Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Il tricolore di Ariano Polesine

Fu proprio nel delta che, per la prima volta in terra veneta, sventolò la bandiera italiana

di Franco Gemelli

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 54–57

Nell’ambito della storia del Risorgimento Italiano, c’è un episodio particolare ma poco noto, che vide protagonista l’area più orientale del nostro Polesine: il territorio di Ariano, fu infatti il primo, rispetto a tutto il resto del Veneto, a veder sventolare la bandiera tricolore.

La situazione geografica

Ariano Polesine si trova in un lembo di terra che, per la sua curiosa posizione geografica, viene comunemente chiamato “Isola di Ariano”. In effetti il territorio di Ariano è delimitato ad est dal mare aperto e ad ovest dai due rami del Po (Po di Venezia e Po di Goro) che si biforcano in corrispondenza di Santa Maria in Punta. Si tratta pertanto di una zona interamente circondata da acqua, anche se il termine di isola sembra piuttosto improprio perché la continuità territoriale con il resto del Polesine è interrotta non dal mare ma da una delle biforcazioni che il grande fiume subisce nella parte terminale del suo percorso, creando il complicato aspetto paesaggistico del Delta, nel quale acqua e terra spesso si confondono in un mutevole avvicendarsi di panorami.

Dal 1815 al 1866 l’isola, come il resto del Polesine, ha fatto parte del Lombardo-Veneto sotto l’Impero austro-ungarico. Dal un punto di vista amministrativo, era suddivisa in quattro Comuni (Deputazioni): Ariano, Corbola, Taglio di Po e San Nicolò (l’attuale Porto Tolle), a capo dei quali vi era un Sindaco (Primo Deputato).

L’episodio che intendiamo ricordare si verificò nel corso della terza guerra di Indipendenza, quando, proprio in questo lembo del Polesine, sventolò per la prima volta il tricolore in terra veneta.

Il contesto storico

Nel 1866 il Regno d’Italia era stato proclamato da soli 4 anni e, come capitale del Regno, nel 1865 era stata individuata Firenze, essendo Roma parte integrante dello Stato Pontificio.

Impegno della casa Savoia era il completamento dell’unificazione nazionale, al quale mancavano due parti importanti: il Triveneto (sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico) e Roma (sulla quale si esercitava il potere temporale del Papa). L’occasione propizia liberare la parte orientale del territorio si ebbe allorché la rivalità tra Austria e Prussia sfociò nella guerra: l’Italia si alleò prontamente con la Prussia e il 19 giugno del 1866 dichiarò guerra all’Austria.

La strategia dell’Austria era sostanzialmente volta ad opporsi al minaccioso esercito prussiano, attribuendo al fronte italiano un’importanza del tutto trascurabile. Per affrontare gli italiani, fu tuttavia inviato un corpo di spedizione agli ordini del duca Alberto che si attestò nel cosiddetto quadrilatero (un’area compresa tra le città di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera).

L’esercito italiano, numericamente superiore a quello austriaco di tre volte, era agli ordini dei generali La Marmora e Cialdini, notoriamente rivali e con una diversa visione sul modo di condurre le operazioni. La Marmora prevedeva di affrontare gli austriaci da occidente varcando il Mincio ed entrando subito in contatto con il quadrilatero, viceversa Cialdini proponeva di varcare il Po da sud evitando di contrapporsi frontalmente al grosso delle forze nemiche. Il risultato di questa condotta, poco coordinata, portò alla disfatta di Custoza, allorché il 24 di giugno le forze italiane, pur superiori in numero, dovettero abbandonare il campo per ritirarsi a Cremona e Piacenza.

Per quasi un mese la situazione rimase statica: l’esercito italiano doveva infatti rielaborare un nuovo piano di invasione del Veneto, e l’esercito austriaco non era in condizioni di prendere iniziative, ma anzi era costretto ad indebolire ulteriormente la sua posizione per la necessità di trasferire parte delle forze verso il Danubio, dove la pressione prussiana si faceva sempre più forte. In questa condizione il Cialdini poté finalmente varcare il Po e invadere il Veneto: fu fermato solo il 25 di luglio in seguito all’armistizio tra Austria e Prussia e la conseguente cessazione delle ostilità nel teatro italiano.

