Nel cason di valle il camino acceso stava dando calore ad un festoso quanto improvvisato convivio. Attorno, lungo i muri, erano sistemati i giacigli dei valligiani, ricoperti di graticci. Il disegno dell’intonaco, quasi nascosto da un velo di umida e inveterata fuliggine, ricordava case di campagna della mia infanzia. All’attaccapanni dell’androne erano appesi grossi impermeabili verdi, sotto i quali parcheggiavano tipici stivaloni da pescatori.
Il tutto, coniugato ai visi scavati e ai gesti misurati dei valligiani, creava un’atmosfera fortemente stimolante. Così, quando il proprietario, di cui eravamo ospiti, ci aveva invitato a trasferirci nel nuovo casino di caccia, dove aveva tutto predisposto per il pranzo, psicologicamente non riuscivamo a staccarci dall’ambiente, e gli chiedemmo di restare.
Tutto si svolse in modo che un’antica consuetudine ha reso quasi naturale.
Uno dei valligiani prelevò tre guizzanti anguille dalla nassa appesa sul canale colaùro, di fronte al cason.
Una dopo l’altra le inchiodò – capo e coda – ad una lunga tavola, le sventrò con un coltellino per poi trasferirle sulla griglia appoggiata sul grande camino al centro della stanza. Le braci di tamerice servivano anche a «brustolare» le classiche fette di polenta gialla. Quell’anguilla e quella polenta prendevano fragranza dalla sapienza nel cucinare, ma era come se prendessero sapore anche dall’ambiente.
E proprio lì, alla fine di un pranzo così particolare, pensavo alla «strada delle valli». Solo una mente superficiale o distorta potrebbe ipotizzare una specie di superstrada del Delta.
Per ambienti come questo, trasudanti natura e folclore, c’è l’esigenza inversa: quella di far rallentare, fermare, guardare, pensare, godere del passaggio pieno di luce, a volte immobile, a volte movimentato dal volo di uccelli, i più vari; entrare nel vivo di tradizioni, come quella della pesca e della caccia in valle, e dei misteri; esaltare la particolarità delle costruzioni e di un ambiente frutto dell’opera insieme del fiume, del mare e dell’uomo.
Tutto ciò implica sì una sistemazione dell’attuale percorso per agevolare il passaggio in certi punti e il superamento di sbarramenti naturali, come il Po tra Albarella e Porto Levante, ma anche scelte coerenti per una corretta godibilità dell’ambiente in vista proprio di soddisfare le esigenze sopraindicate.
A mio avviso la strada deve, come oggi, continuare a seguire il percorso sinuoso tra le valli e lungo i rami del fiume (Adige, Po di Levante, Po di Maistra, Po di Venezia, Po di Gnocca); deve poter garantire una sua continuità, avvalendosi però di mezzi rispettosi dell’ambiente e di un ritmo spezzato e vario (traghetti e ponti in barche, anzichè faraonici ponti in cemento), assicurando tuttavia il passaggio di tutti i mezzi (compresi i pullman che ora ne sono impediti); deve prevedere punti di sosta i più vari (dalla semplice torretta di osservazione, al casone di valle, al locale tipico, ad altre forme da inventare, come piccole oasi, agganci di tipo sportivo, ecc.).
Lo sviluppo turistico in una zona come questa non può non passare tramite il filtro di un traffico autorizzato, meglio se in gran parte gestito da mezzi di trasporto collettivo e individuali rispettosi dell’ambiente e con adeguata assistenza.
Un’ipotesi di questo genere si accorda ad una visione di riappropriazione della gestione del territorio e del turismo da parte degli abitanti e comporta una netta avversità ad un turismo inquinante di corsa e rapina: ciò sarebbe nel caso che la strada delle valli fosse pensata e realizzata semplicemente come una specie di superstrada che taglia il Delta in direzione nord-sud, aperta ad ogni tipo di traffico, indiscriminatamente.
Eppure, a sentire certi promotori del progresso, è proprio questa l’ipotesi preferita. Non si accorge, chi propugna superstrade a cuor leggero, di lavorare non solo contro l’ambiente, ma anche contro un’opportunità di sviluppo del turismo nel Delta, che deve articolarsi attorno ad un’ipotesi di accoglienza, di ambientazione che inviti a fermarsi e ad usufruire dei servizi predisposti (guide, prodotti, ristorazione, ricettività, servizi culturali).
Questa ipotesi, questi servizi, sono i Polesani a doverli inventare e gestire, se vogliono veramente valorizzare il proprio territorio.
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Come citare questo articolo
Giuseppe Marangoni. “La strada del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-strada-del-delta/