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UN RICORDO

La grande alluvione

Cinquant’anni fa il Polesine sommerso dalle acque

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 66–79

Polesine e Alluvioni

Per secoli la storia del Polesine è stata costellata dal ripetersi di fenomeni alluvionali di portata a volte disastrosa altre limitata, a seconda della gravità della situazione climatica. In alcuni casi si trattò di eventi veramente devastanti. Tra tutti, due in particolare sono da ricordare: il disalveamento dell'Adige, a seguito della rotta della Cucca (VR), verificatosi negli ultimi anni del VI secolo con la creazione del nuovo corso, e l'inondazione provocata dalla rotta di Ficarolo verificatasi a metà del XII secolo, che diede vita al nuovo alveo del Po chiamato poi Po di Venezia.

Con le esondazioni dei due grandi fiumi dunque gli abitanti di questa terra anfibia hanno in qualche modo da sempre dovuto convivere, rassegnandosi, specie nelle zone più periferiche, ad una vita non infrequentemente limitata alla pura sopravvivenza. Ci si cibava con prodotti della pesca e della raccolta di erbe alimentari, mentre per gli spostamenti si utilizzavano prevalentemente le vie d'acqua, dato che le strade troppo spesso si arrestavano davanti a specchi paludosi di antica o recente formazione.

Poi, specie a partire dalla seconda metà dell’800, presero il via interventi di indubbio rilievo, con l'obiettivo di dare un assetto stabile al territorio: furono innalzati gli argini dei fiumi, vennero scavati grandi canali di scolo in grado di far defluire le acque stagnanti verso il mare (il più importante il Collettore Padano Polesano) o verso bacini di raccolta, ed entrarono in funzione risolutivi sistemi di smaltimento delle acque stagnanti, innalzate dalla forza meccanica di potenti idrovore e spinte nei fiumi.

Anche in Polesine dunque si affermarono le idee del Positivismo, la convinzione che l'uomo, grazie alla scienza e alla tecnologia, poteva essere in grado di vincere l'atavica lotta contro indesiderati aspetti dell’ambiente naturale. Simbolo di questo clima di rinnovata fiducia e volontà di riscatto furono proprio le idrovore. Centinaia di pompe idrauliche, entrarono in funzione, azionate dalla forza motrice del vapore, riuscendo, dopo secoli di vani tentativi, ad eliminare definitivamente le paludi ed il flagello della malaria. Campagne ubertose sostituirono le zone palustri, strade e ferrovie cominciarono a solcare anche il Polesine, togliendo questa terra da una antica marginalità.

L'alluvione del 1951

La lotta alle acque distruttrici sembrava dunque vinta: dal 1882, anno della devastatrice alluvione dovuta alla rotta dell'Adige presso Legnago, la storia del Polesine sotto il profilo della sicurezza idraulica sembrava davvero cambiata. Poi, improvvisamente, nel novembre del 1951, a seguito di violente precipitazioni che nell'arco di un mese avevano flagellato l'intera penisola, il ritorno della grande paura. Ed il 14 Novembre 1951 la tragedia ebbe il suo inizio nella zona di Occhiobello: ore 19.45 cedimento dell'argine a Paviole, ore 20.00 squarcio a Bosco, ore 20.15 a Malcantone.

E l'acqua dilagò, con furia inarrestabile, distruggendo case, stalle, strade e ponti, seguendo l'inclinazione della pianura verso la parte centrale ove scorre il Canalbianco.

Dense di pathos e di concitato lavoro le ore che precedettero la rottura degli argini. Il silenzio della trepida attesa, ricorda un testimone, era rotto da alti muggiti dei bovini che mettevano i brividi, mentre venivano forzatamente allontanati dalle stalle dei paesi rivieraschi. Gli argini, che dai primi giorni di Novembre erano stati meta di sopralluoghi sempre più allarmati, il giorno 14 divennero in molti punti del Polesine teatro di improvvisati e frenetici cantieri: la gente accorreva portando sacchi di juta e terra per costruire nuove difese all'acqua che, inarrestabile, continuava a salire di quota causando angoscianti infiltrazioni e minacciando ormai di tracimare.

