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NARRATIVA

La voce del tempo

di Viviana Segantin

Ventaglio Novanta n. 21 2000 pp. 107–110

Quando il tempo è bello, non scelgo mai l'autostrada per tornare in Polesine. Percorrere le stradine sinuose che tagliano la campagna sterminata, possedute dal sole, mi conferisce una sensazione di benefico relax. Una musica tranquilla fa da sottofondo ad un mondo agreste dove gli spazi perdono i confini nell'azzurro dell'immenso.

E ogni volta che la mia auto scivola leggera verso la meta, so che il presente si intreccerà col passato dando forma a nuove emozioni. Con le mani sul volante mi abbandono ad una strana sensazione di ricerca, nell'attesa che frammenti di attimi già vissuti, acquistino lampi di concretezza, nella certezza che, ancora una volta, sentimenti sconosciuti diverranno cibo per i ricordi del futuro.

E la mente si perde nel riesplorare gli stati di ieri accavallati alle fantasiose anticipazioni del domani. E i chilometri corrono leggeri, impercettibili, resi silenziosi e veloci dai pensieri che si librano impalpabili fuggendo oltre.

Una volta arrivata, si apre una scena cara, che mi accoglie puntuale, sempre uguale e perfetta nei minimi dettagli. Il mio sguardo si posa subito sulle mani che, ancora veloci e operose, con la pelle tradita dal tempo, intrecciano fili colorati che arricchiranno il guardaroba di qualcuno. Modelli rubati a vecchie riviste impolverate prendono magicamente forma dai gomitoli ammassati nel cestino. Le dita sottili ed alacri non si arrestano e continuano il lavoro di tutta un'esistenza. Brandelli di storia nei suoi racconti di vita: ricordi di guerra e fascismo sullo sfondo di una giovinezza ormai lontana.

La descrizione diventa minuziosa quando scivola al grande giorno del "sì": che gioia aver trovato la stoffa per cucire l'abito e gli ingredienti per cucinare i dolci in quel periodo di ristrettezze dovute al conflitto mondiale! Parole di figli piccoli scorrono veloci su pallide foto già ingiallite, che ritrovano i colori nella generazione successiva: è il mio tempo. E la mia mente corre alla ricerca dei sapori passati: la minestra di verdura ed il risotto con le patate dominano il ricordo di quella cucina di sempre, che odora di nonna. Una volta tolta la tovaglia, la luce al neon, che raffreddava la tavola di marmo, si rifletteva sulle carte da gioco che tenevo salde tra le mani: nell'attesa dei miei genitori era quello il passatempo preferito; e l'entusiasmo di una vittoria bastava ad appagare una serata.

A volte ho dormito nel suo letto: attraversando con le "pattine" il pavimento di legno che scricchiola, raggiungevo la sua camera e lasciavo che la favola del cagnolino riempisse la notte. Un cagnolino che ha perso la sua storia, perché è stato ingoiato dal tempo che, costruendo la ragione, ha smaterializzato la consistenza del piccolo amico che mi accompagnava nel sonno.

Ricordo il risveglio con il tubare delle tortore; da allora, quando ho risentito quel suono dolce, ho sempre ritrovato quell'attimo di infanzia! Scendendo le scale mi accoglieva il profumo del caffelatte.

C'era ancora il nonno in quei giorni di sole primaverile! Il nonno con i capelli candidi da sempre, accompagnato dal profumo delle inseparabili mentine. Da maestro in pensione dava ripetizioni ai bambini poco più grandi di me; allora la curiosità mi animava e, furbescamente, mi divertivo a sbirciare nello studio. Quando era il turno della bimba della casa accanto, mia coetanea, ero invece invitata ad assistere alla lezione, e lì, trionfalmente, potevo sfoggiare tutta la mia bravura che, con soddisfazione, veniva elogiata dal nonno.

Il giardino era pieno di fiori: amavo andare in un angolo nascosto dove crescevano le viole e, contemplando i misteri della natura, mi lasciavo sedurre dal loro profumo con la primavera nel cuore.

Epoche diverse si sovrappongono nei ricordi: probabilmente Ciko, il gatto di casa, appartiene ad un periodo precedente a quei giorni. Io lo adoravo nel modo brusco tipico dei bambini: mi raccontano che, appena mi vedeva, voltava l’angolo; probabilmente non me n’ero mai accorta, perché quel che è registrato nella mia mente sul rapporto tra me e Ciko è un’ottima amicizia.

Sembra siano passati secoli da allora e, contemporaneamente, questo istante potrebbe essere lo stesso di vent’anni fa. Sono ancora seduta in cucina, sulle stesse sedie in similpelle rossa, con i gomiti appoggiati sulla lastra di marmo della tavola che mi raffreddava le braccia. Nulla sembra essere cambiato: eppure gli anni hanno fatto il loro corso, spazzando via attimi di gioia e dolore, inghiottendo persone e giornate, districando e riaggrovigliando gli eventi che danno forma alla vita, segnando inesorabilmente la loro ineluttabile cadenza.

Sta arrivando la primavera: uguale eppur diversa. Le viole sbocceranno ancora, anche senza il nonno, anche senza tante altre persone.

Strano recuperare all'improvviso il semplice ricordo di un fiore. Credo che andrò ad osservarle in aprile: odorerò il loro profumo in quel piccolo angolo di giardino dove crescono puntuali, sotto le ortensie; chiuderò gli occhi, e ascolterò in silenzio il malinconico sussurro della voce del tempo.

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Viviana Segantin. “La voce del tempo”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-voce-del-tempo/

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