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POESIA

La strada delle Valli

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 129–134

“Trenta!” esordì Giulia raggiungendo gli amici, riuniti sul far della sera nel consueto capannello della piazza centrale.

“Con quella minigonna avrai corrotto il prof.!” osservò Marco un po’ acido.

“Secchiona, secchiona!” intonarono in coro gli altri.

Parole che agli orecchi di Giulia suonarono come dolcissimi complimenti. Solo lei sapeva quanto aveva penato per quell’esame e quanta importanza gli avesse attribuito, condizionando al suo superamento perfino la prosecuzione degli studi universitari. Pienamente soddisfatta, rinfrancata in se stessa, si sentiva piena di energia, di voglia di vivere e di divertirsi. Ed era sabato, la serata più adatta per qualcosa di interessante.

“Ragazzi, dove si va stasera?” disse subito volitiva.

“A festeggiare Giulia nella discoteca più ‘in’ col ricco premio del… ‘Secchiello d’oro’” fece Enrico di buonumore.

“Approvato!” ratificò Elena.

“Partenza alle 22,30” si inserì Monica.

“E le stelle?” intervenne Marco. “È una serata limpidissima”.

E tutti ricordarono l’appuntamento col direttore dell’Osservatorio di S. Apollinare. Con loro era stato gentilissimo, chiaro nelle spiegazioni sul moto degli astri e coinvolgente nel documentarli sul funzionamento teorico degli strumenti. “Ma dovete venire di sera!” aveva aggiunto. “Bisogna passare dalla teoria alla pratica”. E loro avevano acconsentito con entusiasmo, prendendo appuntamento, se non ci fosse stata qualche perturbazione, proprio per quel sabato sera.

Giulia non dissimulò la propria delusione: “Avrei preferito uno scatenato ‘boogie-woogie’ !” disse. “Ma le stelle ci reclamano”.

“Eppure ti assicuro che Venere al telescopio ha la sua suggestione” riprese Marco. “E poi avrei un’idea” aggiunse con fare misterioso.

“Sentiamo!” intervenne Enrico un po’ diffidente.

“Dopo le stelle, una boccata d’aria marina e domani tutti in spiaggia!”.

“E magari nell’intervallo un sonnellino sotto un ponte!” fece Elena ironica.

“Ho pensato a tutto!” riprese Marco con un tono serio che non ammetteva battute demolitrici. “Siete mai stati al Rifugio del Delta? È un ostello vicino ad un ponte di barche, sul Po di Gnocca. È gestito dal C.T.G.; sono amici miei, lì troveremo da dormire. Oppure, meglio ancora, chiederemo loro di poter usare il casone galleggiante, ormeggiato non molto lontano dal rifugio. Che ne dite?”.

Questa volta Marco aveva certamente aperto una breccia nel muro di diffidenza degli amici, che lo guardavano molto più interessati.

E subito fioccarono le domande: “Ma dov’è precisamente quest’ostello? Cos’è questa storia del casone galleggiante? Bisogna portare i sacchi a pelo?”.

Marco sentiva che ormai erano dalla sua parte, e cominciò con una certa teatralità, imitando la voce del professore di italiano del liceo, grande cultore del Manzoni: “In un ramo del Delta padano, che corre verso oriente, c’è… C’è tutto per una notte alternativa!” tagliò corto. “Vestirsi in modo sportivo, portare il sacco a pelo per dormire e il costume da bagno per domani. Alle 21.30 – aggiunse – appuntamento all’Osservatorio: un paio d’ore con le stelle, un’oretta per il trasferimento a Gorino Sullam, ninna nanna sul fiume e domani tutti al mare. Che volete di più?”.

“Magari una discoteca” fece Enrico, ma la frase gli morì in gola: era infatti evidente che l’idea della notte alternativa aveva ottenuto l’approvazione di tutti.

E puntualmente alle 21,30 si ritrovarono all’Osservatorio, dove Enzo, il direttore, li accolse prodigo di informazioni di astronomia e sempre disponibile a puntare l’obiettivo del telescopio sugli anelli di Saturno o sui crateri lunari.

Poco prima di mezzanotte, dopo ringraziamenti non di rito e promesse di un prossimo ritorno, presero commiato per raggiungere il Delta.

Lungo il tragitto parlarono a lungo di astri, cercando di riconoscerli ad occhio nudo, mentre si infittiva il concerto dei grilli, intervallato dal canto delle querule rane.

Man mano che si avvicinavano alla meta, l’aria si faceva più fresca ed un alito notturno accarezzava le canne lungo le rive del fiume.