A Bergantino tutto il paese accorse sull’argine, ingaggiando una gara contro il tempo, riuscendo in poche ore a formare un soprassoglio con sacchi riempiti di terra e poi trattenendo perfino con le mani le migliaia di sacchi sempre più a contatto con la scura corrente¹. E anche nei paesi vicini l'attività fu spasmodica: " … Si lavorava in silenzio – leggiamo in una memoria del maestro Franco Cavallari di Ficarolo² – … solo qualche rosario di imprecazioni … L'acqua schifosa continuava ad arrampicarsi … La prima fila di sacchetti era ormai superata e di nuovo si scorgevano infiltrazioni. Eravamo sfiniti, moralmente e fisicamente … la lotta era troppo impari: inutile cercare di resistere ancora. Ad un tratto una voce: -Cala … cala … sì, sta calando … sta calando … -. Via badili e sacchetti e pale, e tutti in ginocchio a controllare il miracolo sul bastoncino. Calava, sì, e la sua velocità aumentava a ritmo incalzante. Ci guardammo sgomenti: -Ha rotto, deve aver rotto qui vicino … -. Passò uno di corsa: -Dicono che abbia rotto ad Occhiobello … -. Un paio di persone si allontanarono dal gruppo in cerca di notizie più precise. Improvvisamente le luci si spensero ed il paese svanì nel buio. Provai un brivido. Gli indumenti umidi di sudore mi intirizzivano … ".

Nelle ore antecedenti alla rotta, lungo il Po lavoravano migliaia di persone: non tutte però con la stessa alacrità, come ci testimonia Gian Antonio Cibotto, giornalista del Gazzettino, che per rendersi conto della situazione aveva raggiunto Polesella³: " … notiamo un andare e venire di ragazzi, con torce in mano, e gruppi di gente, perfino suore, bambine, che riempiono sacchi di terra e li passano a quelli che stanno sulla sponda, in modo confuso, disordinato. Per dieci che lavorano ce ne sono venti che scherzano con le torce, fumano, ridono, o stanno seduti a mangiare. Si tratta di operai disoccupati che sono venuti da Rovigo o provincia. Alcuni appena mi riconoscono vengono a chiedermi da fumare, ma un carabiniere ci avvisa che sono mezzo ubriachi e che, poco prima, affinchè lavorassero ha dovuto minacciarli con la pistola … ".

Alle 20,30 si diffonde frattanto la notizia del cedimento dell'argine ad Occhiobello ed il giornalista, con due colleghi del Gazzettino ed il fotografo Zike, sale sull’auto per portarsi a tutta velocità sul punto della rotta. Una corsa ben presto interrotta, perchè la strada arginale è invasa di gente.

Si apre un nuovo tragico scenario: quello degli alluvionati. "Sfiliamo – nota Cibotto – accanto a una litania di gemiti, lamenti, richiami, smarrimenti, invocazioni. Sono dovuti scappare così come si trovavano, magari, svegliati nel sonno, senza aver modo nemmeno di prendere una camicia di ricambio. I più fortunati hanno potuto tirarsi dietro le bestie che, legate ai carri, osservano pigramente il trambusto. Sembra di essere tornati indietro di qualche anno, ai giorni della guerra: lo stesso scappare disordinato, lo stesso guardare implorante. Il guaio peggiore è poi causato dall'oscurità che, ispessita dalla nebbia, rende tutto più sinistro, fantomatico. E dal freddo mordente". ( … ) "Siamo ormai in vista dello squarcio. L'acqua entra con una velocità ed un fragore di cascata, scaraventando ondate furiose contro l'argine, che si sgretola aprendo sempre più la bocca … arretriamo di qualche passo. Zike invece rimane imperterrito sull'orlo a scattare fotografie, sordo ai nostri richiami e preso come da una voluttà incosciente. L'idea del servizio infatti lo elettrizza. Dobbiamo afferrarlo per un braccio e trascinarlo via".

