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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La splendida villa di Canda

Costruita nel corso del XVI sec., Villa Nani Mocenigo fu successivamente ampliata e decorata. Interessanti le soluzioni architettoniche adottate, ma ancora ignoti gli autori.

di Leobaldo Traniello

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 12–15

Tra le più belle ville venete del Polesine, sorge a Canda, adagiata presso la riva sinistra del Canalbianco, appena sotto la strada arginale che porta a Castelguglielmo, Villa Nani – Moncenigo.

Raccontare, sulla base di notizie chiare e certe, la storia della villa è ancor oggi impossibile, in quanto finora non sono stati individuati documenti utili a ricostruire le vicende di questa artistica costruzione nobiliare.

Si dice comunemente che sia stata eretta nel 1580, probabilmente su progetto di Vincenzo Scamozzi: ciò ripete quanto affermò Giuseppe Fiocco curando l’Elenco dei monumenti della provincia di Rovigo pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1915, ma non si sa su quali documenti o su quali argomentazioni lo studioso abbia potuto elaborare quella nota che, tuttavia, va tenuta in seria considerazione, sia pure con la dovuta prudenza.

Se non possiamo essere certi dell’anno esatto di costruzione della villa, l’epoca è però senz’altro credibile: anche altri nobili veneziani, nella seconda metà del XVI sec., si costruirono dimore nelle campagne polesane che avevano acquistato nel 1519-21, quando la Repubblica mise all’asta i beni demaniali del Polesine di Rovigo per pagare i debiti contratti nel corso di precedenti guerre (1509-15).

L’ipotesi che il progetto sia stato fornito dallo Scamozzi resta discutibile, ma vale almeno ad indicare che la qualità architettonica della villa è di livello elevato.

Come ha osservato per primo Antonio Canova nel 1917, seguito da Camillo Semenzato nel 1975, la villa attuale deve ritenersi frutto di due fasi di costruzione. Ciò è suggerito da diversi elementi: la parte meridionale è costituita da un corpo di fabbrica poco profondo ma molto largo, così da sporgere notevolmente rispetto la parte retrostante, creando una planimetria rarissima nelle ville venete (la si riscontra nella tarda Villa Capra a Sarcedo, datata 1764). Il raccordo fra i due blocchi non è del tutto risolto dal punto di vista formale (a cominciare dai cornicioni superiori); inoltre le finestre del piano nobile della parte sud sono tutte rettangolari e incorniciate con una ricercatezza addirittura sofisticata, mentre le finestre della parte posteriore sono ad arco e decorate in modo più lineare; all’interno, il salone centrale assume una configurazione a T che risulta poco armoniosa.

Da notare infine un particolare di notevole interesse: nel vano di sottotetto, posto a mezzogiorno che prende luce dalle tre finestrelle del pronao, la parete comune ai due corpi di fabbrica ha rivelato un frammento di affresco, che è in gran parte nascosto da un muro costruito perpendicolarmente alla parete. È soprattutto tale affresco, in quella posizione, a imporre la conclusione: esso si può giustificare solo come parte della decorazione della primitiva facciata, decorazione che fu quasi completamente distrutta quando le venne anteposta la nuova facciata.

Da tutte queste osservazioni, si deve concludere che l’originaria villa Nani a Canda era limitata al corpo di fabbrica oggi posteriore: pertanto si presentava con una configurazione compatta, quasi a cubo, e con la facciata anteriore a sud, dipinta. (Nel Veneto erano frequenti le soluzioni di questo tipo; costante era inoltre il fatto che, quando la facciata veniva affrescata, la decorazione architettonica era molto contenuta.

Anche l’impostazione architettonica della facciata settentrionale, incentrata nel gioco delle aperture che illuminano il salone – e cioè una serliana con finestrelle rettangolari sovrapposte alle finestre laterali – era molto diffusa nella seconda metà del XVI sec., e trova tutt’oggi riscontri (sebbene deturpati) nello stesso Polesine: basti citare Cà Corner al Paolino di Fratta.

