Comunemente, quando si va a descrivere l’impronta urbanistica di Adria, è inevitabile il riferimento alle due parti nelle quali, fin dai tempi più antichi, la città era stata suddivisa: Castello e Tomba.
Questa distinzione, sancita negli Statuti confermati nel 1442 da Leonello d’Este, ma che certamente risalgono a tempi più remoti, non tiene conto dell’area posta all’incontro dei due rami del Canalbianco che formavano l’Isola. Un’area intensamente abitata, ancor oggi denominata Borgo Canareggio. Nelle città lagunari come Venezia, il Canareggio era il punto di raccolta della canna e dei derivati delle paludi. In quel luogo vivevano discretamente i cannaroli, le persone dedite a quel commercio.
I cannaroli
Anche Adria, dunque, così come la vicina Cavarzere e Loreo, aveva i suoi cannaroli. Gente che, per effetto degli antichi possessi immobiliari spettanti al Comune et Università (leggasi ai cittadini), poteva esercitare in quei luoghi pubblici oltre che “il taglio della canna e delle piante affini che natura senz’aiuto d’umana industria facea nascere”, anche la caccia e la pesca. Queste erano le uniche industrie disponibili per sbarcare il lunario e rappresentavano un bene prezioso e vitale prestato dalla natura.
Fino all’avvento della Repubblica Veneta agl’inizi del XVI secolo, si può dire che la quasi totalità della popolazione (circa duemila abitanti) si dedicava alla raccolta ed alla lavorazione dei prodotti delle valli. Veniva in quel modo esercitato l’antico diritto del vagantivo, sancito da sempre negli Statuti.
Non poteva dirsi certamente vita agiata per quella popolazione costretta a lottare di giorno e di notte nel fango delle paludi per trarre il necessario per vivere. I guai maggiori però dovevano giungere qualche tempo dopo, quando i mercanti veneziani decisero di abbandonare alla spicciolata i loro traffici con l’Oriente, divenuti troppo rischiosi a causa dei pirati e dei Turchi. Il Taglio di Porto Viro (16 settembre 1604), tra l’altro, aveva creato una situazione del tutto favorevole per quei ricchi che ora guardavano con particolare interesse agli investimenti fondiari in Terraferma.
La situazione precipitò quando i nuovi proprietari avviarono le bonifiche, togliendo sempre più spazio a chi, nelle paludi, trovava l’unica fonte per sopravvivere. A completare il quadro furono emanate leggi severe che, di fatto, andavano ad estinguere i diritti acquisiti nel corso dei secoli. In seguito a ciò, molti cittadini piombarono improvvisamente nella più terribile forma di povertà.
Privi di qualsiasi mezzo, non si diedero per vinti ed ingaggiarono la loro lotta quotidiana per vivere, fatta di artifici, di sudore e di miseria. Le loro case erano abituri fatti di canne, con i tetti spioventi per impedire alla pioggia di entrare.
Borgo Canareggio era come una “corte dei miracoli”, dove la gente s’industriava alla meglio ad esercitare le attività di sempre, divenute ormai abusive. C’era dunque il pericolo d’incappare nelle maglie della legge, ma c’era anche il serio pericolo delle frequenti alluvioni. Alfonso Bocca, nei suoi “Annali Adriesi”, descrive la vita grama di quella gente che, per molti giorni all’anno, era costretta a vivere dentro alle piccole imbarcazioni usate per la pesca di frodo nelle valli. Col ritorno alla normalità si tornava alla vita consueta: si continuava a lavorare le arelle, costruire piccole barche, intrecciare reti, impagliare sedie con la caresìna (erba palustre). La povertà era grande, ma la voglia di vivere riusciva a superarla.
Un quartiere a rischio d’incendio
Agl’inizi del XIX secolo, a detta di Francesco Antonio Bocchi, le case di canna esistenti nel centro di Adria erano circa duecento. Di queste, nessuna si trovava nel quartiere di Castello, due sole alla Tomba, alcune erano sparse qua e là nelle zone periferiche, mentre la maggior parte di esse era concentrata nel Borgo Canareggio. In quel luogo, infatti, la gente viveva esclusivamente nei piccoli ed insani tugùri di canna che il Municipio era costretto a tollerare in barba alle nuove leggi veneziane, perché nessuno aveva i mezzi per sostituirli con case in muratura.
