OLTRE QUELLA TRINCEA
Tace nel silenzio il brusio ondeggiato dal vento, oltre quella trincea vive un sogno mancato, una vita appesa ad un filo, ma quella vita che mi rincorre non può essere la mia. Il freddo e il buio tengono prigionieri armi e soldati, oltre quella trincea ognuno è rimasto solo dinanzi al volto sinistro dell’inverno. Sul campo di battaglia vedo anime cercare la pace, sorrisi caduti nel pianto che prima udivo al mio fianco, lasciano il posto a corpi confusi, ora inermi, coperti di neve.
Un dubbio forestiero, vecchio nel suo anonimo aspetto, piano a noi si avvicina e con mani sporche di fango offre ad ognuno un pezzo di pane, sento che vorrebbe portarci lontano, allora disperato grido con forza: “Non ancora, non ancora !!”. La notte è finita, triste come una madre la nebbia nasconde i suoi figli, fuori si torna a sparare, oltre quella trincea tace nel silenzio il brusio ondeggiato dal vento.
IL TEMPO DELLE CICALE
Giace inerme la campagna ai primi sospiri dell’alba, mentre i suoni e i rumori della natura tacciono di solitudine, sono come il ricordo che ho di te, il tempo delle cicale.
Raggomitolata leggi la mia voce, tu, che come una sirena, aliti tra queste labbra la vita, rintocchi di nostalgia di luoghi ameni a me tanto cari.
E’ il tempo delle cicale, ed io sono ancora qui bambino ad ascoltare il loro canto, frammenti e paesaggi di un tempo passato, rivedo lavori e mestieri, con fatica, chinati sui campi arsi di sudore e papaveri verdi, alcuni rossi e nati, solcare le zolle rigonfie di spighe e semi di grano.
Cullati dalla brezza mattutina, alberi ondeggiano nell’aria graffiata dal sole, profumo di tigli e pioppi in fiore, come pioggia fine di verde emozione, dai rami si lascia cadere.
Corre quel bambino scalzo sulle aie che prima erano deserte, dai fontanili voci di donna seguono le pieghe imbiancate del mio tempo, il tempo delle cicale.
COME SOGNI D’ESTATE
Riscalda il mio viso l’aria aprica del mattino mentre la vita scorre il suo cammino e rimango in silenzio ad ascoltare quella voce di donna che sopraggiunge dal mare.
Se fossi un girasole unirei la mia vita al sole, per inseguire uno sguardo o un momento che mi toglie queste parole.
Come sogni d’estate i miei occhi rincorrono fugaci tra vicoli, ulivi e vallate cicale dal canto suadente, lasciando tra le mani i verdi profumi della campagna che al calar della sera li accompagna.
Su verdi colline nascono paesi e poeti arroccati per vincere le guerre di uomini armati.
A me che ti guardo, confuso e rapito dalla forza del mare, non resta che il caldo orizzonte e la brezza della tua giovane bellezza.
Come sogni d’estate vivono da te lontano, in una terra di fiori e di grano, portati dal vento come semi di un melograno.
CHIAMAMI PER SEMPRE
Ora che ci sei non salire su quel treno, chiamami per sempre e prima di partire tocca ancora un po’ il mio viso perché tu…sirena del mio cuore hai legato la tua vita alle spighe dell’amore. Al tuo tavolo da gioco un indovino si è fermato e con forza ti ha gridato che una donna per amare sul passato non deve mai puntare.
Chiamami per sempre affinché i miei canti riscaldino nell’autunno i colori dell’estate e nel vento delle stagioni trovino riparo le tue fragili passioni.
Se hai freddo non coprire la speranza e se apri la finestra chiamami per sempre, perché oggi, tra i sorrisi della vita, troverai chi ti aspetta seduto oltre i tempi dei nostri campi elisi avvolto da distese di soffici fiordalisi.
LA STRADA DEI RICORDI
Stende la bruma il suo mantello e dal vecchio casolare si ode il canto di una civetta, ecco che il tempo per me si è fermato e tu traghettatore della sera conduci al silenzio ogni affanno.
Liberami per sempre da queste catene portami lontano sulla prua delle tue galee, dove salpa il volo libero delle falene.
Come un viandante esausto arrivo alla mia meta dove i mari si congiungono caldi all’orizzonte, dove la realtà si veste d’illusione, dove il fanciullo chiama a sé la mia passione e nel passato rivivo bei momenti che credevo persi o lasciati ma non dimenticati.
Non correre sempre nel bisogno disperato di arrivare, fermati per una volta ad ascoltare, chi ti parla è la tua voce, come un gioco che hai trovato sulla strada dei ricordi.
UOMINI PRIGIONIERI DELL’ODIO
Un colpo di vento, quasi sfacciatamente, offre ai miei occhi rapiti dal tempo paesaggi lontani di verdi altipiani.
Le Dolomiti, il più imponente spettacolo di boschi scintillanti e distese vallate, quasi ad alternarsi in un incantesimo infinito si perde e si espande come luce protesa a strapiombo su rocce taglienti dei nudi pendii.
Si confonde nella paura l’ambiguo volto del silenzio e la mia mente tormentata chiusa, immobile si ferma e ritorna a quel maledetto 25 maggio 1915.
Davanti a me spaventose fortezze dal Cherle, al Luserna fino al Belvedere si ergono maestose irte muraglie di cemento, dentro la vita, la sorte o la morte non fanno distinzione a uomini prigionieri dell’odio.
Dai costoni acuminati rotolano sassi quando all’improvviso un urlo immenso, angoscioso sopraggiunge più forte, rabbioso e crudele fino a sfociare in uno schianto, in un nembo.
Tutto intorno l’aria trema, avvolta da un turbinio di polvere, di pietre e ferro, infine una pioggia battente di schegge impazzite che lacera anime di colpi fendenti di compagni e nemici morenti.
Nel vuoto rimbomba il grido di un soldato: “Per Trento basto io!”. Forte è chi cade, sussurra il coraggio a chi si è rialzato, ma io non posso cadere non ancora, non oggi.
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Come citare questo articolo
Mauro Furini. “La strada dei ricordi”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-strada-dei-ricordi/