Donatella mi chiama e mi chiede un articoletto per il Ventaglio. Io dico che sono in altre faccende affacendato, ma lei insiste con tale cortesia che non riesco a continuare a tenerle testa. Per questo son qui a disturbare i lettori, ma solo un pochino, una paginetta o poco più sul nostro lessico familiare. Incomincio dall’origine della parola da noi Veneti tanto amata, i schei.
I Schei
Nessun altro in Italia è capace di pronunciare tanto bene come noi la parola schei, che vuol dire tante cose, ma soprattutto soldi in generale, pochi o tanti: l’è senza schei, l’è pien de schei, l’è pien de schei come on ovo…, ma anche modi di dire “vàrdało ben, vàrdało tuto, on omo senza schei quanto che l’è bruto”…
Schei ha anche significati metaforici: in scarsèła el ga zìnqôe schei de mona; no ‘l vałe on scheo mato…; Ma anche significati di misura (in questo caso si tratta di un centimetro): l’è alto vinti schei, a xe vegnù ż ó die ş e schei de tenpesta… Le origini. Questa parola è fiorita nel Veneto nel periodo della dominazione austriaca dell’Ottocento, quando anche nel Lombardo Veneto circolavano, insieme alle vecchie monete veneziane, bezi e palanche (dalla moneta portoghese Blanca), le monete austriache. Schei viene dalla moneta scheidemünze (vuol dire moneta piccola) e invece la parola “franchi” viene da una moneta più quotata, che riportava la parola Franc. Jos. (Francesco Giuseppe) nell’iscrizione ad arco che c’è al bordo. I franchi sostituivano le lire italiane nella parlata: die ş e franchi erano dieci lire, dosènto franchi duecento lire, miłe franchi mille lire… Invece i schei erano indeterminati. Anche adesso, parlando in generale si parla di schei, ma parlando in particolare si intendono gli attuali euro. Domanda: “Quanti schei gato?” “Diese euro”.
El do par zento
Veniamo adesso ai modi di dire. Da noi, in Polesine c’è il modo di dire “el ga dà el so dó par zento” per dire che lo ha trattato come meritava; “a te lo dago mi, el do par zento!” per dire che non ti do nulla. Le origini. Da dove nasce “el do par zento”? Le cose stanno così. Dopo la terza guerra di indipendenza italiana (1866) che, come tutte le guerre provoca sangue e miseria, i governi della Destra Storica volevano saldare i debiti di guerra, a spese naturalmente delle fasce sociali più deboli, non già ricorrendo alle imposte dirette che avrebbero colpito i possidenti. Ebbene, con il gen. Menabrea, presidente del consiglio, e Quintino Sella ministro delle Finanze, fu applicata la tassa sul macinato che fu chiamata la tassa sulla fame. In pratica si stabilì che i mugnai dovevano applicare la ritenuta di due chili di grano per ogni quintale macinato, cioè il due per cento. Solo per curiosità, ben quattro furono i generali chiamati dal Sovrano a guidare il Governo italiano nel secondo Ottocento: Rattazzi (due volte), Menabrea, Lamarmora (due volte) e Pelloux, uomini, come si capisce, abituati per la loro specialità a pensare militarmente, con scarsa propensione per i problemi sociali. Ma furono tante le proteste popolari in tutta Italia, con episodi di violenza e anche di sangue. Da noi, si diceva così, riferendosi al Governo: “A te lo dago mi, el do par zento!”
I vuòvi de gaìna
Modo di dire: “Volere vuòvi, gaìna e culo caldo”. Le origini. Confesso che anch’io non lo sapevo fino a che una persona, passando per strada e vedendomi con un cestino pieno di uova, mi domandò se le mie galline continuassero a darmi le uova anche in pieno inverno. “Come no? – risposi – Mi a le trato ben, le gaìne. Le magna tuti i avanzi de casa: spaghiti co le vóngole, codeghini, carne lessa, verdura còta, de tuto le magna…” “Le ga el culo caldo”- mi dice il passante – Par questo le feda anca d inverno!” E così ho capito il significato del nostro modo di dire “Volere vuòvi, gaìna e culo caldo” significa che dalla vita vogliamo avere da mangiare quest’oggi (l’uovo di giornata), la gallina (il capitale) e la certezza di poter mangiare anche in futuro (el culo caldo).
Còpate!
Non ricordo il nome di chi me l’ha detto (è stato un giovane di Lendinara, che ringrazio pubblicamente da questa rivista). Si tratta di un’espressione tutta nostra che condensa al massimo tante cose messe insieme: c’a te sì mona, on bon-da-gnente, on senza-muso, on insulso, on porocan insensià, insuma uno c’a se dovarìa vergognare de tuto quelo che ‘l fa o che ‘l ga fato o che ‘l pensa de fare. Per farla corta, il consiglio che amichevolmente gli si dà è quello di sparire agli occhi di tutti, di cavarsi fuori dal mondo, di privarsi della vita: “Copate!” E se direttamente non gli puoi dare questo consiglio, lo fai per interposta persona. “Bepi el me ga dito che ‘l vurìa maridarse la Maria de Berto”. “Dighe che’l se se copa!”.
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Gianni Sparapan. “Il nostro lessico familiare”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-nostro-lessico-familiare/