Relativo allo stesso drammatico momento è l’appunto del diario del maresciallo Angelo Tonet⁴, comandante della stazione dei Carabinieri di Castelguglielmo: "Quest'arma, alla prima notizia dell'impossibilità di contenere ulteriormente la piena ad Occhiobello, conscia della gravità del sinistro che incombeva sulle popolazioni e le loro cose, provvedeva ad avvertire casa per casa tutta la popolazione delle borgate più a prima minacciate, esortandola ad allontanare subito il bestiame e mettere al sicuro quanto più era possibile ed allontanarsi essa stessa verso il Canalbianco ed oltre, appena il pericolo si avvicinava … ".

I primi soccorsi

L'evacuazione della zona tra il Po ed il Canalbianco è spasmodica. Da Rovigo, inviati dal neocostituito Comitato di Emergenza, partono dei camion per prelevare gli sfollati prima che le acque raggiungano il Canalbianco. Accorrono i Vigili del Fuoco, giungono i primi volontari, si chiede l'intervento dell’Esercito, vengono requisite varie barchette sul Canalbianco per raggiungere abitazioni sparse nella campagna, ormai isolate dalle acque.

Il dramma in breve moltiplica il numero degli interventi di grande altruismo, come quello documentato da Bruno Visentin di S. Benedetto Po⁵, giunto con alcuni amici a bordo di una imbarcazione nei pressi delle rotte di Occhiobello. Tra le due falle, sopra un isolotto che la corrente riduceva progressivamente, alcune persone, ivi rifugiatesi prima della tracimazione con i loro animali, invocavano aiuto. "Io ero a prua – racconta Bruno Visentin – incaricato di 'volare' a terra appena fosse stato possibile; incoscienza e paura non mi hanno dato il tempo di pensare: appena la misura mi è sembrata superabile ho spiccato il volo, i piedi sono finiti in acqua, mi sono aggrappato ad un pioppo, ero salvo . … La gente che era ad attenderci ci ha salutati come eroi, mentre l'acqua scorreva veloce nelle due falle … ".

La scura massa liquida frattanto invade la pianura travolgendo ogni cosa. La sottovalutazione della reale portata del fiume e l'assurda scelta di una linea tranquillizzante presa dalle autorità avevano bloccato nei giorni precedenti possibili iniziative di sgombero: nessun avvertimento ad esempio era stato dato agli zuccherifici e ai consorzi agrari i cui magazzini erano pieni di zucchero, grano e concimi, tutte ricchezze che vengono ben presto rese inutili dall'acqua fangosa. Vengono raggiunte le fattorie sparse nella campagna: migliaia di capi di bestiame si trovano ben presto senza scampo avvolti dai flutti limacciosi.

La fuga di molte persone è disperata e priva di coordinamento. C'è chi, raggiunto dalla corrente irrefrenabile, si mette in salvo arrampicandosi sugli alberi, chi di fronte all'aumentare del livello delle acque preferisce raggiungere i piani più elevati della propria abitazione, per poi trovare la salvezza praticando una breccia sulla copertura di tegole ed issarsi sul tetto in attesa di aiuti.

Già nelle prime ore del 15 Novembre le acque raggiungono a settentrione l'argine destro del Canalbianco e ad oriente quello della Fossa di Polesella. Si forma un grande lago ricolmo di acqua alluvionale, agitata da una forte corrente che sposta detriti di ogni genere.

I Vigili del Fuoco sono tra i primi ad accorrere, chiedendo l'immediato intervento di mezzi anfibi dalle altre province del Veneto e dell'Emilia. Squadre di battellieri giungono dallago di Garda, mentre altri gruppi vengono costituiti in loco. Sono momenti contrassegnati dal senso del dramma collettivo, che fanno registrare eccezionali risultati negli interventi di salvataggio, alcuni dei quali vengono portati a termine miracolosamente. Non mancano gli incidenti, come quello capitato ad una squadra del Comando dei Vigili del Fuoco di Padova⁶: dopo aver tratto in salvo alcune persone nella zona tra Frassinelle e Canaro il mezzo anfibio urta violentemente il parapetto di un ponte occultato dall'acqua limacciosa. Lo scafo, gravemente lesionato, iniza ad imbarcare rapidamente acqua tra la disperazione degli occupanti. Nelle vicinanze si scorge un traliccio dell'alta tensione verso cui il pilota dirige il mezzo a tutta velocità. Le cinque persone precedentemente tratte a bordo, tra cui un ottantenne, sono costrette ad arrampicarsi sul traliccio assieme ai vigili che provvedono poi a legare tutti con corde ai ferri dell'intelaiatura perchè non precipitino in acqua, mentre assistono sbigottiti all'inabissarsi del mezzo anfibio. Dopo quattro angosciose ore, finalmente soccorsi.

