Lo specchio lievemente crespato su cui Toni contemplava i tratti evanescenti della propria immagine era quello di una sottile nicchia di mare. Stretta per tutta la lunghezza in entrambe le sponde da un intrico di arbusti e canneti, essa si stendeva muta fino a lambire non molto lontano i piedi di una grande duna dai contorni irregolari; guardando laggiù lui non riuscì a distinguere il cinereo della battigia dai sussulti di schiuma dei flebili flutti che vi si spegnevano.
La “piccola laguna”, come la chiamava, era alimentata da infiniti rivoli di acqua salata che penetravano furtivi fra i cespugli senza movimentarne la superficie; provenivano da un mare invisibile da qualsiasi punto della riva e lontano abbastanza da celare anche all’orecchio più attento il suo sciabordio.
Quel pomeriggio d’agosto l’acqua era la copia tangibile del grigiore che incombeva alto nel cielo. Ad abbracciare tutto l’orizzonte era uno strato di nubi uniformemente diffuso che sembrava pregno al punto da potersi scaricare in un copioso acquazzone. Eppure non si avvertiva nessun concreto indizio, cupo borbottio o distinto bagliore, che facesse pensare ad un imminente peggioramento del tempo. La cappa che Toni osservava sopra la sua testa era identica a quella di qualche ora prima, quando era uscito dall’appartamento per tirare fuori l’auto dal garage. E la totale assenza di brezza, che appesantiva l’afa, induceva a credere che il tempo non sarebbe cambiato nemmeno nelle ore successive.
Si voltò. Ad una ventina di metri di fronte a lui stava la villa di Maddalena, l’unico edificio ad affacciarsi su quello specchio d’acqua: una vecchia casa padronale, rimodernata e poi lasciata deperire, con una terrazza al piano superiore ricoperta di edere. Proprio lì, in un giorno di aprile di due anni fa, lui incontrò Maddalena. Accadde durante una festa organizzata dal padre di lei, un piccolo industriale milanese.
A Toni il posto era piaciuto molto con i suoi dintorni selvatici e incontaminati così come gli si erano presentati in occasione di quella festa; ora però, senza quell’andirivieni di risa e allegri schiamazzi e senza quella dolce frescura primaverile a diradare la densa umidità e l’acre salmastro dell’acqua stagnante, ora era un’altra cosa.
“Ehi, Toni!”.
Toni si volse in direzione di lei che si stava sbracciando dalla terrazza.
“Su, vieni dentro” gli gridò. “Ti devo parlare”.
L’interno della villa era dominato da un’ampia sala che dall’ingresso si estendeva su per due scalinate simmetriche fino al piano superiore. Maddalena, vestita di una blusa verde, stava appoggiata al parapetto in cui confluivano le due scalinate tra alcuni filamenti di ragnatela, che dalle travi del soffitto pendevano su di lei come impalpabili stalattiti, e girandole di moscerini che le turbinavano attorno alla faccia.
Quella mattina non si era truccata, non ne aveva avuto voglia, così il pallore del suo volto, naturale eppure inconsueto, appariva la maschera più adatta allo scenario che la circondava.
Dopo aver tentato di schiaffeggiare un paio di volte i moscerini che la infastidivano, si rivolse a Toni stizzita: “Ti ho visto ieri sera insieme alla mia amica, tu e lei soli soletti…”.
“Beh, che vuol dire? Non posso più parlare ad una ragazza?”.
“Senti, te lo ripeto per l’ultima volta: cerca di rigare dritto. Va bene? La mia pazienza è al limite”.
“Guarda che non hai capito. Io stavo soltanto…”.
“Invece ho capito perfettamente. Non sono mica scema. Il fatto che hai dieci anni meno di me e hai un fisico decente non ti dà il diritto di fare il playboy con tutte le donne che incontri. Credi che non lo sappia che stai insieme a me solo per interesse? Oh, ma io ti pianto, ti lascio così come ti ho trovato, senza una lira. Avessi almeno un minimo di classe, di savoir-faire… Invece non sei altro che un contadino, sempre con la tua solita cadenza veneta. Ah, proprio qui mio padre doveva dare quella festa, a Rosolina”.
Toni rimase in silenzio. Immaginava che qualunque cosa avesse detto in quel momento gli si sarebbe ritornata contro, così la rabbia che covava dentro si scatenò in un gran mal di testa. Sentendosi togliere il respiro dall’umida calura che impregnava l’interno della casa, uscì sulla terrazza alla ricerca di un po’ di frescura.
Ma là fuori a differenziare l’aria era solo una più intensa gradazione di salsedine. La cappa afosa che premeva da sotto le nubi sembrava aver inibito di ogni vitale mobilità le canne e gli arbusti, che incorniciavano la “piccola laguna” simili a rigidi steli d’avorio, e i grovigli di rovi più all’interno sparsi fra i cumuli di sabbia e la sterpaglia. E l’acqua stagnante, la cui uniformità non era intaccata nemmeno dal guizzo di un pesce, pareva un decantare di sogni remoti rispetto ai quali qualsiasi futuro cambiamento, che non fosse una rovina, era arduo anche solo da immaginare. Lo scenario che lui scorgeva, al di là del cinereo sipario di fronte ai suoi occhi, era quello di un’incondizionata resa fra le braccia di Maddalena, senza più avventure o interessi troppo coinvolgenti, senza più insomma spazi di libertà.
Così si rassegnò. Rientrò nella sala e, annullando la propria cadenza in un tono studiatamente contrito, dichiarò a Maddalena: “Scusami se ti ho offso, non l’ho fatto apposta. Ma, ti giuro, delle altre non me ne importa proprio niente e neppure dei tuoi soldi. Non lasciarmi. Farò tutto quello che vuoi. Ti amo”.
All’eco di quelle parole un gracchiare di gabbiani alto nel cielo risuonò come un applauso beffardo.
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Come citare questo articolo
Paolo Avanzi. “La dichiarazione”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-dichiarazione/