Capitava ogni tanto di ritrovarsi in valle Morosina, con tutto il parentado seduto in "cason", attorno al grande "fogolàro" dall'enorme cappa, per divorare delle solenni grigliate miste, cotte alla brace, di bòseghe, mecie, orate, branzini, anguille fresche di "colauro".
Era quello il momento preferito dall'anziano valligiano "Toni Rodelo" per raccontare l'origine del nome del nostro paese, e che noi nipoti, ormai con qualche mezza "ombra" in corpo, per via delle fette di focaccia "tocià" nel vin clinton, chiamavamo senza più alcuna soggezione: la solita "fòla".
Del fatto, narrato di generazione in generazione, fu diretto testimone il capostipite della sua famiglia, un certo Marchese "Juan Alfonso de Rodelo y Crepaldes" – il cui nome veniva abbreviato da tutti in "Don Rodelo" – arrivato dalla Spagna verso la metà del XVI secolo e stabilitosi in valle Morosina come maestro d'armi e di caccia della nobile famiglia veneziana dei Morosini.
La storia vuole che il nome Rosolina sia dovuto alla graziosissima Contessina "Rosolina Ferrònie Farnese" figlia del Conte "Jean-Baptiste Ferrònie", del Casato d'Orange, e della Duchessa "Matilde Farnese", nipote di Ottavio Farnese, Duca di Parma, nonché nipote del più noto Conte "Marçel Ferrònie". Questi si era trasferito dai Paesi Bassi in Italia nella prima metà del XVII secolo stabilendosi ad ovest del cordone delle dune di sabbia che proteggeva l'antica "Via Popilia" dal Mare Adriatico, nei pressi dell'odierno Ponte Rantin, sul Po di Brondolo, dove oggi c'è il confine che divide i comuni di Loreo e Rosolina. Col passare degli anni, data la sua bassa statura, venne comunemente chiamato "Conte Marçelin" e nel nostro dialetto polesano più semplicemente "El Masselin".
Tutto ebbe inizio da una fortuita congiuntura.
La Contessina Rosolina, affidata alla custodia del filosofo domenicano Giordano Bruno, era partita dai Paesi Bassi per andare a far visita al cugino Alessandro Farnese. Avevano appena ripreso il viaggio alla volta del Ducato di Parma, dopo aver trascorso la notte nella città di Cavarzere, quando avvenne l'incontro con il nobile veneziano Giovanni Mocenigo.
Il patrizio della Repubblica di San Marco era partito da Venezia per raggiungere il proprio "casòn de vale" (situato vicino alla chiesetta di Cà Moceniga che ancora oggi troviamo sulla strada per l'isola di Albarella) accompagnato, come sempre, dal fido cocchiere "Menego", conosciuto come "El Pajarolo", dato che era uso e famoso cornificare i contadini della zona nei pagliai, e dallo scudiero di origine teutonica "Lothar von Donaezel", da tutti ribattezzato come "El polissaio", visto che amava ripetere sempre lo stesso ritornello: "Ich bin Polizei".
Lungo il tragitto avevano operato una deviazione verso "La Torre Nova" (l'odierna Tornova di Loreo) per far visita ai familiari – lì stabiliti dopo il triste evento – del Provveditore Marcantonio Bragadin, comandante della guarnigione di Famagosta, catturato, torturato ed ucciso dai turchi nell'agosto del 1571.
Per il signorotto della Serenissima vedere la Contessina Rosolina ed innamorarsene fu un tutt'uno. Decise subito di invitarla, insieme al suo illustre accompagnatore, a trascorrere un breve periodo in quell'oasi di pace immersa nella natura che era Cà Moceniga.
Il primo ad avvistare la carrozza con l'illustre blasone dipinto sugli sportelli fu il capovalligiano "Tonon Canocia", originario di Chioggia, lì stabilitosi dopo il matrimonio con una certa "Giustina da Loreo", donna frivola e vanitosa, malgrado la misera e umile estrazione sociale, che passava il tempo nell'ozio più assoluto mangiando in continuazione "seme de suca". Nonostante il parere contrario della moglie, il buon "Tonon" si portò a vivere con loro anche l'anziana madre che, in breve, divenne per tutta Cà Sanudo la "vecia scaldarisi", dato il vizio, subito corso di bocca in bocca, di servire ai malcapitati commensali del "cason" il riso con i fagioli e le cotiche dopo averlo riscaldato anche per cinque giorni di seguito.
La "vecia scaldarisi", a dispetto dell'età avanzata, era senza alcun dubbio la persona più attiva e capace del "cason", una vera regina, despota della casa, che non perdeva occasione di ribadire la propria avversione nei confronti delle donne di Loreo "bibiando" continuamente il detto: "Donne luriane e cavai marinoti, luntan tri metri dai baguoti".
Giusto il tempo per ossequiare Sua Eccellenza e poi via, tutti alle proprie mansioni.
Il valligiano "Cesarin Briato" era già con la "negossa" in mano, pronto a pescare il pesce dal "colauro": branzini per il lesso, anguille e bòseghe per l'arrosto alla brace. Al brodin con l'orata, insieme ad uno straordinario esemplare di "masurin", selvaggina preferita dal munifico "siòr paròn", aveva già pensato la "vecia scaldarisi".
"Pierolo Spera", guardiavalle ed esperto "barcarolo", partì alla volta di una vicina valle per prelevare "Nane Munarin", noto cantastorie locale, molto conosciuto ed apprezzato "ché el tegnèa su 'na compagnia da lu solo".
Sarà stato il luogo incantevole, il piacere dell'originale cena al lume di candela, l'allegra compagnia, qualche "ciàcola" a lucirosse dello spassosissimo "Munarin", o la capacità di seduzione del signorotto veneziano, fatto sta che il cuore della Contessina andò in subbuglio, tra passioni, turbamenti, slanci romantici ed erotici. Solo con un abile gioco ad incastro, nelle prime settimane, riuscirono a fronteggiare l'asfissiante controllo messo in atto dal Bruno, abbandonandosi ad incontri amorosi sempre più audaci e aggrovigliati. L'intrigo clandestino ed il gusto del proibito si prestarono ad incandescenti maratone amorose e ben presto al ricco feudatario fu chiaro di non potere più fare a meno dell'incantevole Rosolina. Prese risolutamente la decisione di tagliare la zavorra ingombrante che bloccava il decollo del loro tenero e appassionante amore. Giovanni Mocenigo denunciò per eresia Giordano Bruno consegnandolo al Sant'Uffizio di Venezia il 21 maggio 1591. Nove anni più tardi il filosofo, condannato al rogo come eretico da Papa Clemente VIII, venne bruciato a Campo dei Fiori in Roma.
Fu sicuramente in omaggio alla conturbante bellezza della Contessina se troviamo, in alcune stampe topografiche dell'epoca, il nome "La Rosolina", in luogo di Cà Sanudo, per indicare il nostro territorio. La denominazione di Rosolina divenne ufficiale nel 1835 quando si affrancò da Loreo, di cui era frazione, divenendo comune indipendente.
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Oliviero Ferro. “La fola vecia”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fola-vecia/