Per quelle capanne valevano dunque ancora le antiche norme dello Statuto che, in materia d’incendio erano particolarmente severe. Basti pensare che chiunque avesse dato fuoco ad una casa, o ad un covone, un pagliaio, un legnaio presso una casa e questa ne fosse incendiata, “veniva punito del capo” (cioè decapitato) alla pari di chi tagliava gli argini.
Si può dire che gli Statuti erano anche ben strutturati in materia di prevenzione degl’incendi. Ad esempio, era punito: chi vedeva un incendio e non si metteva a gridare al fuoco! per far intervenire i vicini; chi, spirando un vento forte, lasciava in casa il fuoco acceso incustodito, oppure lo lasciava in custodia ad un minore di quattordici anni.
Altre sanzioni erano previste per chi, abitando in una “casa involta di canna”, non avesse posto “dai tre lati ove si fa fuoco, un graticcio di vimini smaltato di creta”.
Queste ed altre norme evidenziano l’impegno posto dagli organismi pubblici per prevenire gl’incendi, segno evidente che il pericolo era molto elevato. Era persino stato istituito un apposito organismo di sorveglianza costituito dai Giurati al fuoco. Erano sei pubblici ufficiali scelti, tre dalla parte di Castello e tre dalla parte della Tomba. Il loro compito era proprio quello di “sopravvegliare a ciò che presenta pericolo d’incendio”. Dovevano proteggere le case di Adria e far distruggere quanto trovassero di pericoloso. Per questo, almeno in due, dovevano ispezionare ogni settimana le case e le aree circostanti, verificando che non vi fossero eccessivi accumuli di materiali facilmente infiammabili come arelle, canne, ecc..
Ciascun cittadino infatti, era autorizzato a tenere fuori della porta di casa non più di tre fasci di quel materiale, tranne il fornaio che, per ovvie ragioni, poteva trattenere un fascio in più. Inoltre, quando spirava “immensus ventus”, come recitano gli Statuti, i Giurati, anche senza la preventiva autorizzazione dell’autorità comunale, dovevano perquisire tutte le case ritenute a rischio per verificare “se fosse fuoco non custodito”.
Fiamme e devastazione
Gli estensori delle leggi comunali erano ben consapevoli dei pericoli che incombevano sulla popolazione, soprattutto in relazione agl’incendi. Le cronache non lo dicono, ma il 25 Febbraio 1808 dev’essere stato proprio un giorno di grande vento perchè, nel breve giro di pochi minuti, l’incendio scoppiato alle nove di sera tra le povere case di Borgo Canareggio, distrusse quasi per intero l’agglomerato, lasciando dietro di sé un cumulo di cenere. Per fortuna nessun danno fu causato alle persone che si diedero prontamente alla fuga riparandosi al di là del Canalino.
La notizia, peraltro già riportata dagli storici, appare in un Almanacco del 1853, riferito a “Fatti ed avvenimenti memorabili per la città e diocesi di Adria”: “Scoppiò un terribile incendio che quasi distrusse tutto intero il borgo di Canareggio di questa Città – recita la nota – la quale per prodigio speciale della Provvidenza fu salva da maggiore disastro”. Il riferimento all’intervento della Provvidenza non è casuale.
L’incendio, scoppiato tra le povere case di canna, si fermò improvvisamente davanti al capitello che custodiva la graziosa immagine della Vergine con il Bambino venerata dai popolani di Canareggio. Le fiamme alte e minacciose sembravano ormai inarrestabili e, se fossero proseguite, avrebbero distrutto il cuore di Adria.
Molti allora gridarono al miracolo e l’immagine, posta in una edicola di marmo, fu subito venerata come la Madonna del Fogo.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “La “Madonna del fogo””. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-del-fogo/