Emilio non era contento di andare a combattere. Aveva 35 anni, era sposato, aveva sei figli piccoli ed il suo lavoro di fattore nell'azienda agricola "Le Guerrine" di San Bellino era indispensabile per il mantenimento della sua numerosa famiglia. "Se dovessi essere chiamato anch'io in guerra – diceva sempre alla moglie Elisa – sento che non tornerò più".
Seppur a malincuore dovette però andare e, purtroppo, il suo presentimento si avverò. Di lui si ebbero notizie fino a settembre del 1917 quando fu fatto prigioniero. Poi più nulla.
Con la partenza del marito, Elisa si trovò in condizioni disperate, nella miseria più nera. I sei figli erano ancora piccoli: Elsa, la più grande, aveva 13 anni; Rina, la più piccola, soltanto pochi mesi.
Tutta la famiglia dovette vivere in una sola stanza. Elisa lavorava saltuariamente in campagna, aiutata dai due ragazzi più grandi, Elsa ed Enzo. Ebbe in concessione un piccolo appezzamento di terreno e, come nelle usanze di quei tempi, otteneva una percentuale sul raccolto. Il guadagno non era sicuro. Tutto dipendeva da quanto riusciva a produrre. Ecco perché questi accordi di lavoro venivano chiamati nella zona "gli inzerti".
Guido Conegliani visse la sua infanzia con questa penosa situazione familiare.
La madre parlava spesso ai figli del padre. Raccontava quanto era attaccato alla famiglia, come cercava di stare il più possibile con loro, quante volte se li portava appresso per la campagna, felice della loro compagnia.
Del padre, Guido non aveva alcun ricordo. Non l'aveva mai visto e questo fu un cruccio per tutta la sua vita.
Liberava allora la sua fantasia. Guardava la foto del genitore, appesa alla parete: il suo aspetto distinto con i lunghi baffi e la folta barba nera, ed immaginava quel suo sguardo, serio e profondo, rivolto verso di lui. Si inventava quel dialogo, quel sorriso, quella carezza che non aveva mai potuto avere e in tal modo sentiva il padre vicino, perché grande era il desiderio di averlo accanto a sè, come tutti gli altri bambini.
Guido frequentò le scuole comunali di San Bellino fino alla terza classe, poi fu mandato a lavorare. Come orfano di guerra avrebbe potuto continuare gli studi in un collegio, ma era necessario anche il suo contributo per mantenere i numerosi fratelli.
In quegli anni la famiglia si trasferì a Castelguglielmo presso un'azienda agricola in località "Le chiaviche" e, a 13 anni, Guido iniziò a lavorare nella stalla come "bovaro".
Il lavoro era pesante ed impegnava tutta la giornata. Iniziava con la mungitura delle mucche ancora prima che il sole nascesse e il lavoro durava fino al tramonto, ma il salario era buono e veniva corrisposto tutto l'anno.
La situazione economica migliorò e la famiglia riuscì a vivere serenamente.
Gli anni trascorsero velocemente e ben presto anche per Guido arrivò il momento del servizio militare, della chiamata alla nuova guerra, della prigionia in Germania. Sette lunghi anni complessivamente, fino al 1945; anni molto duri, pieni di sacrifici e sofferenze.
In quel periodo Guido si sentì accomunato a suo padre, vicino anche fisicamente ai luoghi dove probabilmente aveva combattuto, forse dove era sepolto. Pensava spesso a lui ed in lui trovava la forza di resistere. Avrebbe voluto fare delle ricerche, ma allora ciò era impossibile.
Quando tornò in paese sposò Maria Regina ed ebbe due figli.
Alla nuova famiglia dedicò tutto il suo amore, dando ad essa tutte quelle attenzioni che il destino aveva negato a lui nella fanciullezza.
Riprese il suo lavoro di "bovaro", con il duro impegno che iniziava alle tre del mattino. Riprese anche la scuola, frequentando i corsi serali, per ottenere la licenza di quinta elementare. Tanto lavoro e tanto impegno finché arrivò anche il momento della pensione, delle lunghe serate in casa, dei ricordi.
E ritornò, impellente, la nostalgia del padre.
Roberto, il figlio più giovane, che viveva con la moglie e due figlie assieme ai genitori, sentiva spesso il padre raccontare del nonno Emilio, capiva l'amarezza del padre per non averlo conosciuto e intuiva il suo desiderio di poter rintracciare la sua tomba e magari di far trasferire le sue spoglie nel cimitero del paese per avere, almeno quelle, vicine nella vecchiaia.
Roberto, vigile urbano presso il Comune di Castelguglielmo, dedica parte delle sue ferie nel tentativo di soddisfare l'ardente desiderio paterno. Con la moglie e le figlie parte alla volta di Mauthausen, visita il lager, chiede notizie sui cimiteri di guerra della zona. Qui viene indirizzato presso il cimitero, che sorge a tre chilometri dalla città, nel quale sono state raccolte le singole spoglie mortali di 1816 Caduti italiani della prima guerra mondiale, oltre a 1254 della seconda guerra e a tombe comuni per ottomila serbi.
La famigliola percorre tutto il cimitero e legge tutti i nomi dei soldati su quelle bianche lapidi. Sfiduciata sta per rientrare quando, proprio nell'ultimo gruppo, trova il nome del nonno. Dai registri del custode ha poi la conferma che si tratta del congiunto morto nel dicembre 1917.
Grande è l'emozione per loro, e ancor più per il padre Guido quando ha la possibilità di vedere il filmato con le immagini della tomba, del registro e del cimitero, che il figlio Roberto ha realizzato con la sua telecamera.
Avvia subito le pratiche per riportare in patria le spoglie mortali, ma la richiesta non viene accolta perché gli Austriaci non vogliono manomettere i cimiteri militari, considerati monumenti.
Constatata l’impossibilità di veder soddisfatto questo desiderio, nell’estate del 1996 Roberto, sua moglie Antonella ed il fratello Sergio decidono di accompagnare il loro padre a Mauthausen presso la tomba del nonno Emilio.
E Guido, ormai ottantaduenne, può così vedere personalmente quella croce bianca, allineata tra altre migliaia, può toccarla, può baciare quella targa ove è scritto il nome del genitore, può portarsi a casa un po’ di quella terra che custodisce il suo corpo.
La commozione di Guido è indescrivibile.
Finalmente, dopo averlo desiderato per tutta la vita, ha trovato realmente suo padre e sente ancor più la sua presenza vicina al suo cuore.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Il ricordo del padre”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ricordo-del-padre/