La tela della tuta era coperta da uno strato di grasso formatosi col trascorrere del tempo, che permeava come una “griffe” quel tessuto che all’origine doveva essere stato bleu chiaro.
Indossava occhiali dalla montatura d’osso color marrone e le lenti, spesse per l’accentuata miopia, erano anch’esse sporche di grasso. I capelli poi, ispidi come sterpaglia, erano sempre impolverati e spettinati.
Batteva la mazza sulla vecchia incudine, pensando a cose che nulla avevano a che fare con quello che stava facendo.
I pensieri erano la sua vocazione. S’immergeva in essi interamente avvolto da un’aureola di concentrazione e di misticismo. A cosa pensasse nessuno lo sapeva nè, tantomeno, lo si poteva immaginare, dato il bizzarro carattere di quel ragazzo così strano e solitario.
Eppure Mario non era stupido. Certo non aveva frequentato che le scuole elementari, ma possedeva una sensibilità così acuta da farlo diventare, a volte, cupo e nero come il fumo d’un camino, altre brioso e allegro come il vento di primavera.
La situazione economica in cui si trovava era alquanto precaria e quei pochi soldi che guadagnava li spendeva all’osteria.
Dal bere traeva spunto per le sue filosofie; sosteneva infatti, che con sessanta lire per bere un “ombretta”, si scaldava nella stessa maniera che spendendo diecimila lire con qualche donna di facili costumi.
Non era insomma uno stinco di santo, ma se avesse avuto il conforto di qualche amico, e non la derisione dei burloni che lo circondavano, se fosse vissuto in un ambiente meno alieno e fosse stato educato ad un minimo di cultura, si sarebbe potuto recuperare molto di quel ragazzo, residuo d’una mentalità paesana che gl’imprimeva il marchio dell’ignoranza e della goffaggine.
* * *
L’incontrai un martedì, annidato nella solita osteria, teatro di vecchi mendicanti, d’operai e di qualche giovane disoccupato.
M’ero avvicinato ad un tavolo dove si stava svolgendo una partita a carte all’ultimo bicchiere.
Udii la voce di Mario rivolgersi canzonatoria verso uno dei giocatori.
In breve scoppiò un incredibile litigio.
Le cose si stavano mettendo male: Mario non stava in piedi ubriaco com’era. Mi alzai e invitai i contendenti a lasciar perdere. Pagai le consumazioni di tutto il tavolo ed uscii portando Mario con me.
“Perché ti riduci sempre così? – lo ripresi – Lavoro ne hai a sufficienza. Smettila di riempirti come una spugna e metti la testa a posto”.
Ma i fumi dell’alcool avevano sortito tutto il loro effetto su Mario, che mi guardava senza vedermi con un sorriso da ebete.
Lo condussi fino all’officina, malandata come il padrone, con lastre rotte che lasciavano entrare freddo, umidità e topi che vagavano da tutte le parti. Sembrava un vecchio magazzino abbandonato, simile a quelle legnaie di una volta, tetre e anonime.
Me ne andai con nel cuore una sensazione di amara pietà. A tarda sera, rigirando fra le mani un romanzo di Mailer, riflettei sulla condizione di Mario. Mi dissi che qualcosa doveva essere successo. Un qualche cosa di abbastanza serio ed oscuro, che nella sua tragicità aveva provocato il crollo di quel ragazzo sensibile e intelligente.
* * *
Fu così che, occasionalmente agli occhi degli altri, ed ostinatamente in cuor mio, cominciai a frequentare Mario più spesso. Cercai di entrare nella sua confidenza. Scoprii con piacere che amava leggere e gli prestai parecchi romanzi che custodivo gelosamente nei cassetti di vecchi mobili. Egli divorò avidamente quei libri e in quel periodo di tempo notai che aveva diminuito notevolmente la dose giornaliera di vino.
Una sera, prima dell’ora di cena, entrai nella sua officina senza bussare, come di solito facevo. Lo trovai intento a guardare una fotografia che subito cercò di nascondere. Subito dopo, però, nella convinzione di avere trovato in me un amico con il quale confidarsi, cominciò a raccontare:
“Un pomeriggio m’ero recato col treno in città. Quasi a sera, mentre stavo passeggiando per una delle vie illuminate a festa, mi soffermai davanti ad una vetrina dei grandi magazzini. Era ornata d’ogni tipo di merce da regalare per l’occasione del Natale. Come al solito ero senza soldi, all’infuori di qualche spicciolo che nuotava per le tasche col rischio di perdersi.