I soccorsi non giungono invece in tempo per portare in salvo gli occupanti di quello che è stato definito come "il camion della morte". Il mezzo, ricolmo di persone salite a bordo nella zona tra Pincara e Frassinelle, viene circondato dalle acque che bloccano il motore. E' un'agonia lenta e disperata: 84 persone perdono la vita. Solo un paio, tra cui l'autista del mezzo, abbandonatesi a nuoto al flusso della corrente, riescono a porsi in salvo e ad essere poi raggiunti dalle squadre di soccorso⁷.

Per tutta la notte e ed il giorno proseguono i salvataggi, nel corso dei quali si verificano episodi di autentico eroismo, mentre a Rovigo si susseguivano spasmodiche riunioni per fare il punto della situazione e cercare di capire la vera portata dell'alluvione.

Tagliare o no gli argini della Fossa di Polesella per far defluire l'acqua alluvionale verso il mare, allagando però in questo modo nuovi territori? Chi sollecitava una tal decisione veniva accusato di disfattismo. I tecnici assicuravano inoltre che le acque non avrebbero raggiunto Rovigo, tenute a freno dagli argini del Canalbianco. Ipotesi queste tutte smentite dalla virulenza delle acque alluvionali che ben presto scavalcano le arginature del Canalbianco puntando sul capoluogo.

"Ore 18: la popolazione viene invitata a sgomberare Rovigo. Mentre scendono le brume della sera per due ore le vie della città sono inquietate dall'urlìo roco degli altoparlanti che si sgolano da due macchine in corsa affannosa … Momenti drammatici al Genio Civile – nota Cibotto⁸ -. I tecnici hanno ormai perso la testa e non si pronunciano più su alcun problema … Non riescono nemmeno a precisare l'altimetria del capoluogo". E intanto le acque giungono a lambire i quartieri più bassi della città.

Il ruolo delle istituzioni

Sul fronte dei soccorsi si registrava frattanto l'intervento provvidenziale di vari reparti di genieri, non solo italiani, ma anche francesi, inglesi ed americani con efficienti mezzi anfibi. Alcuni importanti interventi vengono effettuati anche da elicotteri militari. Contemporaneamente si procedeva, soprattutto nella provincia di Padova, ad allestire i primi campi di raccolta per gli sfollati.

A Rovigo pullman e treni sono presi d'assalto.. "Dalla stazione – racconta Cibotto – partono treni carichi di scampati, diretti nei luoghi più disparati della penisola … la confusione, il disordine e l'abbandono mi fanno subito ricordare i giorni dopo la liberazione, quando gli inglesi, divelti i binari, si fecero strada per i loro automezzi. Regna lo stesso senso di disfacimento, di provvisorietà e, come allora, le valigie sono quasi sparite, per lasciar posto ad enormi fagotti legati con lo spago, oppure avvolti con grandi fazzoletti neri … Dietro ad ogni finestrino, muti, desolati, volti di bimbi, di vecchi, di uomini e donne. Nemmeno un cenno di saluto, un breve 'ciao' fatto con la mano, un fazzoletto sbandierato in segno di addio, come sempre avviene alle partenze".

