Il tempo – ammette anche quel cherubino laico di Voltaire – è galantuomo e rimette ogni cosa a posto. Ma i suoi ritmi sono ineffabili e i nostri microcosmi cittadini sono pieni di muri, statue e pitture che – a prescindere dall’universo umano che le abita e le vede – attendono in lista d’attesa la loro chiamata alla verità, alla loro personale Spoon River. Quando ciò capita niente risulta più nuovo dell’antico, perché niente è più emozionante della rivelazione del volto genuino di ciò che ci attornia tutti i giorni, magari in vesti dimesse.
Una scheggia polesana di questo incessante “revival” che fa riemergere lo spirito se non la vita del passato, va segnalata a Lendinara, a beneficio di chi transita per via Adua per portarsi in piazza Risorgimento (la piazza centrale della città). Nella parete a fianco dello splendido prospetto in cotto del palazzo estense, a quattro-cinque metri di altezza c’è murato un bassorilievo muliebre. Un mezzobusto, alto un metro e largo la metà, in marmo bianco. Non ha braccia né collo, e il volto è largo, pacioso, senza ombre, percorso da un sorrisino enigmatico e un po’ beffardo.
Non si sa quando i concittadini, senza andare troppo per il sottile, l’hanno ribattezzata, la puazza. Che è come dire, bambolotta brutta e grossa (pua in dialetto equivale a bambola, e qualche lettore fra i più anziani ricorderà le puazze che le mamme un tempo facevano per i loro bambini con tela grezza e segatura, disegnandoci sopra naso, occhi e bocca).
Gli storici locali si sono arrovellati per dare un inquadramento al ritratto. Quella attuale non è certamente la sua collocazione originaria. Pare, da memorie storiche di inizio ’700, che il bassorilievo sia stato rinvenuto verso il 1650 nei pressi del maestoso complesso conventuale di S. Francesco. Più o meno contemporaneamente venne scoperta in quel sito un’iscrizione votiva alla dea Iside, che il grande Teodoro Mommsen due secoli dopo descriveva presso il Museo Lapidario di Verona.
Forse da questa duplice, e quasi concomitante scoperta, ebbe origine la credenza sette-ottocentesca che il busto marmoreo fosse un simulacro della divinità orientale e che il tempio dei francescani lendinaresi fosse sorto su un edificio a lei intitolato. Ma non ci sono documenti a suffragare questo accostamento popolare. E i dati iconografici noti di Iside andavano in direzione opposta. Da dove proveniva poi quella scultura? Da una stele sepolcrale? Quali i rapporti con gli altri reperti pagani che il poco tollerante mons. Scipioni aveva voluto gettare nelle fondamenta del nuovo campanile di S. Sofia? Quale infine la datazione della misteriosa puazza che con molta difficoltà si può riferire al periodo romano?
Tanti interrogativi finora senza risposta, sui quali getta una luce nuova il contributo di un giovane studioso mantovano, Livio Zerbini, che fa parte dell’equipe di ricerca della cattedra di Storia romana dell’Università di Ferrara. In un articolo negli “Annali dei Musei civici di Rovereto” egli ritrova dei raffronti illuminanti tra la scultura lendinarese e le figure femminili scolpite sui sarcofagi fenici, d’ispirazione greca, ampiamente attestati a Sidone e nell’area circostante tra il V e il VI secolo a.C.
Le analogie dello schema compositivo sono evidenti: dalla sproporzione della testa, incassata nelle spalle, al rilievo delle labbra e del mento, all’acconciatura grecizzante che riporterebbe agli anni iniziali dell’ellenismo; infine alla tiara e alle prominenze sporgenti all’altezza delle braccia (probabilmente degli appigli per la posa in opera del coperchio).
La conclusione di Zerbini è che la puazza lendinarese fosse la parte superiore di uno dei sarcofagi “fenici” con figure femminili, datati al IV-III secolo a.C.
La sua valenza storico-artistica, in quest’ottica, diventa notevole, in ragione del fatto che non vi sono testimonianze nell’Italia settentrionale di sarcofagi di tradizione fenicia, in quanto le uniche attestazioni sono emerse nell’area mediterranea (oltre a quelle di Sidone: in Tunisia negli scavi di Cartagine e di Kerouane; a Malta; in Sicilia nella necropoli della Cannita presso Salunto; in Iberia a Cadice).
Riguardo al modo di provenienza in Italia, Zerbini esprime tre ipotesi: che la puazza sia stata portata da un marinaio romano o siriaco (della flotta di stanza a Ravenna); che sia giunta all’epoca delle crociate; che sia stata utilizzata come zavorra su di una nave veneziana.
In qualche modo non più ricostruibile, ma all’interno di un mercato antiquario sempre fiorente, pervenne successivamente a Lendinara.
Lo stesso pressappoco avvenne anche per la lapide dedicata ad Iside, già vista dal Mommsenn. Su di essa il nostro autore ha compiuto un’altra scoperta, identificandola proprio dove l’aveva trovata lo storico tedesco: a Verona, al Lapidario, appunto. E questa sarà materia – speriamo – per altre sorprese e per altre importanti puntualizzazioni.
Il presente articolo è stato pubblicato anche su “Il Resto del Carlino” – pagina di Rovigo, settembre 1983 col titolo “Fenicia la Puazza di Lendinara”.
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Come citare questo articolo
Pier Luigi Bagatin. “La “Puazza” di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-puazza-di-lendinara/