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STORIA - TRADIZIONI

Ladri de Ponari

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 66–68

La storia del gallo diventà capon

Passato il turbine della guerra, mentre altre parti d’Italia si stavano faticosamente risollevando alla luce di nuove speranze, il nostro Polesine fu ancora una volta l’oggetto della sciagura; in una notte di mezzo novembre il Po gonfio come mai, ruppe gli argini e fu la tragedia dell’alluvione. Ancora emergenza, ancora stato di calamità col marchio della miseria e del sottosviluppo cucito addosso. Poi l’esodo. Ogni domenica mattina, quando ci ritrovavamo sul sagrato della chiesa, unico punto di riferimento per i paesi di campagna, era un continuo rosario composto di nomi: le famiglie di tanti paesani e conoscenti che emigravano. Quanta gente se ne partì: le forze migliori e fresche della nostra terra se ne andarono; pochissimi lo fecero senza rimpianto, eppure al paese lasciavano come unica eredità la miseria.

Una certa domenica però vi fu un gran fermento, segno di eccitanti novità: “Galo sentio sior Menego, i xe andà a ponari in tre corte zobia de note, i ga netà tuto quanto…” Ladri di polli dunque, che nottetempo si intrufolavano nei cortili delle case di campagna per fare razzia di bipedi e conigli, belli e pronti ingrassati in gabbia.

Come facessero non l’ho mai saputo, se solo si tenta di acciuffare una gallina, essa pianta tanto strepito da svegliare un orso in letargo; evidentemente possedevano un tocco fatato, e sapevano scegliere il tempo e le notti senza luna.

“Fioi de bone done, ma savìo cossa ca ghe xe tocà a Anzolin Scaranari? Tutti a questo punto rizzarono le orecchie, perché il sapere dei fatti altrui nei piccoli paesi ha sempre riscosso il massimo dell’interesse: “No i se ga miga contentà de guarnare el ponaro, i ga avù el muso de farse vivi tre note dopo…!” La gente rimase a bocca aperta, era troppo grossa non si era mai sentita una storia tanto ardita.

Ma come si chiedeva… tre notti dopo i ladri sono tornati? Possibile che nessuno li abbia sentiti? E il cane cosa ci stava a fare, dormiva come un ghiro? Tutte domande legittime che attendono ancora risposta a quaranta anni dal fattaccio.

“Questa la xe proprio da metare in soaza… tre matine dopo, la Taresa Piedulzi, so mojere de Anzolin, alzandose bonora come el solito, la ga vossù fare on giro intorno al ponaro, cussì par abitudine,… La se jera insognà che le so galine le jera tornà indrio,… e intanto el magon la rosegava dentro.

Come la ga spalancà la portesela, za meza verta, la se ga trovà davanti la sorpresa; piantà in mezo al ponaro, tuto imbambio, che jera on bel capon con on cartelo tacà al colo”.

A siffatte parole il crocchio degli uditori, con gli occhi sbarrati ebbe un sussulto, se il narratore non avesse svelato il contenuto del cartello lo avrebbero sgozzato seduta stante.

Ghe jera scrito:

“Sior paron patron, son ndà via galo e vegnù casa capon; son sta via tre note e tre matine par farghe el funarale a le so galine”.

Parte della gente rideva, sorniona, parte si dava meraviglia assai, parte inveiva contro la Giustizia che lasciava impuniti simili ribaldi.

Certo, il danno per la famiglia di Anzolin Scaranari fu grande, ma ancor più atroce la beffa subita: un unico pollo rimandato indietro, un gallo mutilato della cresta, bargigli e… attributi maschili, un vero cappone, monumento dell’impotenza e della vergogna.

Ladri sì, malandrini fin che volete, ma che razza di fantasia ragazzi! Le condizioni di povertà in cui versava la società del dopoguerra non impedivano, come si può argomentare, a chi possedeva “arte” di metterla in pratica, condendola di vene umoristiche, tanto da essere in qualche modo tollerato dai più. Un furto di galline non ha storia, nessuno se ne rammenterebbe dopo qualche tempo, se il suo autore, oltre che ladro, non fosse anche un po’ “poeta”.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Ladri de Ponari”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/ladri-de-ponari/

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