“Ecco l’ostello!” indicò Marco illuminando con i fari dell’auto la struttura rosa che sembrava immersa nel sonno.

Ma qualcuno ancora vegliava. Ai ragazzi furono consegnate le chiavi del galleggiante di Ca’ Lattis, con il consiglio di trovarsi l’indomani all’ostello entro le 7,30: dopo la colazione del mattino era infatti in programma un’escursione al Delta settentrionale, lungo la stretta “via delle valli”, un percorso suggestivo che collega il Po di Levante all’Adige.

Raggiunsero il casone galleggiante che, nel silenzio della notte, sembrava il signore del fiume a riposo. Costruito con cura, seguendo i dettami di una sapienza antica, era ormeggiato in una insenatura circondata da salici, pioppi e da un fitto canneto. All’interno, un’indefinibile atmosfera di pace e ristoro coinvolse i ragazzi che, scambiatasi la buonanotte e manifestato un convinto apprezzamento per quel rustico e ineguagliabile ricovero, si predisposero a dormire.

Lo sciabordio della corrente fluviale, che lambiva le fiancate del galleggiante, si confondeva col fremito lieve delle fronde dei pioppi. Si percepivano in lontananza indecifrabili voci improvvise della natura, e su tutto dominava la nota rassicurante del canto dei grilli. Un senso di tranquillità sconfinata invase l’animo dei giovani che non tardarono a prendere sonno.

L’indomani fu Monica a dare la sveglia, allegra e volitiva, aprendo decisa le imposte. “Il fiume ci aspetta e il sole è già alto” disse soffermandosi a guardare la corrente che, oltre l’insenatura, fluiva rapida e incessante verso la foce.

Filtrati dal verde fogliame, i raggi del sole disegnavano mutevoli arabeschi sul pavimento, mentre ad uno ad uno i ragazzi si appressarono alle finestre, conquistati dal gioco dell’acqua, alla quale i raggi mattutini conferivano un caldo colore dorato. Un frullo di uccelli si mosse rapido dal canneto.

“Vedremo gli aironi?” chiese Giulia.

“Certo, sbrighiamoci!” intervenne Marco.

All’ostello la colazione fu rapida e allegra, intervallata dalle presentazioni di un gruppo di ragazzi torinesi con cui avrebbero condiviso la giornata. Fuori li attendeva un pullman con Lauretta, l’animatrice turistica dell’ostello. Caricate le bici, i giovani presero posto sul mezzo, che partì salutato da altri soggiornanti per i quali era previsto un programma in loco.

Lauretta fu prodiga di informazioni sul territorio, sottolineando come la formazione del Delta padano debba ascriversi sia all’azione del grande fiume, sia all’intervento dell’uomo, particolarmente memorabile nell’anno 1604 con il taglio di Porto Viro, una realizzazione idraulica voluta dalla Serenissima per deviare a Sud-Est il ramo principale del Po, e salvare la laguna veneta dall’interramento. In seguito, con opportuni interventi di delimitazione e di deflusso delle acque, furono create le grandi valli da pesca, mentre solo dalla fine del secolo scorso, con l’introduzione di idrovore a vapore, si realizzò in modo definitivo la bonifica delle zone paludose del Delta, trasformate in fertili campagne. E proprio nei pressi della grande idrovora di Ca’ Vendramin fu fatta la prima sosta, per una rapida visita ai vecchi impianti, nucleo fondamentale del progettato Museo Regionale della Bonifica.

Il tragitto riprese raggiungendo la strada Romea e superando il Po di Venezia prima e di Levante poi, per procedere sulla strada che costeggia la riva sinistra di quest’ultimo ramo settentrionale del fiume, la cui foce – informò la guida – è visibile qualche chilometro più avanti presso l’isola di Albarella.

Ben presto sulla sinistra si delinearono le valli, grandi specchi azzurri dalle forme irregolari, bordati da lingue di terra verdeggianti.

“Hai presente le vetrate di una cattedrale gotica?” disse Marco rivolgendosi a Giulia.

“Certo, perché?”

“I vari riquadri di vetro colorato sono uniti da legature in piombo che percorrono tutta la vetrata. Ecco, quei cordoni di terra che emergono dalle acque vallive mi ricordano le venature in piombo delle vetrate gotiche”.

“Suggestivo!” osservò Giulia con vivo compiacimento, mentre si accingevano a scendere dal pullman.

Scaricate le bici, fu imboccata la stretta strada delle valli che si snoda sinuosa tra arginature secolari.