Chissà perché, decisi d’entrare, ben sapendo che non avrei acquistato nulla. M’aveva preso la curiosità, la voglia d’essere come gli altri, di poter comprare, comprare senza nessuna preoccupazione.
Appena entrato girovagai da un banco all’altro. Trovai che tutto era bello. Se avessi potuto scegliere sarei stato preso dall’indecisione, vista la tanta abbondanza. Comunque non avevo quella preoccupazione e, dopo aver sostato per una buona mezz’ora al primo piano, salii al secondo, allegro come un bambino, lasciandomi trasportare estasiato dalla scala mobile.
Al secondo piano vendevano confezioni maschili. Restai perplesso quando notai i prezzi di quegli abiti eleganti impressi sui talloncini di cartone. Pensai al mio doppio petto grigio, stinto e ormai fuori moda. Lo avrei sostituito volentieri con quell’abito chiaro che mi stava dirimpetto e che sembrava canzonarmi con tutta la sua esuberanza, spalleggiato dal gelido sorriso del manichino. Per un attimo volli illudermi e mi rivolsi intimidito alla commessa:
“Scusi signorina, vorrei provare quest’abito, per favore”.
La commessa, una brunetta non molto alta ma d’una grazia semplice e una bellezza da sogno, offuscò per un momento il fascino dell’abito. Prese il capo di vestiario e m’accompagnò al camerino di prova. Entrai e indossai il vestito. Mi stava bene e mi fasciava con tutto il suo calore protettivo. Mi commossi così tanto che una lacrima scese inconsapevole dagli occhi.
Era un vero peccato che costasse cinquantaquattromilalire. Ero giù di corda. Quasi non sentii quella fragile voce:
“Signore. Come le sta bene, è una meraviglia. Lo porta via adesso o glielo spediamo a casa?”.
Aveva detto quelle parole pervasa da un’onda di contentezza, quasi consapevole di stare in qualche modo aiutando qualcuno, donandogli una felicità nuova. Ma possibile che non si fosse resa conto di che razza di miserabile fossi? Sarebbe stato sufficiente avesse guardato i miei indumenti. Invece restammo lì, uno davanti all’altra. Io con addosso ancora il vestito nuovo, lei con l’attaccapanni in mano. Per un attimo i nostri occhi s’incontrarono e si scrutarono interrogativi.
“Non posso prenderlo” dissi “Non ho i soldi”.
Non so perché avessi confessato ad un’estranea una cosa così personale ed umiliante, fatto sta che quello fu l’inizio della mia relazione con Anna. Ci frequentammo per circa sei mesi. In quel periodo cercai lavoro ininterrottamente in quanto Anna era diventata per me fonte di vita e di speranza. Per la prima volta amavo qualcuno. Eravamo completamente uno dell’altra. Credetti per un certo periodo di essere l’uomo più felice del mondo.
Non fu così. Anna mi tradì. Si mise con un avvocato cinquantenne. Divenne proprietaria d’una lussuosa Alfa Romeo e passava lunghi periodi dell’anno in una villa in montagna.
Trovai nel vino l’unico sollievo e più il tempo passava, più l’amarezza cresceva in me trasformandomi in quella larva d’uomo che ora sono”.
Frastornato da quelle rivelazioni l’interruppi:
“Ora s’è fatto tardi. Devo andare, la cena sarà ormai fredda. Ti saluto, a domani”.
* * *
Tornai a casa con la speranza che dopo quello sfogo si fosse calmato, ma sapevo in cuor mio che difficilmente quel ragazzo sarebbe ritornato gaio e spensierato.
Decisi che gli sarei stato più vicino. La domenica pomeriggio la passavo quasi sempre con lui. La mia ragazza aveva pochi esami da sostenere prima della laurea in lettere e quindi approfittava della mia assenza per prepararsi con ostinata caparbietà.
Avevo regalato un abito ed alcune camicie sportive a Mario. Le aveva accettate con riluttanza, ma alla fine un’ombra di sorriso aveva serpeggiato per un breve attimo sul suo viso smunto. Ora appariva più fresco sfoggiando la sua nuova eleganza.
