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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La Pietà del Capitello

Nel tempietto che sorge nei pressi dell’ospedale, un antico affresco dal quale avrebbe tratto ispirazione Michelangelo

di Luigi Piombo

Ventaglio Novanta n. 50 2015 pp. 50–53

A Rovigo si narra che Michelangelo, trovandosi in città per andare a Padova a studiare le opere di Donatello, abbia visto “La Pietà” e da questa abbia tratto ispirazione per scolpire quella meravigliosa opera nota come “Pietà Vaticana” che si trova nella basilica di San Pietro a Roma.

Quando si parla di Pietà, a Rovigo s’intende quella scolpita da Tullio Lombardo che si trova nella chiesa dei Santi Francesco e Giustina, a metà della navata di sinistra sopra un altare. Fu realizzata dall’artista veneziano nel 1526, a settantuno anni di età.

Michelangelo assunse l’incarico di scolpire l’opera collocata nella basilica di San Pietro nel 1497 e la consegnò nel 1499 all’età di ventiquattro anni. La scultura di Tullio Lombardo per la chiesa di Rovigo fu dunque realizzata ventisette anni dopo quella di Michelangelo che, se ebbe modo davvero di passare per il capoluogo del Polesine, non poté vederla perché ancora non esisteva.

Alla luce della cronologia, la tradizione popolare appare dunque del tutto infondata, ma io penso che una “vox populi” abbia spesso un qualche fondamento, anche se non sempre ne abbiamo piena consapevolezza.

Ben pochi sono a conoscenza che, fuori dalle mura di Rovigo, non lontano dal centro, verso Est, c’era “quondam cippo” sul quale era dipinta un’immagine della Madonna Addolorata che tiene fra le braccia Gesù appena deposto dalla croce. Immagini di questo tipo sono comunemente chiamate “Pietà”. E allora, Michelangelo potrebbe aver visto questa Pietà dipinta?

Ciò che è certo è che l’antica Pietà del Capitello di Rovigo e quella Vaticana sono entrambe ispirate da concetti molto simili, a differenza dell’opera di Tullio Lombardo che è di concezione molto diversa.

Dunque se quella “vox populi” ha una ragione d’essere, è possibile che Michelangelo abbia visto la Pietà del Capitello che a quel tempo esisteva ed era famosa nella zona perché ritenuta miracolosa.

L’immagine, dipinta su un cippo, era molto venerata e meta di continui pellegrinaggi: per questo, nel 1616 circa, Alfonso Aldiverti, pittore di Rovigo, la “tradusse” in affresco e nel 1626 il vicario generale della Diocesi di Adria Lodovico Fracchetta fece costruire un tempietto ottagonale ampliando il capitello antico trasformandolo in chiesetta.

Il piccolo tempio

Nel 1938 il piccolo tempio fu demolito perché si trovava sul tracciato della nuova strada per Adria. Sulla lapide fissata sopra la porta d’ingresso all’esterno, è attestato che fu ricostruito lì vicino utilizzando lo stesso materiale, “In eandem formam ….rite aedificatum” nella stessa forma edificato correttamente.

Nel sacro edificio, tuttora esistente, sono evidenti i tre corpi di fabbrica: l’aula ottagonale, il presbiterio e la piccola sagrestia.

L’affresco seicentesco fu per forza di cose staccato, incollato su un telo di cotone, e… restaurato in “malo modo”, scrive il professore Pompilio Dal Pra che l’ha restaurato a sua volta nel 1974, rinforzando quello degradato di cotone con due teli di canapa.

L’affresco

La chiesetta, conosciuta come “Capitello di via Tre Martiri”, è ufficialmente dedicata alla “Madonna Addolorata” ma l’immagine affrescata si può chiamare Pietà come solitamente avviene quando è rappresentata la Madonna con il figlio appena deposto dalla croce.

Nonostante il tempo e gli interventi di restauro non sempre azzeccati, l’affresco seicentesco è ancora ben leggibile. Si presenta incorniciato con una sottile cornice di legno, posto sull’altare dietro il tabernacolo a guisa di pala d’altare.

Ai bordi si notano delle parti mancanti, ma il resto dell’immagine è completo, anche se mostra delle evidenti ricostruzioni. E’ raffigurata la Madonna con un ampio mantello blu, che tiene in braccio il Cristo appena deposto dalla croce.

