E’ ormai divenuta una consuetudine, piacevole ed attesa, il nostro incontro per parlare dei tempi antichi, quando uomini e dei sceglievano il fiume Po per momenti di gloria o imprese immortali. Nell’ultimo appuntamento ti parlai della grande battaglia in cui Mario, audace condottiero romano, sconfisse i Cimbri dopo aver annientato i Teutoni loro alleati.
Come allora promesso, le mie parole oggi saranno molto diverse: non mi soffermerò sugli accampamenti di guerra né su scontri tra eserciti, ma rievocherò un viaggio, pacifico e pieno di speranze, fatto scendendo il fiume Po da Catullo, il grande poeta latino, da Sirmione verso la costa adriatica per prendere poi la via Popilia verso Rimini e quindi la Flaminia per Roma.
Gli era compagno e guida lo storico Cornelio Nepote alla cui narrazione, fatta dallo stesso in prima persona, io mi rimetto.¹
“Cercammo una buona barca che scendesse il fiume e su quella ci imbarcammo. Il nostro battello portava legname ma, fra una catasta e l’altra offriva lo spazio per qualche viaggiatore. Sedemmo a prua così, nella quiete di quel navigare, ci sembrò di volare come le rondini che sfioravano l’acqua per bagnarsi il petto e impastare l’argilla del nido.
La barca che naviga sul Po assomiglia ad una nuvola del cielo, essa non ha, come in mare, sussulti d’onda, nè di questa sente gli scrosci improvvisi e gli urti; essa va quieta e lenta appena diretta da qualche colpo di remo per correggerne la direzione.
Sul fiume non c’è schiocco di vela né sibilo di funi, perché il vento impetuoso rimane a galoppare lontano, dietro gli alberi o in alto nel cielo e, se non c’è voce di gente, il silenzio è grande e profondo, interrotto soltanto dal fruscìo dell’acqua contro la barca, dal guizzo di un pesce o da grida di uccelli nei boschi. Catullo diceva che il fiume gli sembrava una grande strada e voleva che gli narrassi la storia.
E’ un fiume antico come l’uomo – gli dissi – ed ebbe molti nomi: Padus, Eridanus e anche Messapicus quando si pensava che s’unisse all’Istro e al Reno e arrivasse al Grande Oceano. Lo navigarono molti popoli che venivano da oriente, alcuni in fuga dalle loro terre, altri per commerciare e altri ancora per obbedire al volere degli dèi. Si dice che i primi furono i Pelasgi, or è più di un millennio, ma se si potessero riudire le voci di tutti i suoi naviganti noi sentiremmo idiomi antichissimi di greci, cretesi, rodii, egiziani, fenici, siculi ed etruschi.
Fra queste sponde passarono gli Argonauti di ritorno dal Ponto Eusino, dalla terra dei Colchi, portando sulla loro nave il Vello d’oro e la fatale Medea che, per amore di Giasone, aveva tradito patria e famiglia trascinandosi dietro un destino di sangue. Qui passò Antenore in fuga da Troia e alla ricerca di una terra dove fondare una nuova città per sé e per i suoi, passò Diomede dai bei cavalli, Eracle alla ricerca del gigante Gerione che sprofondò fra i Colli Euganei e ancora laggiù, mostro benefico, soffia dalle sue caverne vapori salutari. Ognuno di loro, eroe o semidio, su queste sponde lasciò il suo nome e la sua ara. Altra gente da oltralpe scese queste placide acque per portare l’ambra preziosa ai commercianti greci cupidi di quel nobile materiale che nasce dal midollo dei pini, si addensa col freddo e indurisce come pietra per opera del mare settentrionale.
Prima dell’imbrunire la nostra barca soleva accostarsi a uno scalo sul fiume dove tutto era predisposto per ospitare passeggeri e merci, ma noi, fissato l’alloggio per la notte, ci allontanavamo cercando un posto solitario sulla riva per contemplare il tramonto.
Parola umana non potrà mai descrivere le ultime ore di luce, quando sul Po si compie il sacrificio del giorno che muore.
Esso inizia col silenzio della terra e del cielo; non s’ode grido né fruscìo quando il Sole lentamente va spegnendo il suo fulgore. E’ l’ora in cui il dio permette ai nostri occhi di fissarlo senza bruciarli, mentre le nuvole presso di lui tutte s’indorano e i boschi, sull’una e sull’altra sponda, chiudono fra le braccia l’acqua immobile, specchio del cielo.
Il fiume si è fatto ara pronta per l’olocausto e il Sole può abbassarsi su di esso per incendiarlo. Ecco le fiamme salire in alto e tizzoni ardenti cadere dietro le oscure chiome dei boschi, ecco, come scure sacrificale che cada sulla vittima, l’astro piombare nell’acqua, arrossarla e farne un lago di sangue. Il giono è morto, gli alberi si chinano sul fiume insanguinato, tutto imbrunisce, la volta celeste si accende di un ultimo bagliore.
Poiché è tempo di velare l’ara e la cenere del sacrificio, avanza la notte col suo nero mantello che tutto copre; essa lascia brillare soltanto qualche favilla di luce perché gli uomini possano sperare di vedere domani un altro giorno.
Chi crede può pregare, già lo fanno i pioppi bisbigliando tra le tremule foglie. C’è anche un cuculo che chiama.”
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Come citare questo articolo
Pelopida Tironi. “Il viaggio di Catullo”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-viaggio-di-catullo/