Ecomuseo. “Il sangue sulla terra e tra le foglie” è il titolo dell’esposizione che un gruppo di sensibili Artisti ha realizzato, con la coordinazione di Remigio Surian, come conferma di un’esistenza da onorare, da lasciare in eredità al “dopo”. Nelle opere sono chiari i segni di una visione che oltrepassa il tempo e interpreta, con modalità espressive differenti, il volto del Deputato frattese che voleva gridare con la voce della libertà e dell’uguaglianza. Nella rosa dei pittori spicca una partecipazione straordinaria, quella di una giovanissima Chiara Baldo che ha immortalato proprio lo storico Mulino con la pazienza tecnica della matita che mette in risalto il tempo celato nei sapienti chiaroscuri. E accanto alla pittura è presente la lavorazione artistica del ferro in un’opera di che evoca la simbologia tangibile nel luogo del ritrovamento delle spoglie di Matteotti.
• A concludere il percorso di questa triplice esposizione è l’insolita ricostruzione di una tenda ospedale realizzata da Silvino Fregata, volontario della Croce Rossa di Bardolino. La CRI ebbe in realtà un ruolo chiave per il nostro paese nel corso della Grande Guerra per l’assistenza e il soccorso dei feriti che facevano parte di quella società proletaria che aveva dato anche il sangue dei figli per una Patria che li sacrificava come agnelli su altari profani.
La originale mostra ha sicuramente centrato le finalità progettate dagli Organizzatori trasformatisi in appassionate Guide per gli innumerevoli visitatori alla riscoperta di una sorta di “cerchio magico” nel quale la Storia viene proposta con il rigore dei documenti ma resa “fruibile” attraverso una comunicazione ricca della carica umana distribuita a piene mani nella struttura sempre accogliente dell’Ecomuseo al Pizzon ed è anche cibo prelibato che Donatella, Laura e tutte le collaboratrici propongono agli ospiti all’insegna dell’accoglienza.
Il Mulino si muta allora in una sorta di “Abbazia laica” nella quale il visitatore si fa pellegrino che sosta alla ricerca delle radici che affondano nel nostro passato.
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Rosetta Menarello. “Matteotti al Pizzon”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/matteotti-al-pizzon/