Ai piedi di Gesù c’è la Maddalena con lunghi capelli biondi, buona parte dei quali evidentemente ricostruiti. Ai lati, in secondo piano molto sbiadite, due figure di profilo armate di lancia: non si vede la figura di San Giovanni citata in una breve descrizione.

Anche se in parte deteriorata, trovo l’immagine molto interessante per le idee che il pittore ha voluto esprimere. La Madonna non ha segni di vecchiaia né atteggiamento di disperazione come invece si nota in quella di Tullio Lombardo. L’espressione del volto è distesa e di accettazione, “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (vangelo di San Luca 1,38). Il suo viso ha un bel colorito roseo e non presenta il degrado conseguente all’età, diversamente dal volto scolpito dal Lombardo che rappresenta la fisionomia di una donna di circa cinquantacinque anni.

Molto interessante è poi nell’affresco l’atteggiamento della madre di Gesù che avvolge il figlio con tutte e due le braccia e lo tiene stretto a sé quasi potesse dargli la vita un’altra volta. L’espressione del suo volto non esprime disperazione perché, anche se il momento è di grandissima sofferenza, nel suo animo c’è la certezza della resurrezione.

Spesso viene sottolineato come la Madonna della Pietà Vaticana abbia il viso di un’adolescente. Secondo il mio parere sia nella Pietà del Capitello di Rovigo che nella Pietà Vaticana il volto della Madonna non è quello di un’adolescente, ma quello di una donna senza età, non logorato dagli anni. L’Immacolata Concezione, preservata dal Peccato Originale, non ha subìto le conseguenze del degrado fisico fino alla morte. La madre di Gesù non ha subìto l’invecchiamento e non è morta ma, secondo il dogma dell’Assunzione, è stata “assunta in cielo con anima e corpo”. In tutte le apparizioni, la Madonna appare ai veggenti come una bella signora, una giovane madre non una nonna.

Che Michelangelo abbia fatto due passi fuori porta San Bortolo, oltre la chiesa “dei Sabbioni”, per dire una preghiera davanti alla miracolosa immagine, al tempo molto venerata nella zona, e ne abbia tratta ispirazione, potrebbe essere verosimile. In ogni caso non si può disconoscere una certa affinità nella concezione delle due opere d’arte, e la “vox populi” che circola in città avrebbe una ragione d’essere.

Se queste mie osservazioni saranno di stimolo a qualche storico o studente per frugare nelle antiche carte alla ricerca di nuove e più provanti documentazioni ne sarei davvero appagato: sarei felice di aver creato un’occasione per arricchire la conoscenza storica della mia città e di valorizzazione delle opere d’arte in essa contenute.

Potrebbero venire alla luce nuove notizie di persone, di fatti e di opere che giacciono coperte dalla polvere del tempo: ad esempio si conosce pochissimo del pittore rodigino Alfonso Aldiverti che operò su quell’immagine. Mi pare che di lui oltre la Pietà del Capitello si conosca solo una pala d’altare che si trova nella chiesa di San Bortolo a Rovigo sull’altare a sinistra vicino al presbiterio e raffigurante San Carlo Borromeo. A Rovigo e nel Polesine non abbiamo capolavori molto celebri, però abbiamo tante perle preziose che è doveroso valorizzare.

E, tornando a parlare del tempietto che conserva l’affresco della Pietà, è bene fare qualche altra annotazione relativamente alle opere presenti, a cominciare dal tabernacolo di marmo intarsiato che è del 1945.

Nel Capitello esiste anche un labaro finemente ricamato, danneggiato dal tempo e da una conservazione non adeguata. Nell’ovale al centro è rappresentata l’immagine della “Madonna dei Sette Dolori”. La Madonna e Gesù sulle sue ginocchia deposto dalla croce hanno in testa una corona regale e sul petto di Maria è dipinto un cuore con infisse sette spade. Si tratta della classica immagine medioevale della “Madonna dei sette dolori”: lo stendardo era portato in processione per onorare la Madre del Signore.

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Come citare questo articolo

Luigi Piombo. “La Pietà del Capitello”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pieta-del-capitello/

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