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STORIA - TRADIZIONI

La “devoluzione” di Saguedo

Nel 150° anniversario dell’unione a Lendinara (con la cessazione dell’autonomia comunale) un excurs storico sul territorio

di Laura Viaro

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 88–91

Due anni dopo l’aggregazione del Veneto all’Italia – avvenuta nel 1866 a seguito della terza Guerra di Indipendenza – nel 1868 la borgata di Saguedo, già comune autonomo così riconosciuto anche in epoca napoleonica, decide di unirsi a Lendinara.

Sono dunque passati 150 anni dalla devoluzione a favore di Lendinara di quella che ancora oggi si presenta tra le più caratteristiche frazioni del comune altopolesano.

Per vari aspetti la storia civile di Saguedo è intimamente legata a quella religiosa. E, da questo punto di vista, c’è da far presente una dualità di riferimenti “speriori”, dato che la parrocchia risultò dipendere sia dal Vescovo di Adria che dall’Abate della Vangadizza. Fatto sta che – come apprendiamo dall’importante studio di Alberino Gabrielli “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria-Rovigo”, Ciscra, 1993 – le visite pastorali alla parrocchia (la cui nascita non è documentata, ma sicuramente anteriore al 1400) furono nel tempo effettuate dapprima dal Vescovo di Adria o suo delegato, poi, dal 1600 fino alla soppressione della dell’Abbazia decretata nel 1792, dall’Abate o suo vicario.

Cosicchè, nell’anno successivo, ovvero il 1793, la parrocchia, tornata sotto la giurisdizione della diocesi di Adria, festeggiò l’arrivo del Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti, giunto a Saguedo per solennizzare l’evento e celebrare una messa solenne.

La storia di questo territorio – le cui caratteristiche sono a tutt’oggi ben conservate nello spirito e nella tempra dei suoi abitanti – è efficacemente tratteggiata nella monografia dello scrittore e poeta Bepi Bonafin, al quale Saguedo ha dato i natali (in località Campomarzo) nell’agosto del 1909. Con la perizia dell’attento cronista, nella pubblicazione “Saguedo e la sua Parrocchia – Memorie e ricordi paesani” (stampato nel 1960 per i tipi dell’industra grafica artigiana Bruno Perini, impreziosita dalla prefazione di Antonio Cappellini). L’Autore riassume sapientemente il passato dell’odierna agreste frazione lendinarese che con il 2018 celebra il 150° anniversario della sua definitiva cessazione a Comune.

L’autonomia amministrativa di Saguedo ha fine con Regio Decreto n. 4364 del 19 aprile 1868 che ne sancisce l’unione al Comune di Lendinara sulla base delle deliberazioni Consiliari dei rispettivi Comuni dell’aprile e novembre 1866 e del Consiglio Provinciale di Rovigo del marzo 1868.

Ma come mai Saguedo decise di rinunciare alla propria autonomia?

I motivi appaiono soprattutto legati alla carenza di servizi essenziali, che al tempo si ritenne di poter ottenere legando le sorti del territorio di Saguedo al più ricco comune lendinarese. Gli abitanti del “povero villaggio di pianura…nell’ambito del suo modesto arredo” (così descritto dall’Autore nei versi introduttivi della citata monografia), avviano già dal 1863 il percorso di appartenenza lendinarese nel tentativo di far fronte alle condizioni legate alla carenza di acqua potabile, illuminazione e istruzione primaria. Nella seduta Consigliare del 10 settembre 1868 viene eletta la nuova Giunta Comunale anche se la fase finale dell’aggregazione sarà completata nell’anno successivo.

Per comprendere l’evoluzione sociale ed amministrativa del territorio facciamo ora un passo a ritroso, portandoci all’alba del 19° secolo, durante il periodo napoleonico: in base al Reale Decreto 8 giugno 1805 – che dispone la dislocazione dell’area corrispondente all’attuale Provincia di Rovigo partendo da una primaria suddivisione orografica – Saguedo è Comune di classe III appartenente, con Cavazzana di Sopra e di Sotto e Barbuglio, al Cantone II di Lendinara, nel distretto III di Rovigo del Dipartimento del Basso Po.

Dall’analisi delle risposte ai quesiti di varia natura, riguardanti demografia, economia, istruzione e morale, ricavate dal questionario predisposto ai fini della statististica ordinata dal Ministero dell’Interno in data 15 luglio 1807, riguardante gli anni dal 1804 al 1806, la popolazione di Saguedo ammonta a 2458 unità. In base agli altri dati si evince che i principali prodotti delle coltivazioni sono rappresentati da frumento, mais, segala, avena e fava, che “il prodotto de’ grani” basta ai bisogni del comune, che tale prodotto eccede per moggia milanesi 1655 in totale. Inoltre: la coltivazione del lino rappresenta l’altro ramo dell’agricoltura, che tutto il terreno di “cotesto comune è egli coltivato”, che il numero di capre, pecore, vacche, buoi e cavalli basta “sì e no” ai bisogni del comune. E, ancora, che le parrocchie sono tre, che il reddito fisso ed eventuale di “ciaschedun parroco” è conteggiato su prima, seconda e terza lira di Milano e che il numero “degl’individui arrestati e giudicati criminalmente” da 13 nel 1804 scende a 5 nell’anno successivo.

