Non è detto che il Polesine sia solo terra di alluvioni ed arretratezze, meriterebbe – questa parte del Veneto meno reclamizzata – di essere conosciuta anche per altri aspetti, ad esempio per i suoi monumenti.
Quattro passi fra i monumenti di Badia, per chi non conosce questa cittadina altopolesana, possono certamente riservare piacevoli sorprese sotto il profilo delle valenze storico-artistiche da scoprire.
Il fiore all’occhiello dell’arte locale è certamente l’Abbazia della Vangadizza (da cui Badia-Abbadia, trae appunto il nome). Fondata dai Benedettini nel X secolo, è stata un polo di fermenti di vita culturale, un faro attivo anche per le terre circostanti. Oggi è in fase di lento restauro. Il campanile è ingabbiato dentro una crinolina di impalcature, mentre la cappella della Beata Vergine sta subendo una provvidenziale “toilette”; un “maquillage”, di cui non si poteva più fare a meno. Particolarmente suggestivo è il chiostro di più tarda fattura con l’armonioso colonnato e il bel pozzo centrale.
In occasione di una sua visita a Badia, lo scrittore Fulvio Tomizza è rimasto talmente colpito dalla nostra secolare Abbazia, da dire che avrebbe potuto degnamente ispirare Umberto Eco, autore de “Il nome della rosa”.
In effetti, dentro la Vangadizza, si respira “l’aria del tempo”: un tempo perduto e in parte ritrovato da chi ama riscoprire le proprie radici.
Nel basamento del campanile è incastonata un’ara romana, riproducente una maliziosa baccante, sexy e femminile più che mai, un reperto archeologico che ha fatto pensare appunto ad un’origine romana del capoluogo altopolesano.
Degno di nota è pure il Palazzetto degli Estensi (che si spera possa essere presto ristrutturato, visto lo stato di degrado in cui versa). È una costruzione cinquecentesca, con eleganti trifore nella facciata dell’omonima via e in quella retrostante di via Pesavecchia. Era una delle tante residenze estive dei duchi d’Este (che nei sarcofaghi antistanti la Vangadizza hanno lasciato Azzo e Cunegonda sepolti in terra polesana).
Sembra che i duchi venissero qui d’estate o in autunno per la stagione di caccia. Le rive dell’Adige erano allora dense di volatili da cacciare. All’interno del palazzetto si può ammirare un pregevole caminetto, ultimo superstite dei passati fulgori.
Anche l’interno del Teatro Sociale meriterebbe una lunga sosta. Costruito nel 1813 (due anni prima di quello rodigino) da Bartolomeo Dente – su disegno, sembra, del Meduna, l’architetto della veneziana Fenice –, questo piccolo teatro polesano è un vero gioiello. Ricco di ori, stucchi e decori di fine fattura, è in attesa della conclusione di un restauro che, per ragioni pecuniarie, va vergognosamente protraendosi nel tempo. Quando il “piatto piange” purtroppo anche i monumenti ne subiscono le disastrose conseguenze.
Questa “piccola Fenice”, tra i più bei teatri del Veneto, meriterebbe di uscire risanata presto e di ritornare attiva fonte di adeguati spettacoli di musica e prosa.
Appare doverosa, per il turista, e per lo stesso badiese che voglia conoscere più a fondo la sua città, una sosta anche nella Chiesa della Madonna della Salute che, nel 1630, i nobili Loredan, veneziani, fecero costruire quale ex voto, in epoca di una terribile pestilenza.
Anche questa piccola, deliziosa chiesa urla “Restauro!” a gran voce, come gli altri monumenti badiesi. Al suo interno si può ancora ammirare un altar maggiore ornato da una bella statua in marmo giallo di fattura barocca. Dietro l’altare si nasconde un cunicolo misterioso che fa pensare a passaggi segreti o a precedenti costruzioni di cui è difficile recuperare certezza. Anche la facciata ha una sua elegante dignità.
