L’ONDA
Dal molo tu stavi
a guardare lontano
l’azzurro del mare.
Sui sassi frangeva
la spuma dell’onda
che andava, che torna.
E tu rimanevi a fissare
quel vago oscillare
che verso la costa
si spinge, si sposta.
– Che senso – chiedevi
– quel moto può avere,
quel flusso che corre
sul lido che cosa
poteva volere?
Può essere solo
la voglia di andare,
baciare con i lembi
di spuma, toccare
i confini del mare.
Un gesto d’amore
che spiega il profondo
mistero del mondo –.
– Non credo – rispondo.
– Non vale la pena
poi tanto di dire
di questo lambire.
Non ha nessun fine
l’andare, il venire
dell’acque marine.
Ma forse ti piace pensare
che un flusso di sabbia
volesse baciare.
E questo ti basti:
potere creare pensieri
se pure poi questi
non sono mai veri.
Tu sei come l’onda
che nasce, finisce
raggiunta la sponda.
Ancora una cosa tu senti:
noi siamo portati dai venti
così come i flutti
noi siamo soltanto momenti.
LA SERA
Caduto è il giorno,
svanisce piano la luce
sulla macchia di malva
alla bordura.
Alti sui tetti
in giri garriscono
neri i rondoni
come strali vocianti.
Nella siepe già chiude
rosa il vilucchio
e piano discolora
la corolla di seta.
Leggero sfiora
le foglie un alitare
e fa del murmure al giorno
l’ultimo saluto.
Ricomporsi e allora
posare per la notte
nel cupo baratro
del vortice di stelle.
LA NOTTE
Mi desto nel mezzo la notte,
poi resto a vegliare per ore
l’amaro sapore che resta
per tutte le cose perdute
per quelle mancate
per quelle mai avute.
Gli errori di tutta una storia
che torna, e dal buio risale
più grave un pensiero e fa male.
Tu poni fra noi questo spazio
ch’è fatto soltanto di vuoto,
mi numera i giorni il silenzio,
si cresce fra noi la distanza
di te vorrei la presenza
nel buio di questa mia stanza.
È un male che io porto dentro;
è questo di notte che penso,
e sono i fantasmi che incontro
le sole presenze che sento.
Traspare la luce dell’alba,
sta quasi per nascere il giorno,
frammenti di un povero sogno
altro non trovo dattorno.
Vorrei risentire nel cielo
nel grigio chiarore che appare
il grido del falco… più alto
un grido ancora più acuto
lanciato da un picco di spalto,
tenendoti ancora per mano
volare lontano… lontano.
CERCARTI
Ora mi restano
i silenzi delle stanze
disanimate e vuote.
Restano sospese le note
e i respiri nell’oscurità
che scende su di me
che rimangono a cercarti.
NON FOSSE LA NOTTE
Non fosse la notte
il nero tempo che scende
per lunghissime ore.
Sognare vorrei
i tuoi passi leggeri
tra i viali
in giardini di rose.
Sognare vorrei
sul bianco corale
di gelsomini dolce
il tuo sorriso.
Sognare vorrei
che stato non fosse
il pianto a bagnare
i tuoi occhi.
Sognare vorrei
sulla fronte la mano
che poni a confronto.
Sarà forse un sogno
a placare la notte
dell’unico grido.
L’ALLODOLA
Si libra nell’aria
l’allodola e canta,
il cielo schiarisce
di luci dell’alba.
La nebbia diffonde
un tenue lucore,
l’allodola è un soffio
di ali nel sole.
E vola sui campi
si perde lontano,
il vento accarezza
le messi di grano.
Un attimo ancora
si vede passare
poi alto nel cielo
quel punto scompare.
Nel sole che sorge
si perde il suo volo,
non resta nel cielo
che il vento da solo.
L’ULTIMO DONO
Ti spezzavi.
Tu fatta già
dolore e pianto
mi donavi dolce
un sorriso
lunghissimo.
LA VOCE
Non più tra il silenzio
che io cerco
che tra le vostre voci
che non odo
sento le tue parole.
Ascolto dentro me
quello che dici
tu che mi guardi
da così lontano.
Anch’io a te parlo.
Ma io non so
se il grido mio
davanti alla tua pietra
ti giunge e passa.
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Come citare questo articolo
Franco Scappini. “La voce”. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-voce/