La primitiva facciata principale a mezzogiorno doveva essere architettonicamente molto semplice; lo stesso dicasi, a maggior ragione, per la facciata a nord.

L’esuberanza decorativa con cui oggi ci si presenta la villa deve intendersi, allora, come frutto di una successiva rielaborazione. Le bellissime teste che decorano le chiavi d’arco di tutto l’esterno sono chiaramente opera di un medesimo, notevole scultore, e quindi si deve credere che la parte più antica della villa sia stata abbellita quando venne aggiunto il corpo fabbrica a sud, evidentemente per dare la maggior coerenza formale possibile a tutto il complesso. Dunque è lecito dubitare che sia possibile riconoscere la mano dello Scamozzi nella villa di Canda.

Se non si sa quando i lavori di ampliamento siano stati compiuti, sembra però evidente il motivo per cui si resero necessari: l’innalzamento dell’argine del Canalbianco.

Nel XVI sec., quando venne eretta la prima costruzione, i corsi d’acqua polesani non erano ancora costretti entro argini rialzati rispetto al piano di campagna; ma nel secolo successivo si rese necessario cominciare ad erigere ripari per porre rimedio agli effetti del continuo innalzamento del fondo dei fiumi causato dal deposito delle torbide. Quando il problema interessò il Canalbianco a Canda, l’argine costruito raggiunse l’altezza di metà del pianterreno della villa Nani, e la scarpata del terrapieno arrivò abbastanza vicino alla costruzione, rendendo l’accesso alla villa problematico sia dal punto di vista funzionale che estetico.

Il problema di ricuperare la solennità della villa fu risolto ideando una scala che permettesse di arrivare dal livello dell’argine direttamente al piano nobile, salvando però anche la possibilità di accedere al pianterreno: di qui l’inevitabilità di uno scalone di sapore scenografico, per il quale si rendeva necessaria una facciata proporzionatamente vistosa.

L’ignoto architetto che progettò la nuova facciata ricorse al motivo palladiano del pronao, ormai consacrato da una ricca tradizione: ma trattò il tema con grande indipendenza e con sicura padronanza di disegno e di gusto; ciò ha autorizzato alcuni studiosi ad avanzare nomi illustri: Franco Barbieri ha pensato addirittura a Baldassare Longhena, Camillo Semenzato ha proposto Girolamo Frigimelica.

Nel 1946 un incendio produsse danni molto gravi specialmente all’interno, dove il salone fu quasi completamente distrutto.

Il ricupero, rimasto incompiuto, non è stato del tutto rispettoso: fra l’altro venne abbassato il soffitto del salone per rendere abitabile il sottotetto, impoverendo le proporzioni dell’ambiente.

Il collegamento fra piano terra e piano nobile è realizzato con un’ariosa scala ellittica (ricostruita dopo l’incendio) che, come suppone il Semenzato, deve ritenersi frutto di rielaborazione della scala primitiva, eseguita nella seconda fase dei lavori che hanno interessato la villa.

Il vano della scala, il salone e le due sale meridionali ai lati del pronao sono decorati di affreschi: quasi del tutto perduti quelli del salone, danneggiati ma quasi del tutto ricuperati gli altri (restaurati da Giovanni Pedrocco).

La decorazione pittorica della villa non è, in assoluto, di qualità molto elevata, ma conferisce comunque agli ambienti un carattere di sfarzo indubbiamente suggestivo. Anche gli affreschi rimangono, per ora, misteriosi sia riguardo ai possibili autori (non sembra sostenibile l’attribuzione a Girolamo Mengozzi Colonna da taluno avanzata), sia riguardo al programma che ha guidato i pittori nella composizione delle figure.

Ma proprio questi misteri, anzichè sminuire, sembrano accrescere il fascino della maestosa villa, perla architettonica dell’alto Polesine, un tempo magnifica dimora nobiliare sul Canalbianco.

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Come citare questo articolo

Leobaldo Traniello. “La splendida villa di Canda”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-splendida-villa-di-canda/

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