Senza avere l’opulenza gentilizia dei palazzi di Lendinara, (che in questo senso è la vera perla del Polesine), anche Badia ha palazzi antichi degni di rilievo.
Oltre al già citato Palazzo degli Estensi, merita uno sguardo Palazzo Rossini, in via S. Giovanni, notevole per la bella facciata, con i simmetrici balconi. È questo un leit-motiv dell’architettura badiese, caratterizzata da una ininterrotta serie di balconi affacciati sulle strade, in stili e fatture diverse, a seconda delle epoche, a sottolineare l’abitudine delle ‘ciacole’, nei tempi in cui la donna viveva molto in casa, pur covando voglia di comunicare all’esterno, sbirciando la vita delle strade.
Villa Turchetti (ora sede dell’Inps) è una bella testimonianza di liberty, una costruzione aulica, spaziosa, munita di torretta ed ampie sale, con mascheroni grotteschi a sottolineare lo spirito dell’epoca.
Non dovrebbe essere passato sotto silenzio nemmeno il bell’Oratorio di S. Antonio Abate in via degli Estensi, negli ultimi tempi adibito ad auditorium per i concerti, prima che questo compito fosse attribuito al refettorio dell’abbazia della Vangadizza.
Il museo “Baruffaldi” di cui è direttore ed artefice il pittore locale Ivan Tardivello, meriterebbe un capitolo a parte per le preziose testimonianze che racchiude, composte da oggetti, suppellettili, documenti che descrivono il passato della nostra piccola città. Nella quadreria fa bella mostra la cinquecentesca tela del Bonsignori (ispirata alla leonardesca “Ultima Cena”). Una tela – quella conservata a Badia – che fece a lungo chiacchierare la stampa per un contenzioso legale di cui fu per anni oggetto (vedasi Ventaglio n. 1).
Al di là delle beghe di tribunale, la tela del Bonsignori è ricca di fascino, meno magica e più verista di quella leonardesca, densa di particolari, note suggestive che le fanno perdere le stigmate restrittive della copia.
Ormai dorme un sonno tranquillo, nelle stanze superiori dell’ex Monte di Pietà e cerca di dimenticare i rocamboleschi viaggi (a causa delle ribalderie napoleoniche) e l’incendio e la doppia vendita ed il conseguente contenzioso di cui è stata forzatamente oggetto.
Badia ha però anche un’arte minore, meno nota, più nascosta, che solo i suoi grandi estimatori sanno riconoscere.
Basti pensare all’“Ecce homo”, il bassorilievo alla destra dell’altar maggiore della chiesa arcipretale (alcuni critici dicono sia di scuola lombardesca, se non addirittura dello scultore Lombardi in persona, il padre del ravennate Guido Guidarelli).
Meritano uno sguardo anche le pitture murali all’interno di palazzo Rosini, di soggetto mitologico, festose e un po’ discinte, timido tentativo di topless ante litteram. Molto belle le tempere murali ad opera del pittore locale Bianchi – recentemente restaurate da Tardivello – riproducenti un intricato querceto, costellato di ghiande dorate: un bosco di sogno, pieno di sereno enigma, di metaforici contenuti.
Esistono anche angoli, frazioni di una via o di una piazza, suggestivi per chi li sa guardare con occhio attento. Via S. Alberto e via degli Estensi, osservate in prospettiva, da ambo i lati offrono uno squarcio architettonico di gradevole vista, una “curva urbanistica” che racchiude facciate antiche di severa dignità e balconcini mossi, quasi aggettivi spiritosi in un discorso ben costruito. Al di là di certi muri, si può avere la gradevole sorpresa di giardini insospettati, quasi respiri di verde che rievocano l’“hortus conclusus” della Bibbia.
Una Badia tutta da scoprire, da centellinare pian piano, senza fretta, con voglia di scavare nelle sue radici, di appropriarsi delle sue origini romane o no che siano, nuova nell’antico anche, forse, per molti dei suoi abitanti.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Quattro passi per Badia”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/quattro-passi-per-badia/