Potrei cominciare la storia che voglio raccontarvi con “C’era una volta…” tanto questa storia assomiglia proprio ad una favola. Ed invece essa è completamente vera ed è iniziata poco più di vent’anni fa.
A e G., due ragazzi di Rovigo, dapprima studenti universitari e poi laureati, lei in matematica e lui in ingegneria, dopo un certo periodo di fidanzamento, si sposano. Tanti sogni, tante speranze, grandi attese, come tutti i giovani che si amano e intraprendono una vita insieme. Lavorano con passione e si avviano presto a costruire nella periferia di Padova una grande casa per sé e per i figli che verranno. Ne vorrebbero certamente più di uno perché desiderano una famiglia numerosa. Ambedue, infatti, amano molto i bambini e già si vedono circondati da diversi marmocchi. Fortunatamente le risorse economiche non mancano e quindi possono dare loro un buon avvenire.
Ma i figli tardano ad arrivare. Per i primi anni di matrimonio A. e G. non si preoccupano più di tanto. Sono così giovani che possono anche aspettare un po’!
Poi gli anni di attesa diventano sette, otto, poi dieci per cui essi cominciano a temere che tutte le loro aspettative rimangano soltanto sogni.
Nel frattempo tutte le coppie amiche hanno dei figli e sono felici. E loro?
“Se non ne arrivano di nostri, ne prenderemo in adozione – pensano. – Ce ne sono tanti di bambini che hanno bisogno di una famiglia! La porta della nostra casa è più che aperta per loro”.
Ed è il destino a trovare una soluzione.
Un giorno arriva dall’India una lettera. E’ don Piero che scrive, un amico missionario con il quale G., il marito, intrattiene da tempo una periodica corrispondenza. A lui, G. confidava i suoi problemi, e tra questi il suo rammarico e quello della moglie per la mancanza di questi tanto desiderati figli. Loro si amano molto, ma la loro vita non è completa senza bambini. Questo fa sentire un grande vuoto, la casa è spoglia, anche il loro impegno nel lavoro viene meno, non ha più senso.
Nella lettera don Piero chiede il loro aiuto, la loro disponibilità. Nella sua missione indiana, infatti, una giovane donna sta per avere un bambino, ma, per diversi motivi, non lo può tenere. E’ proprio il figlio che loro aspettano e, con un loro generoso sì, questo bambino può avere quella famiglia che in India certamente non troverebbe.
L’assenso di A. e G. non si fa attendere e la loro risposta a don Piero è immediata e affermativa.
Bisogna aspettare un po’ di tempo perché il bambino nasca, per le necessarie pratiche burocratiche, per tutte le formalità che ne derivano. Ma arriva anche il giorno della partenza alla volta dell’India. Visto che il marito non può andare con lei, A., trepidante e impaziente, parte con la suocera e, dopo un viaggio lungo e movimentato, arriva nella missione di don Piero, che si trova in una località nell’estrema punta occidentale della penisola indiana.
Il parto è regolare ed il bambino viene alla luce sano e bello. La sua caratteristica pelle olivastra e gli occhioni neri lo fanno assomigliare ad un bel bambolotto che A. può stringere finalmente al petto con tutto l’amore che in quel momento può provare.
Come non innamorarsi subito di lui? Anche G., rimasto a casa, lo aspetta con ansia.
E la grande casa, che sembrava vuota, poco dopo si anima di colpo. E’ bastato questo piccolo frugoletto per riempirla di gioia, a dargli quella vitalità a cui da tempo era destinata.
L’entusiasmo di tutti è alle stelle: quello dei genitori, della nonna e degli zii che non fanno altro che stare attorno a questo bambino, a dargli tutte quelle attenzioni di cui ha bisogno.
La mamma impara presto ad accudirlo, a preparargli pappine, a cucirgli vestitini, ad insegnargli a parlare, a camminare e … a vivere.
A questo punto si potrebbe pensare che questa storia si concluda qui; con il piccolo, al quale è stato messo nome T., che cresce in fretta e bene …. e tutti vissero felici e contenti.
Ma la storia, invece, è ancora lunga perché il destino non ha voluto mettere qui la parola FINE per i coniugi A. e G. ed ora anche per il piccolo T.
T. ha solo qualche anno quando i genitori vengono a sapere che una loro amica è riuscita ad avere un figlio per mezzo di una inseminazione artificiale fatta in un ospedale di Palermo da un bravo professore. Anche loro vogliono tentare questa strada perché il loro sogno di avere una famiglia numerosa è rimasto ancora inappagato. E questo loro sogno ritrova a Palermo dapprima speranza e poi concretezza, anche se l’attesa è particolarmente gravosa. Ed arriva, così, un altro maschietto che chiamano I.
Il suo lettino è pronto da tempo per accoglierlo e nella casa arriva presto il nuovo bellissimo regalo.
Alla gioia precedente si aggiunge nuova gioia. Nuove pappine, nuovi vestitini, ulteriori giochi, ma anche le immancabili preoccupazioni e gli impegni che i figli comportano.
