E’ compatibile con la nostra terra polesana la coltivazione delle arachidi o “bagigi”, come le intendiamo noi veneti, o “spagnolette”, o ancora noccioline americane? Cercherò di dare una risposta, al fine di soddisfare la domanda postami da due diversi lettori: uno, imprenditore agricolo interessato a coltivarle; l’altro, un appassionato cultore di storia e tradizioni nostrane; entrambi alla ricerca delle relative documentazioni.
Comincio col ricordare che il genere Arachis appartiene alla famiglia delle Leguminose, sottofamiglia delle Papilionacee e le arachidi, come tali, sono “cugine” della soia, dei fagioli, e di tanti altri componenti questa famiglia botanica di grande interesse economico. Sono “oleaginose”, come la soia, arrivate in Europa importate dagli spagnoli e dai portoghesi dal Brasile fra il XV° e XVI° secolo e hanno trovato areali particolarmente favorevoli alla loro coltivazione in Italia, nella penisola iberica e nei paesi del bacino mediterraneo.
Nel Bel Paese però – secondo il Maffei, studioso di cose agrarie – la coltura si è consolidata soltanto nel 1870, grazie ad imprenditori agricoli di Valenza (Alessandria). Un incentivo alla produzione si ebbe poi in tempo di politica autarchica, grazie al suo contenuto in grassi e nel primo dopoguerra, raggiungendo investimenti prossimi ai seimila ettari, dalla Valle Padana alla Campania. Continuò ad essere seminata fino agli anni cinquanta quando, per i crescenti costi di manodopera, la coltura è stata progressivamente abbandonata ed in breve è completamente sparita dalle campagne del nostro Polesine.
E’ una pianta che ama essere coltivata in piena luce su terreni di medio impasto, tendenti allo sciolto, poveri di calcare. E’ una pianta annua, primaverile, erbacea che presenta il curioso fenomeno della “geocarpia”: i fiori portati su una particolare struttura, il “ginecoforo”, una volta fecondati invece di spaziare al sole, vengono interrati grazie all’allungamento di questa struttura la cui penetrazione viene facilitata da un terreno sciolto.
I frutti crescono e maturano sottoterra e, per questo, i vecchi studiosi di botanica, con la loro formazione culturale classica, hanno attribuito a questa pianta il nome scientifico di Arachis hypogea che, in greco, significa “sotto terra”. Come Leguminosa è pianta miglioratrice della fertilità del terreno, grazie alla capacità di arricchirlo di azoto captato dall’aria per nutrirsene e lasciarne disponibile ai vegetali in successione, in virtù della simbiosi mutualistica che, a livello radicale, s’instaura fra i componenti di questa Famiglia e particolari bacteri del terreno.
Le possibilità del ritorno delle arachidi nei nostri campi sono state esaminate recentemente in appositi convegni dove sono stati illustrati i risultati di dieci anni di coltivazione attuata in un’azienda di Bonavicina (VR). Alla luce di quanto emerso non dovrebbero sussistere particolari difficoltà tecnico-agronomiche per una coltivazione su scala industriale. “…La coltivazione ha bisogno di investimenti molto ridotti, inferiori a quelli necessari per altre colture di pieno campo”. Pochi, o pochissimi concimi e diserbi, mentre le avversità (malattie fungine, insetti, ecc.), pur presenti, appaiono controllabili.
Le operazioni colturali sono tutte meccanizzabili e questo supera i problemi legati ad una consistente richiesta di manodopera che avevano scoraggiato tale coltura nel nostro territorio.
Il prodotto per giungere al consumo deve seguire una serie d’operazioni, a partire dalla pulitura fino alla tostatura. La nicchia di mercato dei bagigi è lo snack, leggermente salati per accompagnare l’aperitivo, per fare dolci, per un’innocente (ma non troppo) tentazione come “sfurizi” e per l’olio.
L’Italia e l’Europa sono importatrici nette di arachidi. Le stime ne indicano un consumo nell’Ue di 6.000.000 di qli, di cui 300.000 in Italia, per saturare il quale occorrerebbe seminarne 200.000 ettari. Attualmente i “bagigi” sono importati quasi tutti dagli Stati Uniti, dall’Argentina e dalla Cina.
Fino alla metà del secolo scorso nel nostro Paese se ne seminavano, come ricordato, circa 6.000 ettari. Spazio, per il loro ritorno, ce n’è a volontà e già dal 2006 sono riapparsi i primi campi anche dalle nostre parti.
A conti fatti, le arachidi forniscono una resa paragonabile a quella delle altre colture erbacee potendo usufruire degli stessi aiuti previsti dalla PAC (Politica Agraria Comunitaria) con in più i vantaggi agronomici accennati. Prima di coltivarle, però, bisogna impostare una seria politica di filiera agroindustriale e distributiva.
L’opportunità di diversificare le colture, fattasi più impellente anche in seguito alla contrazione delle aree destinate alla barbabietola da zucchero, incentiva dunque anche in Polesine l’interesse per un ritorno di tale coltivazione. Nella nostra provincia inoltre, è bene ricordarlo, esiste un’importante ditta, la Mainardi di Lendinara, che da anni è presente sul mercato nazionale come importatrice, tostatrice e distributrice di arachidi, in confezioni utili per le varie esigenze del mercato.
Anche da parte della lendinarese Mainardi c’è interesse ad acquisire e lavorare le arachidi prodotte in Polesine, a condizioni, ovviamente, che sia salvaguardato un rapporto ottimale tra qualità e prezzo del raccolto.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “Il ritorno dei “bagigi””. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritorno-dei-bagigi/