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NARRATIVA

Il respiro di marmo

di Massimo Bergamini

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 122–124

La stazione di Rovigo è uno iato che si divide tra la zona dietro l’università e le propaggini dell’Adige. Lui cerca in ogni tasca il biglietto appena acquistato e, all’ultima fermata utile del suo giaccone, lo scova. Ghigna strano mentre oblitera ad una macchinetta triste deja-vu. La zona delle rotaie sembra un’idra che lancia tentacoli metallici nel buio. Fuma e aspetta paziente al binario 2, mentre attorno sferragliano i treni merci, convogli del passato inibiti agli umani, perché ciò che è stato non si cambia più.

Il Pendolino da punto lontano man mano si ingrandisce e assume la forma di un tubetto di dentifricio, ma più nervoso. In tre ore e quaranta lo porterà a Roma.

Lui non sa perché ha deciso di andarci davvero, forse solo perché lei, messo a letto il bambino, lo ha voluto sfidare. “Vai, che aspetti, è bella, anche se ha la bocca rifatta. Vai su, su”. Venti anni assieme sono tanti.

Quando viaggia porta sempre con sé un po’ di musica e un buon libro. Di solito Bach e qualche autore greco. Viaggiare per lui è come andare sull’isola deserta, e sceglie i suoi compagni di viaggio come se fossero gli unici che potrà portare, come se fossero per sempre. E’ attrezzato per qualunque naufragio.

Fuori si agitano impazienti Ferrara e le sue campagne umide, il ponte sul Po è un braccio del Meccano. A Bologna sale qualcuno. Un uomo d’affari si sistema come una faina, apre il portatile e inizia a amoreggiare col mouse. Una donna di colore siede con il bambino al fianco. Quando sorride illumina il finestrino con riflessi di smalto. Poi il piccolo si addormenta e lei prende a osservare là fuori un punto impreciso tra Barberino sul Mugello e l’Africa.

Bach lo accompagna fino alle campagne toscane. Terra incredibile, anche al buio sei la più bella… le colline dolci ritagliano il profilo dell’orizzonte come una sarta abile.

La stazione Termini pullula di sopravvissuti in itinere, una casbah di valigie indolenti come cammelli e anime sfocate che cambiano direzione all’improvviso, zigzagando nel nulla che trasferisce al nient’altro.

Sara lo attende fuori (uscita Piazza Esedra), la sua Classe A ha il motore acceso. E’ davvero bellissima, come dicevano i suoi leccamonitor su facebook. La bocca non è rifatta, è proprio così… le si stampa immensa sulle guance. “ciao!”…

Sembra di essere ancora sulle rotaie mentre lei guida nel traffico sicura. Lavora in banca, è donna in carriera. Mentre scavalcano Ponte Milvio lui istintivamente guarda giù, le acque del Tevere antico. Chissà se ci sono i coccodrilli, pensa, e sorride senza farsi vedere. Ti immagina mora e ancora bella che annaspi, i terribili alligatori di Vercingetorige hanno fame di italici, ma lui si getta, e con la sua spada sguainata e trionfante ti salva la vita, mozzando teste e code di rettile gallico. Salvatore attempato, appari infine, e imponi la tua forza di pace e buffo amore!

Lei in macchina fa gargarismi di convenevoli “Ah finalmente sei qui…sapessi quanto… tu sì che… tu non sei come… mi specchio nella tua saggezza (glielo dice spesso, le piace arrotare la parola saggezza tra palato e incisivi)”. Parcheggiano a Trastevere, Roma profuma di gloria imperitura e aspettative.

Il locale è chic ma tipico, ci vanno spesso i calciatori, alle pareti foto di idola in mutande. Al tavolo li aspettano due candele e la vista sul Flumen che scorre sornione poco sotto. Cominciano a parlare. Un brindisi, sorrisi (dio, è bella davvero!), una mano che si avvicina all’altra e si unisce. Si toccano per annusarsi. Lui è un po’ fesso nelle sue frasi tra il surreale e l’ironico (la corazza della battuta è baluardo amniotico), lei vuole fare colpo.

E inizia, purtroppo, a dire. “L’incanto del sogno che scalda corpi che si vogliono… perché sai io ti ho capito nel profondo… anime che distillano essenze che lambiccano emozioni…”. Sembrano le frasi che scrive sui videoclip che gli piazza in bacheca, scatenando la funesta ira di misteriose Erinni occhiute.

E continua… “Sento l’energia che mi fa vibrare all’unisono… lo senti anche tu questo Spiritus Mundi?”.

Lui subisce per un po’ i deliri della nuova età (fatica anche solo a pensare alle parole “new-age”, preferisce perifrasare), poi si ricorda di quella volta in cui, chiacchierando con Matteo, avevano concordato nel definire la newwwwage come la vera pornografia del nostro tempo.

E lei continua, continua….

“Pulchra est, sed cerebrum non habet” dicono favole antiche, “è bella, ma non tiene testa”. Bella è bella, vuota è vuota: il vacuum in décolleté. Dopo venti minuti di minareti dell’anima e afflati mistici, lui si alza.

“Un attimo, un attimo solo”. Circumnaviga la toilette, passa per il guardaroba a riprendersi il suo giaccone nero preso in saldo e se ne va.

Fuori l’aria frizzante dell’inverno romano è una carezza. E’ libero e liberato. Sospira, finalmente felice.

Conosce bene Roma (c’è stato mille volte, i parenti di sua madre ci abitano tuttora), si avvia con passo sicuro. Da lì tornare alla stazione è uno scherzo e un’ora a passo svelto. La città è ai suoi piedi, e la calpesta con gioia. Arrivare alla piazza del Pantheon è un traguardo, l’anima di piazze e palazzi e fontane è viva, e ancora sveglia nonostante l’ora.

Avverte chiaro il respiro di marmo di colonne e statue.

E’ felice, felice come un bambino. Scappato all’attenzione di tutti, quando ha aperto il barattolo di marmellata che lo guardava dalla credenza, ha scoperto che ancora preferiva la nutella, e ha lasciato cucchiaini e impronte e tracce del suo passaggio con gioiosa noncuranza. Cioccolata, dove sei? Starai dormendo credo, e io ti vorrei.

“Lasciatela pure lì dov’è, non ve la ruberò la vostra marmellata, ho altri gusti. Mangiatevela voi” pensa. Poi si rende conto (ma lo sapeva già, ha solo voluto giocare per una volta con i treni e le stazioni) che non si è mai davvero innamorato di un’immagine, nemmeno fosse stata l’etichetta del barattolo goloso. E’ molto attratto invece dalle sostanze. Adora i cervelli e gli sguardi e le intese da gemelli. Cerca lo spessore, è esigente. E’ snob.

“Pulchra est…” non fa per te, scemo, pensa, e ride. E la gente si gira e lo guarda: “E’ scemo”. E lui è totalmente d’accordo, ma ormai va bene così. Va bene tutto. E’ tardi ormai per cambiare e per viaggiare.

Tra qualche ora partirà il primo treno utile per tornare, e sarà un altro tubetto di dentifricio insolente e volgare che scivola dentro l’Italia.

Nel frattempo, avrà modo di salutare la sua amata, e lei un po’ assonnata si girerà immensa e solenne verso di lui e gli darà un bacio di addio, o arrivederci. Poi, si ricomporrà sul suo guanciale intessuto con sette colli, e si assopirà. Ciao Roma, ti amo.

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Come citare questo articolo

Massimo Bergamini. “Il respiro di marmo”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-respiro-di-marmo/

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