“Ci troviamo nel comune di Rosolina, nota ai più per le bianchissime spiagge…” informava l’animatrice turistica, mentre i ragazzi pedalavano allegri verso la prima tappa: il casone Venier, la cui originale architettura avevano avuto modo di ammirare in un poster dell’ostello.

All’arrivo, i click delle macchine fotografiche facevano da sfondo alla voce di Lauretta che illustrava le caratteristiche della struttura, il significato del grande camino circolare con comignolo a dado, l’importanza della “cavana”, costruita in canna per il ricovero delle barche, e l’utilizzo del “casonetto” con pareti in muratura e tetto in canna per riporre i vari attrezzi dei “vallesani”. Poi parlò dell’eccitazione che si vive nella valle nel periodo della “fraìma”, la stagione della pesca che va da ottobre a Natale, allorché il pesce cerca di uscire dalle acque della valle, che si stanno raffreddando, per raggiungere il mare. Orate e branzini, attratti da l’acqua marina più calda, appositamente immessa nella valle attraverso il “colauro”, vengono convogliati nei “lavorieri” dove si attua il prelievo degli esemplari che hanno raggiunto lo sviluppo richiesto.

Tutti ascoltavano attenti, affascinati da un modo di vivere e lavorare fino a poco prima completamente sconosciuto e inimmaginabile. La brezza marina mitigava il calore del sole, mentre i ragazzi, conquistati dal sapore genuino del luogo, continuavano a porre nuove domande all’animatrice. Poi, inforcate nuovamente le biciclette, si portarono presso il vicino oratorio Moceniga, muto testimone di un illustre passato, incredibilmente privo di difese nei confronti degli attacchi dell’implacabile incedere del tempo. Solo un attimo di mestizia, perché tutto lì intorno sembrava parlare il linguaggio della vita, esaltata dalla dolce fragranza dei fiori solatii delle ginestre e dai mille voli nel cielo cristallino.

Vari stormi di gabbiani fendevano l’aria con ampie volute, interrompendo il cadenzato remigare per sfruttare al meglio il gioco dei venti: con le ali tese, quasi immobili nel cielo della valle, mostravano di contro una incessante mobilità del capo, sempre intenti ad ispezionare le acque alla ricerca di cibo.

Più tranquille e solitarie, candide garzette dal lungo becco scuro compivano brevi voli, sostando con portamento elegante nelle acque basse, mentre poco oltre due tuffetti sembravano giocare a rimpiattino.

Riconoscere gli uccelli di valle divenne ben presto una specie di gara tra i ragazzi, che si disputavano l’utilizzo dell’unico binocolo per cogliere il tarabuso affacciarsi dai canneti o il cavaliere d’Italia che, orgoglioso sulle sue gambe lunghissime, superava disinvolto un guado interdetto agli altri volatili.

“E l’airone?” chiese Giulia rivolgendosi a Lauretta.

“Il Delta bisogna conquistarlo, non si può avere tutto la prima volta” rispose saggiamente l’animatrice, aggiungendo: “Spero che tornerai”.

“Su questo non c’è dubbio” rispose convinta.

“Abbiamo imparato un sacco di cose!” intervenne Elena soddisfatta.

“E se non mi sbaglio con vero piacere” sottolineò Marco.

“E pensare che qualcuno ieri sera quasi piangeva quando si decise di lasciar perdere la discoteca” si inserì Enrico con autoironia.

Lasciandosi la valle di Bocca Vecchia alle spalle, completarono l’itinerario, raggiungendo la località di Portesine, dove li attendeva il pullman che li avrebbe portati al ristorante per il pranzo.

“Ragazzi, sono proprio contenta!” esclamò Giulia. “Ho visto il paradiso terrestre”.

“Vorrai dire la prima metà”, intervenne l’animatrice turistica che, allo sguardo interrogativo dei ragazzi, si affrettò ad aggiungere: “L’altra metà la vedremo nel pomeriggio; stamattina ci siamo soffermati sulla fauna, più tardi, al Giardino Botanico di Porto Caleri ci faremo una cultura sulla flora, guidati da una guardia forestale preparatissima”.

“Ma tu, Marco – intervenne Giulia – lo sapevi che qui c’erano tutte queste cose da vedere?”.

“Qualche sospetto per la verità ce l’avevo, ma so che è difficile essere creduti. Sentite, ragazzi – aggiunse con finta serietà – non diciamolo a nessuno. Chi ci crederebbe?”.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “La strada delle Valli”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-strada-delle-valli/

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