Proprio in questo momento, in cui si sarebbe dovuta registrare la massima unità di intenti, a Rovigo è in atto un insanabile braccio di ferro. Si assiste allo scoppio di un grave contrasto di natura sostanzialmente politica: il prefetto, rappresentante del governo di orientamento democristiano, destituisce il Comitato di Emergenza, presieduto dal presidente della Provincia Alfredo De Polzer che guidava una giunta socialcomunista⁹. L'accusa è di incapacità e faziosità politica. Il momento è quanto mai delicato.

I vertici dello Stato intervengono frattanto con messaggi tesi a rassicurare e testimoniano tutta l'attenzione al Polesine sinistrato con la presenza delle massime autorità: il giorno 16 Novembre giunge in visita lo stesso presidente del Consiglio De Gasperi, seguito dopo due giorni dal presidente della Repubblica Einaudi. L'incarico di coordinare gli interventi più urgenti viene affidato all'on. Giuseppe Brusasca, che aveva dato prova di efficienza in Africa nei territori ex italiani.

L'inondazione del basso Polesine

Frattanto il giorno 16 Novembre l'acqua dilaga verso Adria, mentre tardivamente, viene deciso il taglio della Fossa per favorire il deflusso dell'immensa quantità di acqua verso il mare. Una decisione ormai ineluttabile, dato che gli argini della Fossa in più punti avevano già ceduto.

Adria, che secondo le assicurazioni doveva essere interessata da un allagamento non più alto di mezzo metro, viene invece investita da un'ondata crescente.

"Nel cuore della notte – ricorda in un suo scritto Aldo Rondina¹⁰ – un suono di campana che non potrò mai dimenticare, così triste, così forte, così cupo, ci fece scendere e vestire in fretta, perchè era segno di grave pericolo … In un baleno, seguendo mio padre fui in strada … mi trovai dinanzi ad un lago enorme che avanzava lento ed inesorabile. Era uno spettacolo tremendo: l'acqua portava con sè di tutto; raccolsi un astuccio con il pennino, come si usava allora, probabilmente uscito dalla cartella di un bambino di chissà quale paese. Su quell'astuccio, poi, con il temperino che tenevo in tasca incisi una data che non potrò scordare più: XVI NOVEMBRE!".

Giornata di disperazione per i paesi del bassopolesine: "Nella prima mattinata – continua Rondina documentandoci la situazione di Adria – l'acqua entrava nelle vie attraverso i tombini ed a poco a poco saliva oltre il livello dei gradini d'ingresso delle abitazioni … si faceva largo tra i pavimenti, attraverso mille fessure e penetrava per le fognature collegate all’esterno … Si aprì allora una gara di solidarietà grandiosa: ogni barriera personale, ogni riservatezza fu abbattuta. Intere famiglie, spinte dalla necessità e dalla paura si trasferirono con i mezzi di fortuna improvvisati da una casa all'altra per sentirsi più al sicuro".

Poi l'incubo della prima notte, ai piani alti delle abitazioni circondate dalle acque: "…tutto attorno parlava di tragedia. Il buio pesto, calato con la notte sopra l'enorme lago, rendeva ancor più pesante il passar delle ore. Ogni tanto si sentivano degli spari, forse di gente arrampicata sui tetti che cercava di attrarre l'attenzione delle Forze dell'Ordine … Ci trovavamo in venti in tre stanze. Da una casa vicina giunsero, con una specie di teleferica improvvisata alcuni materassi … il freddo si faceva sentire … ".

La situazione peggiora rapidamente, il cibo nelle abitazioni è sempre più scarso. Iniziano gli abbandoni delle case invase dall'acqua a bordo di barche di volontari provenienti da Chioggia e Goro. "Qualcuno – ricorda con tristezza Rondina – incominciò a girare per le strade allagate con un megafono invitando tutti a rendersi disponibili a partire perchè c'era il pericolo del diffondersi di epidemie. Fin qui niente da dire. Ma, con un tono di sadismo, quella voce aggiungeva notizie strampalate che denotavano ignoranza e poco tatto con la gente … – I morti galleggiano nel cimitero – ripeteva quella voce – e presto raggiungeranno anche le vostre case -. Questi erano gli argomenti usati! Molti, comunque, a corto di viveri e di acqua si videro costretti a chiamare la barca per dirigersi verso la salvezza … ".