Sembrava più disponibile a crearsi nuove conoscenze e da qualche tempo lo vedevo interessato alla compagnia femminile.
Una domenica pomeriggio, mentre eravamo allo stadio tutti concentrati in una disputa calcistica, notammo, alle nostre spalle, una ragazza sventolare una bandiera coi colori della squadra locale.
Tirava un forte vento, l’asticella sulla quale era infilato il drappo si piegò e, ad un tratto, Mario si trovò avviluppato dalla stoffa biancorossa.
Istintivamente ci voltammo e, allo sguardo preoccupato della ragazza, rispondemmo con una sonora liberatoria risata.
Al termine della partita m’incamminai verso la casa della mia fidanzata, mentre Mario invitò Carla (così si chiamava la ragazza della bandiera) a prendere un caffé in un bar vicino.
Fui particolarmente felice di quella nuova conoscenza, che per Mario poteva segnare l’inizio d’una nuova esistenza.
Qualche mese dopo Mario superò un concorso per un posto d’impiegato. Chiuse le tapparelle della vecchia officina, la tuta da meccanico venne sostituita da altri indumenti più consoni alla vita che ora conduceva. Ero felice. Quasi invidiavo quel fresco rapporto fra Mario e Carla, che trovavo diverso da quello mio con Giuliana, seppure quest’ultimo filasse liscio e sincero.
Per motivi di lavoro dovetti assentarmi per un periodo di tempo abbastanza lungo. Al ritorno ebbi una spiacevole sorpresa.
Quasi non riconobbi Carla, tanto era pallida e consumata. Mi confessò di essere incinta di Mario, ma lui l’aveva lasciata. Aveva incontrato una donna piena di soldi e s’era lasciato abbagliare da una vita facile e dispersiva.
Accompagnai Carla in un caffé.
“Vedi – mi disse – ho amato Mario fin dal primo incontro, dopo quella buffa avventura capitata allo stadio. Non avrei mai immaginato potesse giocarmi questo brutto scherzo. So che mi voleva bene e sono convinta me ne voglia ancora. Il bambino che porto in grembo mi frena di commettere una pazzia che altrimenti sarebbe una liberazione. Questa liberazione Dio me la nega. Forse vuol farmi soffrire. Credevo nell’amore come in una cosa pulita e invece è una sozzeria, un’immorale sozzeria e m’accorgo che, più del mio cuore, Mario s’era innamorato del mio corpo”.
Dopo questo sfogo vennero le lacrime sul viso di Carla. Non seppi trattenermi oltre. Pagai il conto e l’accompagnai a casa.
* * *
Riuscii a rintracciare la dimora di Mario. Si trovava in un piccolo appartamento acquistato dalla sua convivente. Mi ci recai con una rabbia furente che mi avvolgeva la mente e mi scuoteva tutti i muscoli del corpo.
Suonai il campanello. La porta si aprì scaricandomi addosso un odore nauseante di alcool e di fumo. Vidi Mario con un ghigno incosciente disegnato sulle labbra violacee. Era ubriaco.
“Heilà! Hai visto come mi sono sistemato bene? Quella stupida di Carla s’era messa in testa di voler fare un bambino, ed io le ho detto … proprio così le ho detto, vallo a fare da un’altra parte, stupida che non sei…”.
Non fece in tempo a terminare la frase perché con tutta la forza che avevo gli mollai un manrovescio che lo fece piombare lungo disteso sul pavimento.
Al terzo mese Carla perse il bambino. Non più vincolata da quella speranza s’avviò lungo la corrente del fiume lasciando come testimonianza un fazzoletto di lino imbevuto di lacrime.
Poco dopo me ne andai definitivamente. Mi sposai e fui preso per un certo tempo dalle mie attività che affievolirono l’amarezza dei ricordi.
Dopo qualche anno tornai al paese per un breve periodo di vacanza che trascorsi con i miei genitori.
Dalla vecchia officina saliva un fumo denso e nero. Mario era all’interno con una bottiglia di vino semivuota poggiata sul tavolo. Il suo viso era coperto da una barba ispida e malcurata. I suoi occhi riflettevano la malinconia e la disperazione della sua scelleratezza. Fissava il vuoto. Forse cercava Carla, ma Carla da un pezzo aveva smesso di pensare a lui.
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Come citare questo articolo
Guido Signorini. “Il ragazzo dell’officina”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ragazzo-dellofficina/