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UN RICORDO

Una vita per il teatro

Un ricordo di Carlo Bagno, fine caratterista e umanissimo uomo di spettacolo

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 72–73

Se qualcuno un giorno vorrà scrivere la storia del teatro della nostra provincia, non potrà non assegnare uno spazio significativo a Carlo Bagno, l’attore lendinarese che ci ha lasciati lo scorso 19 Gennaio, la cui salma è stata tumulata nel capoluogo lombardo, alla presenza di un gruppetto di polesani guidati dal nipote dello scomparso Andrea Bagno; un giovane che, come lo zio, sente il richiamo del teatro, ed è tra gli animatori della filodrammatica locale «Gruppo Proposta Teatrale D».

Carlo Bagno, nato nel marzo del 1920, aveva sentito fin da ragazzo il fascino per il palcoscenico, calcando, da adolescente, le scene del teatro parrocchiale «Toniolo» di S. Biagio, sotto la guida di Mons. Virgilio Piatto assieme ad altri giovanissimi lendinaresi, tra cui gli allora seminaristi don Onorio Grossi e don Birollo. Di grande importanza fu inoltre l’amicizia con Cesare Magon che, insieme a Nini Mandruzzato, fu in grado di infondere in Carlo Bagno un autentico amore per le scene, che lo indusse ad una scelta di vita definitiva ancora in età giovanile. A diciott’anni infatti, all’insaputa dei genitori lasciava la cittadina natia, in cui gli si prospettava un lavoro da ragioniere, per raggiungere Roma dove vinse una borsa di studio all’Accademia d’arte drammatica diretta da Silvio D’Amico e dove in seguito si diplomò a pieni voti.

Tra i momenti più importanti della carriera di attore ricordiamo la sua partecipazione all’attività del Piccolo Teatro di Milano diretto da Strehler e Grassi nell’immediato dopoguerra, il suo inserimento nella compagnia di Sergio Tofano, e successivamente nella prestigiosa «Errepi» con Buazzelli, De Lullo, Falck e Valli in cui si cimentò nella caratterizzazione di personaggi di Goldoni, Machiavelli, Ruzante, Shakespeare, Jonson, Brecht e Majakowski.

Di Bagno il critico Gian Antonio Cibotto ha parlato come dell’ultimo grande interprete ruzantiano, capace di una totale identificazione con i personaggi dell’antica campagna padovana. Da lui diversi estimatori si attendevano forse la costituzione di una compagnia stabile, in grado di riproporre la tradizione teatrale veneta, essendo egli stato considerato uno dei migliori attori goldoniani: rimangono indimenticabili le interpretazioni di Pantalone, nella celebre edizione del “Bugiardo” con Giulio Bosetti, e di Maurizio dei “Rusteghi”. Ma egli fu sempre soprattutto attore, rifuggendo il ruolo di organizzatore ed impresario.

Se il teatro restò fino all’ultimo la sua vera passione, Carlo Bagno non mancò di approdare al cinema, ove esordì con “Lo svitato” di Dario Fo, interpretando poi parti di rilievo nel “Terrorista” di De Bosio e in “Signori e signore” di Germi e partecipando a vari altri film tra cui «Nel nome del papa re» di Magni, «Un dramma borghese» di Mancini e il «Malato immaginario» con Alberto Sordi per la regia di Tonino Cervi. Tra questi, l’interpretazione più riuscita fu indubbiamente quella del Perpetuo, accanto a Nino Manfredi, nel film «Nel nome del papa re» che gli valse riconoscimenti di grande prestigio quali la targa «Mario Gromo» di St. Vincent, il «Nastro d’Argento» di Firenze e il Premio del Festival cinematografico di Bruxelles.

Smentendo il detto «nemo propheta in patria» Carlo Bagno ebbe sempre riconoscimenti di stima ed affetto nella sua terra, nonché attestazioni per le sue qualità artistiche, che nel 1980 lo portarono ad essere insignito del «Premio Quadrivio» e nel 1981 a ricevere una targa di riconoscimento da parte del sindaco di Lendinara, consegnatagli a Badia Polesine ove l’attore recitò nella commedia brillante «La fameja del santolo» di Galina. Con Carlo Bagno scompare un professionista preparato, che nel teatro ha saputo lasciare un segno soprattutto nei ruoli del caratterista, e che sempre ha goduto della simpatia della gente per il suo profondo senso di umanità e perfino di modestia, che lo portava con molta consapevolezza a definirsi «un artigiano del teatro».

A Lendinara lo si ricorda con particolare rimpianto, andando con la memoria alle innumerevoli rappresentazioni che l’hanno visto sulla scena del teatro Ballarin, sia negli anni giovanili sia successivamente con compagnie di chiara fama. Ed ogni volta, il pubblico delle grandi occasioni gli tributò calorosissimi applausi.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Una vita per il teatro”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-vita-per-il-teatro/

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