Ariano e il tricolore

Le vicende che andiamo narrando e che portarono il tricolore a sventolare nella piazza di Ariano Polesine (prima esposizione della bandiera nazionale in terra veneta), ebbero luogo nell’estate del 1866 e costituiscono un episodio, marginale ma non per questo meno interessante, inserito nelle prime fasi della guerra.

L’Austria manteneva nell’isola di Ariano un presidio militare formato da polizia, gendarmi e guardie di finanza. Allo scoppio delle ostilità, il 19 giugno del 1866, l’Austria ritirò il suo presidio dall’isola di Ariano per disporre le sue forze lungo l’argine settentrionale del Po di Venezia.

Tre giorni dopo, il 22 giugno, gli abitanti di Ariano assistettero increduli alla scorreria di una pattuglia di Ussari a cavallo: passato il Po provenienti da Adria, questi superarono Corbola e arrivarono ad Ariano per perlustrare l’argine del fiume. La ricognizione aveva lo scopo di saggiare la reazione popolare ed osservare le sponde del Po di Goro, oltre il quale erano posizionate le truppe italiane.

Fu l’ultima presenza di militari austro-ungarici in territorio arianese e finì con una sparatoria. Alcuni abitanti di Corbola, dopo aver preso a fucilate la pattuglia nemica, si impossessarono del “passo doppio”: si chiamava così il traghetto formato da due barche con sovrapposta piattaforma che, consentendo il trasporto di carretti e di barrocini, permetteva in tempo di pace il collegamento con la sponda settentrionale del Po appartenente al territorio di Adria.

Il giorno dopo il 23 giugno avvenne un fatto che sembrò finalmente dare la svolta alle vicende militari: una divisione italiana al comando del generale Franzini e inquadrata nell’armata del Cialdini, oltrepassò il Po a Rivà e si diresse ad Ariano dove giunse nelle prime ore pomeridiane e venne accolta nella piazza dalla popolazione festante e dal saluto del sindaco, l’avvocato Vito Violati Tescari.

Fu proprio allora che si verificò la prima esposizione della bandiera italiana: il sindaco, da una finestra del Municipio, sventolò il tricolore e proclamò l’annessione al Regno d’Italia. Nel clima di festa generale, ai soldati venne dispensato pane, salame e vino. Il 24 giugno, il comandante Franzini mosse le truppe e occupò Corbola dove venne calorosamente accolto dalla popolazione e dal sindaco Cesare Gemelli.

Ma il giorno successivo, il 25 giugno, l’entusiasmo della cittadinanza venne inaspettatamente deluso dalle notizie provenienti dal quadrilatero, dove a Custoza le truppe italiane erano state sconfitte dall’armata austriaca. Il generale Franzini ricevette l’ordine di retrocedere per non correre il rischio di rimanere isolato, ed oltrepassò il Po di Goro.

Si verificò allora una situazione imprevista, in quanto l’isola di Ariano venne a trovarsi sprovvista di qualsiasi autorità militare: le truppe italiane avevano lasciato l’isola per motivi strategici e le truppe austriache non occupavano l’isola nella convinzione che fosse ancora saldamente in mano italiana.

Fu in quell’occasione che si palesò chiaramente il patriottismo dei basso-polesani: la situazione rischiava di precipitare con il pericolo di dover ammainare la bandiera e dover subire nuovamente l’occupazione straniera. In tale delicato frangente non si persero d’animo i sindaci dei quattro comuni (Vito Violati Tescari per Ariano, Cesare Gemelli per Corbola, Luigi Bellan per S. Nicolò, Pietro Spadin per Taglio di Po), che presero la decisione di custodire la nuova bandiera e di organizzare una Guardia Nazionale di volontari in grado di presidiare l’isola, difendendola dalle mire minacciose degli austriaci.