Andando molto più indietro nel tempo, apprendiamo che il fondo “Saguedum” compare in origine nell’atto notarile con il quale nell’aprile 1170 l’abate vangadiciense Isacco investe Alberto e Obizzo d’Este feudatari di alcuni territori ai confini di Lendinara. L’etimologia del nome Saguedo (pronuncia locale Sagué o Segué), è verosimilmente attribuibile alla voce polesana “cicuta”, (“segùa” e “zeregua” nel dialetto polesano e “cegua” nel padovano antico) data dal Lorenzi in RGIt XV pag. 90 e senz’altro preferibile all’interpretazione dell’Olivieri Studi che ipotizza “sabucetum”, da cui, eventualmente, “saufè”.

Come detto, la storia di Saguedo è intimamente connessa a quella della sua Parrocchia costituita, a quanto pare, intorno al 1200. Per avere dati certi dobbiamo però avanzare di qualche secolo. Infatti il primo sacerdote di cui si fa menzione nella “Cronologia dei M. Rev. Parroci della Chiesa Arcipretale e Matrice di S. Barnaba Apostolo in Saguedo” è Don Facino Ricci, fondatore della cappella del Battistero, come testimonia la pietra posata all’ingresso di quest’ultima nel 1588.

Una chiesa di tutto rispetto quella di Saguedo, innalzata dalle fondamenta e terminata nell’anno 1794 sotto la direzione di don Giacomo Baccari. Se l’esterno colpisce per l’eleganza delle linee architettoniche, di sicuro interesse si presentano alcune opere d’arte conservate al suo interno. A cominciare dalla bella pala d’altare La resurrezione di Cristo con i Santi Barnaba e Paolo, importante opera di Palma il Giovane (1624 circa), probabile autore anche della Natività di Maria Vergine, conservata in sagrestia.

Motivo di interesse – perché fa riferimento alla secolare arte dell’intaglio presente a Lendinara fin dal tempo dei Canozi (XV sec.) – è poi la formella de La Samaritana al pozzo, opera dello scultore lendinarese Giuseppe Fava detto il Saccadei.

La chiesa di Saguedo è Matrice della Chiesa di S. Nicola di Barbuglio. Quest’ultimo tempio, parrocchia figliale – del cui antico splendore nell’attuale ricostruzione del 1919 rimangono ben poche tracce – venne eretto su un primo oratorio del 1500 e successivamente ampliato nel 1762.

Le vicissitudini legate alle controversie tra le due popolazioni limitrofe di Saguedo e Barbuglio, relative a presunte inadempienze dell’allora reggente la Parrocchia di S. Barnaba Apostolo, interesseranno anche “il Liberatore Francese, (Napoleone) eletto ad “arbitro e militare interprete dei diritti canonici e titoli vertenti tra la loro Chiesa e quella Matrice”.

Sarà una sentenza del Regio Tribunale d’Appello di Venezia del maggio 1800 a porre fine ai dissidi cittadini sui quali era in corso un’interessante trattazione da parte di Pietro Cappellini, autore delle più note memorie paesane, nel momento della sua scomparsa.

Nell’immediata periferia di Lendinara, stante l’esigua distanza (2 km circa) dal capolugo, la frazione di Saguedo con le sue località si configura oggi come un’oasi tranquilla e rilassante grazie alla sua ridotta densità abitativa e all’assetto ambientale che – pur non presentando edifici di particolare interesse architettonico, eccezion fatta per la Chiesa di S. Barnaba Apostolo – offre varie tipologie di moderni servizi nel contesto di una comunità amalgamata dall’amore per i propri luoghi. E, in tema di salottiere divagazioni, tralasciando di nominare personalità del posto che si adoperano per il benessere degli abitanti, non appare fuori luogo accennare in questo contesto alle suggestive immagini relative a una delle località della frazione. Grazie infatti al rimbalzo mediatico favorito dal più famoso dei social nel gruppo “Sei di Lendinara se…” è ormai famosa la via Crosara, fotograficamente documentata quale sorta di “giardino delle delizie” attraverso le istantanee avvolte dal poetico e motivato campanilismo del suo autore, Ennio Zeggio.

Va infine ricordato che alcuni versi del poeta, scrittore e giornalista Giuseppe Bonafin, (Bepi) sono stati recentemente inseriti nel Libro d’Artista “Ultima luce” ideato e progettato nel 2017 dallo Studio d’Arte GS (Galleria Signorini). Stampato in edizione limitata (e contenente una tecnica mista su carta del pittore veneziano Gelindo Baron), include l’esaustiva biografia dello scrittore, deceduto novantenne a Rovigo e sepolto nel cimitero dell’amato luogo natìo.

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Come citare questo articolo

Laura Viaro. “La “devoluzione” di Saguedo”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-devoluzione-di-saguedo/

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