La popolazione di Adria è costretta a sfollare in massa. Stessa sorte tocca a tutti gli abitanti dei paesi bassopolesani: Papozze, Donada, Contarina, Loreo, Rosolina.

L'imponente massa d'acqua, che continua frattanto a defluire dalle falle di Occhiobello, trova nella zona del Delta un ostacolo nella sua corsa verso il mare: la linea delle dune fossili tra Rosolina e Donada. Una parte della corrente prende allora un itinerario imprevisto, piegando prima a nord fino all'argine dell'Adige per ritornare quindi verso il medio Polesine. L'alluvione interessa così Cavarzere, Pettorazza, S. Martino di Venezze. L'acqua risale il corso dell’Adigetto e del Ceresolo ripresentandosi alla periferia di Rovigo, questa volta da Est.

Poi il flusso principale il 21 Novembre trova finalmente sfogo in mare, dapprima seguendo il corso del Po di Levante e poi, dal 25 Novembre, travolgendo gli argini delle valli da pesca di Rosolina e Donada.

Le cifre dell'alluvione

100.000 ettari di superficie, più di metà dell'intera provincia risultano sommersi dall'acqua. Il Polesine ha un volto spettrale: i paesi abbandonati, le falle di Occhibello ancora attive, sull'immensa palude galleggiano carogne di animali, dappertutto crolli e distruzione. I bilanci definitivi diranno che dal Po siano fuoriusciti complessivamente 8 miliardi di metri cubi di acqua, danneggiando gravemente o distruggendo del tutto 5.674 case, interessando 13.000 aziende agricole con danni enormi alle colture e provocando una vera ecotombe di animali: 5.000 bovini, 28.000 suini, 20.000 conigli, 350.000 volatili.

In tanto disastro restano incredibilmente bassi i numeri dei morti: 88. Alle 84 vittime del camion bloccato a Frassinelle, ne vanno aggiunte tre causate dal rovesciamento di una barca in località Occhiobello ed un disperso.

Incalcolabile la cifra della disperazione: oltre 180.000 polesani devono lasciare precipitosamente le loro case verso un destino ignoto.

La catena della solidarietà

La macchina dei soccorsi frattanto funziona a pieno ritmo: la Croce Rossa e la Pontificia Commissione di Assistenza sono tra le più sollecite nell’allestire centri di accoglienza e mense, nel raccogliere e smistare capi di vestiario, coperte e far fronte alle più disparate necessità della crescente massa degli sfollati. Molto attive anche altre organizzazioni come le A.C.L.I., l’E.C.A., l’A.A.I. (Amministrazione Aiuti internazionali), i Sindacati. Utilissimo il ruolo svolto dai radioamatori, che allestirono una rete coordinata da Padova.

I giornali e la radio danno notizie continue dell’immane tragedia che ha colpito il Polesine, agevolando la nascita di quella che viene definita "la catena della solidarietà". Raccolte di denaro e offerte di aiuto e ospitalità giungono da varie parti d’Italia e del mondo. Organizzazioni politiche e sindacali, imprenditori o semplici cittadini sono impegnati in una nobile gara umanitaria.

Lo sfollamento dei paesi alluvionati è rapido: il Polesine, che allora contava oltre 350.000 abitanti, viene lasciato da più di metà dei residenti¹¹: la stima degli sfollati oscilla tra i 180 e i 190.000. Si aprono gli edifici delle colonie estive per ospitare profughi, con particolare attenzione ai bambini che, oltre al vitto e all’alloggio, troveranno modo di frequentare regolarmente la scuola. Interi nuclei familiari troveranno ospitalità presso parenti o famiglie che, in varie province dell’Italia settentrionale e centrale, aprono le loro case agli alluvionati del Polesine.

E' una vera diaspora. I profughi incontrano per lo più situazioni di conforto, ma non mancano casi di disagio e recriminazione per gli aiuti ritenuti insufficienti.

