Ripetono da anni gli esperti di meteorologia, che la seconda quindicina di gennaio risulta il periodo più freddo dell’anno.
Non c’era però tutta questa necessità di scomodare pettoruti ed elegantissimi colonnelli dell’aeronautica per scoprire ciò che i nostri nonni mandavano con naturalezza a memoria aiutandosi con la rima.
Si cominciava a dicembre quando, svegliandosi di buon mattino si scoprivano i prati e tutto il paesaggio ricoperti di una fiabesca lanugine bianca:
“Da Santa Luzia, el fredo crúzia”
Verbo bellissimo ormai morto e sepolto quel “cruziare”, sta per crociare, crocefiggere, inchiodare, martoriare; esattamente l’azione svolta dal gelo. Avanti pure:
Da Nadale on fredo mortale. Da la Vecia on fredo ca se crepa. Da S. Antonio (abate) on fredo del demonio.
La dura esperienza di quelle sagge generazioni aveva fatto in modo di far coincidere il freddo più acuto e micidiale con l’opera del demonio, ponendogli fantasiosamente accanto nella rima, un coriaceo antagonista celeste, S. Antonio Abate (che cade guardacaso) il 17 Gennaio.
Per dare coraggio a se stessi e a chi non aveva mezzi per combattere il gran freddo, si sentenziava che tutte le cose eccessive e spropositate erano di breve durata, ed è così passata alla tradizione orale una massima che suggella Solonicamente il frutto di tante tribolate esistenze:
“S. Lorenzo de la gran caldura (10 agosto) S. Vincenzo de la gran fredura (22 gennaio) uno e l’altro… poco i dura”.
Puntualmente all’arrivo della stagione fredda i mezzi di informazione raccomandano la massima prudenza, l’uso di catene per chi viaggia in auto su strade gelate ecc., ma tutto questo non basta, alto è ancora il tributo di sangue versato ai piedi del monumento del progresso.
Tornando ad un passato neppure tanto remoto, si erra quando si crede che il freddo portasse solo sofferenze, disagi e fame; intanto sparivano milioni di insetti nocivi portatori di malattie infettive, si provvedeva inoltre a far provvista di ghiaccio e neve compressi e stipati nel più profondo e buio delle “giazare” (ghiacciaie) per utilizzarlo a scopi terapeutici fino all’estate, e poi tutta la gaiezza della gioventù dove la mettiamo? Valeva e vale un tesoro inestimabile in famiglia e nella società, ciò che solo i ragazzi sanno offrire.
Muniti di comode e calde “sgalmare” (rozzi scarponi con spessa suola di legno) marciavano per il fango e la neve dopo averle impermeabilizzate con grasso sciolto di maiale, sovente provvedevano a chiodarne le suole per scivolare sul giaccio, trascorrendo in tal guisa varie settimane “bianche” senza spendere un soldo per salire alle località di montagna.
Giochi a non finire sulla neve, “sbalocarse” (battaglie a palle di neve) perfino “le marene” granatine ottenute con neve fresca vino e zucchero a buon mercato, pestate nei bicchieri col manico.
I più grandi, senza conoscere Cupido e le sue frecce fatali, lanciavano palle di neve alle ragazze mentre uscivano di chiesa dopo la messa, e i pudici gridolini di queste ultime, uh… oh… non erano affatto di disapprovazione, ma solo il completamento di un rituale vecchio come il cucco; sotto gli occhi beffardi dei vecchi, si rinnovavano nostalgiche scene di corteggiamento.
A tal proposito mi sovviene di un fatto tragicomico accaduto in un paesotto altopolesano durante una visita pastorale del Vescovo in pieno inverno. Come fu come non fu, dopo la solenne messa cantata, le ragazze tardavano ad uscire di chiesa, in quanto trattenute dal vescovo, il quale le indottrinava sui valori della famiglia, della castità, della modestia così via.
Aveva abbondantemente nevicato la sera avanti; i giovanotti cominciavano a spazientirsi, quando finalmente le ragazze fecero la loro comparsa sul sagrato tutte assieme. Una gragnugola di palle farinose si abbattè sulla folta pattuglia femminile. Le giovani si ritrassero un pochino per evitare quell’estemporaneo tiro d’artiglieria, ma proprio in quel mentre uscì, ignaro e solenne, il vescovo accompagnato dai chierichetti per passare in canonica.
Una palla di neve malandrina lo centrò in pieno, facendo volare lo zucchetto scarlatto sulla coltre immacolata.
Scese un silenzio di tomba; il parroco, costernato, rosso di sdegno e di vergogna, si precipitò a raccogliere l’augusto copricapo balbettando umili scuse: “Ecelenza… ecelenza… i soliti braghieri (villanzoni)”.
Ma il vescovo stupì tutti prendendola bonariamente, poi abbozzato un sorriso intorno per sciogliere la tensione disse: “Piutosto de tempesta… mejo la neve… eh la gioventù… noaltri, caro reverendo, oramai no se sbalochemo più”.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “La “baretina” del Vescovo”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-baretina-del-vescovo/