Ancora una volta la storia non finisce.
Visto che la casa è tanto grande, perché non utilizzare qualche altra stanza? Ce ne stanno lì dentro dei bambini!
A questo ci pensa nuovamente il destino e fa sì che A. resti incinta spontaneamente. Si riprendono di nuovo i preparativi ed ecco anche il terzo lettino che poco dopo ospiterà A.
Tre figli sono un bell’impegno per cui la mamma decide di lasciare il lavoro e di dedicarsi completamente a loro, anche se il padre fa di tutto per essere anch’egli presente il più possibile. C’è la scuola, ci sono le immancabili malattie infettive, qualche visita specialistica per i problemi che arrivano, ora per questo ora per quello, le spese che aumentano, lo sport, la musica e tutti quei corsi che si vogliono offrire ai bambini per dare loro il più possibile, per interessarli a tutto quello che li può appassionare maggiormente.
Tanti impegni, ma anche tante soddisfazioni perché i bambini crescono bene, sani, intelligenti e volonterosi.
Tre bei maschietti. E perché no una femminuccia? Infatti c’è G. in arrivo e, questa sorpresa, A. e G. la vengono a sapere ancora una volta da don Piero. E’ lui, infatti, che scrive dall’Abissinia, dove nel frattempo era stato trasferito in una missione di quel Paese.
Nelle sue lettere scriveva della sua nuova esperienza, delle grandi difficoltà incontrate in quei luoghi, dove i problemi erano molto più gravi che in India e i rapporti con la gente erano molto più difficili.
In una sua lettera un giorno don Piero racconta che nella sua missione era arrivata un’anziana con una nipotina in braccio. La donna chiedeva che la bambina fosse accolta nella casa perché era rimasta orfana di ambedue i genitori, morti in un incidente stradale, e lei, la nonna, non poteva in alcun modo prendersi cura della piccola. La vecchia non aveva atteso nemmeno risposta e se n’era andata lasciando a don Piero quel piccolo “fagotto”. Per il prete le difficoltà erano enormi perché nella missione non c’erano né suore né donne che potessero dargli una mano. Per questo aveva pensato di chiedere aiuto agli amici italiani.
A. e G. hanno già tre figli. Possono offrire il loro interessamento presso amici o associazioni perché la bambina possa arrivare in Italia e magari essere adottata da qualche famiglia.
Si consultano, provano a cercare una soluzione. Poi si guardano negli occhi e si dicono: “Siamo stati fortunati ad avere avuto dall’India T., bello e sano, che ci ha portato tanta gioia. Siamo stati poi doppiamente fortunati ad avere avuto altri due bambini nostri, anche loro belli e sani: tre maschietti che ora cominciano ad essere grandicelli. Perché non accogliere anche lei nella nostra casa e dare loro una sorellina?”
Non ci vuole molto per decidere. Interpellano anche i loro tre bambini, che prontamente si dicono d’accordo, e scrivono a don Piero di mandare pure la piccola in Italia. La loro famiglia l’avrebbe accolta con gioia.
All’aeroporto di Fiumicino sono tutti lì in attesa. C’è ansia e curiosità. Sanno che la bambina ha la pelle nera, come ha detto don Piero. E’ una piccola negretta. Chissà come sarà bella! Lo sono tutti i bambini e le bambine di quel Paese! Due occhioni grandi e neri, due codine di capelli crespi sulla testa. Deve essere certamente così.
Ecco l’aereo che atterra; ecco i passeggeri che giungono nella sala. Una hostess arriva tenendo per mano una bella bambolina color cioccolata. La mamma spontaneamente allarga le braccia e la piccola, d’istinto, vi si rifugia di corsa per dare e cercare l’affetto di cui ha estremo bisogno.
G., come è stata chiamata, sarà quella che porterà ancora più “scompiglio”, in senso buono, nella casa; quella che saprà imporsi su tutti per crearsi il suo spazio.
Sono passati poco più di vent’anni dall’inizio della storia e la famiglia è sempre più unita. I ragazzi studiano tutti con profitto, si vogliono bene come veri fratelli rispettando le diversità dei loro caratteri, della loro diversa indole e delle inevitabili problematiche che ne derivano perché i genitori hanno saputo amalgamare e valorizzare le loro “piccole differenze”. I problemi non sono certamente mancati, ma A. e G. hanno saputo superarli con serenità e intelligenza e si possono dire soddisfatti del lavoro fatto e dei risultati ottenuti.
A questo punto la favola che ho raccontato potrebbe finire con “…e tutti vissero felici e contenti”, ma, poiché questa storia è vera ed attuale, posso terminarla dicendo “…e tutti vivono felici e contenti” nella loro grande ed accogliente casa.
E noi auguriamo a tutti loro di continuare a rimanere insieme in armonia e per lungo tempo.
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Come citare questo articolo
Giannina Giunta, Paolo Zambonin. “La forza dell’amore”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-forza-dellamore/