In ogni caso le comunità locali si disaggregano, disperdendosi nei mille rivoli attivati dalle varie disponibilità di accoglienza. In questo contesto un sacerdote, don Giuseppe Manfrinato, parroco di S. Apollinare, intuendo il disagio di tanti parrocchiani riparati in varie località, nei primi giorni di dicembre invia una lettera aperta a 24 giornali, indirizzata ai propri parrocchiani, invitandoli a comunicargli ogni necessit๲. L’iniziativa ha un riscontro immediato. Dopo qualche giorno cominciano a pervenire al sacerdote decine di risposte. Alla fine saranno censite oltre 50 località di provenienza. In tutte le missive si manifesta gratitudine per l'iniziativa del parroco. Per lo più si esprime nostalgia per il paese abbandonato, si chiedono notizie di amici e parenti ed in alcuni casi si enumerano le necessità, per risolvere le quali l'intraprendente sacerdote non mancherà di attivarsi.

E' un Natale amaro quello che gli sfollati passano lontano dai loro paesi, dove però non manca il calore della solidarietà. Presso la Comunità di Marina di Massa che aveva accolto nelle grandi colonie centinaia di polesani, il Natale – ricorda Aldo Rondina – fu vissuto con intensità: "La partecipazione alla Messa di Mezzanotte fu totale e, bisogna dire, fu una grande testimonianza di speranza cristiana per un sollecito rientro a casa. Molte furono le visite di delegazioni. Ebbe inizio la distribuzione di indumenti e, persino, di sussidi in denaro".

La macchina della ricostruzione

Frattanto in Polesine, dopo le giornate dell'angoscia e della disperazione, si mette in moto la macchina della ricostruzione: l’on. Busasca, indicato fin dai primi giorni come coordinatore degli interventi di ripristino, torna a Rovigo il 20 dicembre, questa volta con un mandato più ampio, quale Commissario del Governo¹³.

I primi lavori di tamponamento delle falle di Occhiobello erano stati nel frattempo appaltati d'urgenza dal Magistrato delle acque di Venezia a tre qualificate ditte, con il compito di costruire le "coronelle" di sbarramento.

L'on. Brusasca imprime un'accelerazione ai lavori, suscitando la fiducia di tutti e riuscendo anche a stemperare il clima di divisione politica e di reciproca diffidenza acuita dai provvedimenti del prefetto ostili alla giunta provinciale e alle amministrazioni comunali di sinistra. Alle tre imprese incaricate della costruzione delle coronelle vengono affidati anche i lavori di ricostruzione degli argini, avviati il 2 Gennaio 1952, che devono compiersi velocemente, prima delle piene di primavera.

Il Genio Civile, il Magistrato delle Acque, l'A.N.A.S. sono in prima linea per i lavori di ripristino delle infrastrutture danneggiate. Particolarmente significativa risulta l'opera dei Consorzi di Bonifica impegnati nel gigantesco sforzo di smaltimento delle acque.

Già nel mese di Gennaio vengono ripristinati i collegamenti con il basso Polesine, utilizzando la strada arginale sinistra del Canalbianco. Le campagne vengono ripulite dalle carcasse degli animali morti, si iniziano a fare i primi programmi di ricostruzione, agevolati dalla legge del 7 dicembre 1951 che stanziava nove miliardi per il triennio '51-'53 per la costruzione di abitazioni. Viene avviato anche un prestito nazionale con buoni del tesoro novennali al tasso di interesse del 5%, con lo slogan "contro l'impeto dei fiumi, l'argine del risparmio".

Tanto fermento dà in breve dei frutti insperati, tanto che il 12 Aprile 1952, l'on. Brusasca in occasione della Pasqua può leggere un messaggio rincuorante, con dati significativi sui lavori svolti: viene ricordata la chiusura a tempi di record delle tre grandi falle; il prosciugamento della maggior parte del territorio allagato, su buona parte del quale è stato già possibile intervenire con le semine primaverili, soprattutto di barbabietole (un vero record) mais e foraggio. Gli zuccherifici già ripuliti si apprestano ad accogliere il prodotto del dopo alluvione, mentre vengono riavviati i cicli produttivi in altre industrie.