Il comando della Guardia Nazionale venne dato a Gerolamo Gemelli, all’epoca trentatreenne, fratello del sindaco di Corbola, ingegnere, che seppur privo di esperienza militare, conosceva bene il territorio. Non abbiamo testimonianze sulla strategia adottata: l’unica descrizione della loro attività ci viene tramandata da G. Cristi nella sua Storia del Comune di Ariano, secondo la quale “i volontari, facevano la ronda da S. Maria in Punta al Molo Farsetti” (uno sbarramento costruito per favorire il deflusso dell’acqua lungo il ramo di Gnocca).

In assenza di descrizioni più dettagliate, possiamo immaginare che un manipolo di armigeri a cavallo, esponendo bene in vista il tricolore, perlustrasse la sponda destra del Po per dare l’impressione agli austriaci, schierati sull’altra sponda, che il territorio di Ariano fosse stabilmente occupato dagli italiani. L’illusione però non poteva durare a lungo e, per fortuna, il 4 luglio ebbe luogo a Ferrara un consiglio di guerra sotto la presidenza del Re, durante il quale fu deciso di affidare al generale Cialdini la responsabilità dell’offensiva. Le truppe del generale Cialdini oltrepassarono il Po, dilagarono nel Veneto e dopo 10 giorni arrivarono sull’Isonzo senza aver trovato praticamente resistenza. Nel frattempo venne annunciato l’armistizio fra Austria e Prussia e questa notizia pose fine alle ostilità anche sul campo italiano.

Epilogo

Il 12 agosto venne firmato l’armistizio tra Italia ed Austria e quattro giorni dopo, nella chiesa parrocchiale di Ariano, gremita di folla, alla presenza del sindaco Violati Tescari e del comandate della Guardia Nazionale Gerolamo Gemelli, ebbe luogo la solenne benedizione della bandiera che tanto fieramente era stata esibita per fronteggiare le truppe austriache e per testimoniare i sentimenti di italianità della popolazione.

Il 21 ottobre la cittadinanza di Ariano e Corbola espresse con il plebiscito la sua volontà di unirsi al Regno d’Italia e dopo l’annessione fu istituita la provincia di Rovigo.

Violati Tescari, in considerazione del suo passato di patriota, fu nominato rappresentante del distretto di Ariano. L’ingegnere Gerolamo Gemelli, comandante della Guardia Nazionale, lasciò traccia della sua attività professionale quale progettista delle scuole di Garzara e del restauro di Palazzo Trotti di Ariano, poi si trasferì definitivamente in Argentina.

Il sindaco di Corbola Cesare Gemelli, accusato da avversari politici di servilismo nei confronti della precedente amministrazione austriaca, in un pubblico proclama fu difeso appassionatamente dal Violati Tescari, il quale ci descrive anche alcuni particolari degli avvenimenti di quei giorni concitati.

La storica bandiera

La bandiera tricolore, destinata ad essere esibita per prima nel Veneto, era stata preparata segretamente dalle signore di Ariano nell’imminenza dello scoppio della guerra, usando tessuto di cotone per i lembi verde e bianco, e di lana per la parte rossa. La bandiera, così confezionata, divenuta un autentico cimelio storico, era custodita nel palazzo del Municipio per essere esposta una volta all’anno in coincidenza con la maggiore festa nazionale.

Nel 1882 fu portata all’esposizione di Torino per essere mostrata quale importante documentazione risorgimentale; fu poi conservata nel municipio di Ariano, dove però andò distrutta in un incendio nel 1911.

Si perdeva così per sempre una testimonianza del coraggioso contributo dato dalla popolazione dell’isola di Ariano al nostro Risorgimento.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Franco Gemelli. “Il tricolore di Ariano Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tricolore-di-ariano-polesine/

Pubblicità