C’è uno sparuto gruppo di combattenti polesani che non ha ricevuto l’onore di un monumento, né ha trovato attenzione nella saggistica storica degli ultimi settant’anni d’Italia democratica e repubblicana. Si tratta di quei giovani d’ispirazione socialista, comunista o anarchica che non vollero piegare la schiena di fronte al fascismo e per questo preferirono abbandonare la propria terra e i propri affetti per trasferirsi in quegli stati europei, Francia principalmente e Belgio, dove era garantita la libertà di opinione e di associazione e dove per poter lavorare non era richiesta alcuna tessera di partito. Quando il Fronte Popolare di Léon Blum, una coalizione di partiti di sinistra (radicali, socialisti, comunisti e anarchici), vinse le elezioni in Francia (aprile 1936), questa nazione divenne il punto di riferimento per i nostri esuli politici che, seppure braccati dagli agenti segreti della polizia politica fascista (la OVRA), qui trovarono protezione e poterono organizzarsi all’interno dei partiti aderenti all’Internazionale Socialista. Nel febbraio dello stesso anno il Fronte Popolare aveva vinto le elezioni politiche anche in Spagna, ma sei mesi dopo (17 luglio 1936), avveniva la sollevazione dell’esercito, sostenuto dal partito dei nazional-conservatori, detto Falange, contro il legittimo governo, ribellione che diede inizio alla sanguinosa guerra civile spagnola e che ebbe il determinante sostegno militare dei regimi fascisti e nazisti al potere in Italia e Germania.
La Francia, seppure amica del governo repubblicano spagnolo, non intervenne ufficialmente nel conflitto, ma favorì la partenza di coloro che volontariamente desideravano passare in Spagna per arruolarsi nelle Brigate Internazionali nel tentativo di arginare l’avanzata del nazi-fascismo in Europa. Fu così che fra le migliaia di volontari provenienti da ogni parte del mondo, anche 17 giovani polesani esuli in Francia (di altri nove non si hanno notizie certe), varcarono il confine dei Pirenei per confluire nella Brigata Garibaldi, consapevoli che la lotta al nazi-fascismo in Spagna, sarebbe stata il banco di prova di quella resistenza armata alla dittatura che poi sarebbe dovuta avvenire in Italia, come profeticamente sosteneva Carlo Rosselli: “Oggi a Madrid, domani a Roma…”.
Tre di loro sacrificarono la propria vita in combattimento; degli altri quattordici non si seppe più nulla o quasi, colpiti anche dopo il loro ritorno in patria da una specie di inspiegabile, quanto ingiusta, “damnatio memoriae”.
A ridare dignità al valore di questi giovani, è l’ultimo libro di Vittorio Tomasin: Antifascisti polesani nella guerra di Spagna 1936-1939, pubblicato dalla Giacobino Editore di Treviso (una casa editrice molto attiva nella storia dell’antifascismo nel Polesine).
Nativo di Trecenta, una laurea in Scienze Politiche, docente nella scuola superiore, Vittorio Tomasin è uno storico che ha dedicato le sue ricerche quasi esclusivamente alle vicende della sinistra polesana, dai moti bracciantili di fine ‘800, alla storia del partito socialista e comunista, alla lotta antifascista durante il Ventennio e nella Resistenza. Grazie a questa “specializzazione”, Tomasin sa muoversi con estrema disinvoltura negli archivi più insoliti (da quelli di Stato a quelli dei partiti, degli istituti storici e delle associazioni dei combattenti) ed è in grado di poter consultare una bibliografia specifica davvero notevole.
Solo così si spiega come egli sia riuscito in questa sua ultima ricerca, a ricostruire con metodo scientifico e critico oltre alle vicende di carattere storico generale, anche le schede biografiche di questi esuli, combattenti nella guerra civile spagnola, personaggi finora senza un nome e un volto. Il testo è arricchito da una quantità di documenti inediti, lettere, rapporti di polizia, memoriali, opportunamente intercalati nella narrazione e con i dovuti richiami in nota alla collocazione d’archivio o bibliografica. Ne è risultato un libro di grande interesse per i cultori della storia polesana, facile da consultare per l’esposizione ordinata e schematica dei contenuti e piacevole da leggere, sia per il coinvolgimento emotivo che sa trasmettere al lettore, che per un fraseggio essenziale e distaccato, comprensibile a tutti, mai incline alla retorica o alle tentazioni apologetiche.
Vittorio Tomasin è anche un apprezzato collaboratore di Ventaglio 90, lo abbiamo perciò contattato per saperne di più sul suo ultimo libro.
D. Ci può dire quali sono state le principali difficoltà incontrate nella sua ricerca?
R. Innanzitutto individuare i nomi dei volontari antifascisti. Di alcuni già si sapeva, dalle biografie pubblicate alcuni decenni fa da Pietro Pavanin e Flavio Fornasiero. Pavanin elencava anzi i nomi di alcuni polesani conosciuti in Spagna, ma non forniva alcuna ulteriore informazione su quelle persone. La Spagna nel nostro cuore, un dizionario biografico pubblicato dall’Associazione nazionale dei volontari antifascisti, riporta brevi biografie di 13 polesani. Gli altri li ho individuati con uno spoglio sistematico dei fascicoli del Casellario Politico della Questura di Rovigo. Ho consultato poi i fascicoli paralleli del Casellario Politico Centrale conservati all’Archivio Centrale dello Stato, che non sono perfettamente coincidenti con quelli provinciali. Non potevo limitarmi però a queste fonti, importanti ma pur sempre carte di polizia, unilaterali e talora imprecise o inattendibili. Per incrociare le fonti mi sono avvalso delle schede personali dei volontari conservate all’Archivio Storico Parri di Bologna, di documenti fornitimi dall’AIC-VAS di Milano e della memorialistica che sono riuscito a reperire nei mercatini dell’antiquariato o in internet.
D. Da quello che ci risulta, solo in Toscana si è fatta una ricerca analoga, perciò possiamo affermare che il suo libro ha sicuramente il carattere della novità. Le chiedo: perché negli storici c’è ancora tanta esitazione ad affrontare questo argomento?
R. In realtà esiste una vasta bibliografia sulla guerra di Spagna e sui volontari antifascisti italiani. Limitatamente al Veneto esistono pubblicazioni sui volontari vicentini, veronesi e bellunesi. Il mio lavoro aggiunge a questa lista il Polesine. Per il Padovano è stata pubblicata una mia ricerca su Terra d’Este nel 2009 ma si tratta di un lavoro condotto quasi esclusivamente su fonti edite. Nulla ancora invece per veneziani e trevigiani.
Ritengo che il motivo principale che trattiene molti storici dall’intraprendere ricerche di questo tipo sia la mole di lavoro, la quantità di carte che è necessario consultare, le tante porte di archivi e istituti storici a cui bisogna bussare.
D. I protagonisti del suo libro sono tutti giovani; se dovesse calare quell’esempio nel momento attuale, quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani di oggi?
R. Quei giovani rinnovavano la nobile tradizione del Risorgimento, della Comune di Parigi, della Comune di Barcellona che hanno visto giovani italiani battersi, anche in terra straniera, per un’ideale di libertà e di uguaglianza. Sono due valori che mantengono inalterata la loro attualità e che dovrebbero ispirare l’esistenza anche delle nuove generazioni.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “La ricerca di V. Tomasin”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-ricerca-di-v-tomasin/