Già da Gennaio sono iniziati i primi ritorni degli sfollati alle loro abitazioni, cosicchè l’on. Brusasca nel suo messaggio pasquale può annunciare che sono lontani dal Polesine ancora 45.000 profughi, di cui circa 10.000 bambini rimasti nelle colonie per portare a termine l'anno scolastico.

Altra data fatidica sarà il 24 Maggio, con l'annuncio della fine dell'intervento di prosciugamento, smentendo così clamorosamente le stime degli esperti americani ed olandesi che avevano indicato in almeno due anni il tempo necessario per completare l'opera.

Grazie a contributi nazionali ed internazionali, vengono avviati i progetti di costruzione di alcuni villaggi: a Donada, Borgo S. Giusto con i fondi raccolti a Trieste; a Rosolina, Villaggio Norge con fondi provenienti dalla Norvegia; a Bosaro, Borgo San Luca, dovuto all'iniziativa del Giornale dell'Emilia; ad Adria, Villaggio Dolomiti, grazie ad uno stanziamento della Regione Trentino Alto Adige. A questi interventi si affiancherà il "Piano Brusasca per la casa" curato dall'UNRRA, e l'avvio di altri progetti.

Molte dunque le iniziative promosse che, se da una parte ridaranno la fiducia e la speranza in una ripresa veloce, dall'altra però si paleseranno ancora insufficienti per imprimere un vero risveglio al Polesine.

La tragica data della grande alluvione è così destinata a rimanere nella memoria collettiva legata al fenomeno dell'emigrazione. La provincia di Rovigo sarà infatti interessata per oltre due decenni da un continuo esodo della popolazione che, alla ricerca di condizioni di vita economicamente più gratificanti, si indirizzerà soprattutto verso quello che è stato definito come il triangolo industriale rappresentato dalle città di Milano Torino e Genova.

E questa è un'altra pagina del passato non lontano, vissuto con trepidazione da molti polesani.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1 ENRICO FORNASARI, Sociologia di un evento catastofico, in "1951, la rotta, il Po, il Polesine" a cura di Luigi Lugaresi, Minelliana, Rovigo, 1994

2 VALENTINO ZAGHI, La rotta, l’inondazione e lo sfollamento nella memoria collettiva, Documento 3, in "1951, la rotta…" op. cit.

3 G.A. CIBOTTO, Cronache dell’alluvione, Marsilio Editori, Venezia 1980.

4 e 5 VALENTINO ZAGHI, La rotta, op cit. Documento 1 e Documento 4.

6 GIUSEPPE MADRIGRANO, I primi soccorsi e la mobilitazione dei centri operativi dei Vigili del Fuoco, in "1951, la rotta…" op. cit.

7 VITTORIO PADOVAN, Un sopravissuto del camion della morte, in "1951, la rotta…" op. cit.

8 G.A. CIBOTTO ,Op. cit.

9 CLAUDIO GARBELLINI, Alfredo De Polzer e i dibattiti in Provincia, in "1951, la rotta…" op. cit.

10 ALDO RONDINA, La grande paura, Ed. Arti Grafiche Diemme, Taglio di Po,1991.

11 LUIGI CONTEGIACOMO, L’esodo della popolazione e i centri di accoglienza, in "1951, la rotta…", op. cit.

12 LUIGI LUGARESI, Mediateca e pastorale nella diaspora alluvionale. Il caso di don Giuseppe Manfrinato, parroco di S. Apollinare, in "1951, la rotta…" op. cit.

13 GIOVANNA MATTIOLI, La prima ricostruzione durante il commissariamento Brusasca, in "1951, la rotta…", op. cit.

Le foto a corredo degli articoli dei “Ricordi dell’alluvione” sono tratte da “Polesine dopo” Ediz. Accademia dei Concordi, 1991; “Il filo blu” Archivio della Memoria del Centro di Presciane; “Alluvione 1951. La Grande Paura” Ed. Grafiche Diemme, Taglio di Po. Si ringrazia sentitamente per la disponibilità dimostrata.

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Lino Segantin. “La grande alluvione”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-grande-alluvione/

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