L’apicoltura in Polesine ha origini antiche, tanto che questa attività ha suggellato il nome di un paese in riva al Po, ovvero Melara dal latino mel.
Non mancano ancora oggi nella zona di Melara vari apicoltori che, in tutta la provincia, raggiungono il ragguardevole numero di circa tremila.
Non ci sono nella nostra provincia aree dove gli apicoltori sono più concentrati, ma piuttosto zone dove, per effetto della presenza di una flora particolarmente nettarifera, troviamo un maggior numero di alveari, anche provenienti da altre province e regioni.
La flora nettarifera presente in Polesine può essere divisa in due categorie: coltivata, ad uso agro-alimentare, e spontanea, piuttosto scarsa.
Alla prima appartengono le seguenti essenze arboree: melo, pesco, ciliegio, albicocco, noci-pesche o nettarine, e qualche altra. Pero e actinidia, o kiwi, pur giovandosi della impollinazione delle api, sono piante poco mellifere. Fra le essenze erbacee: erba medica da seme, fragola, melone e, dallo scorso anno, i terreni sottoposti a “set-aside” per effetto dei Regolamenti C.E.E. e coltivati a girasole.
La flora spontanea, che presenta un certo interesse apistico, è formata da: tarassaco (dialettalmente “brusaocio”), trifoglio bianco e pratense, medica lupolina, ginestrino; qualche arbusto come il biancospino o il rovo e, per gli alberi di alto fusto (alberature stradali, parchi, giardini, siepi interpoderali, ecc.): tiglio, robinia, (detta impropriamente acacia), salice, acero, ippocastano; per il polline viene molto bottinato il pioppo. Si aggiungano poi i fruttiferi selvatici.
Gli apicoltori polesani aderiscono in buona parte alle due Associazioni presenti nel territorio; l’Associazione Provinciale Apicoltori Polesani e la Libera Associazione Provinciale Apicoltori Polesani. I semiprofessionisti, cioè gli apicoltori con qualche centinaio di alveari, si contano appena sulle dita di una mano; tutti gli altri sono da considerarsi dilettanti, ed operano mediamente con un limitato numero di alveari (5-15).
È da rilevare, inoltre, che alcuni apicoltori, vista la scarsità nettarigena di buona parte dell’ambiente polesano, allo scopo di aumentare la redditività dell’apiario, praticano la “transumanza”. Con questo termine si indica il trasporto degli alveari in zone dove è imminente la fioritura di certe piante, come la medica in Basso Polesine, il castagno o la robinia sui Colli Euganei, o la semplice fioritura di un meleto. Il trasporto viene effettuato prima dell’alba o nelle ore di buio, con tutte le api chiuse nell’alveare: è una pratica che richiede attrezzatura, impegno e fatica. Un’attività della quale non beneficia soltanto l’apicoltore, ma anche il proprietario del fondo agricolo perché le api sono indispensabili per l’impollinazione dei fiori di molte colture frutticole e orticole.
Al termine della fioritura, viene raccolto il miele, che in questo caso proviene prevalentemente da una sola essenza floricola e perciò è detto monofloreale (es. miele di robinia, di melo, di castagno, ecc.).
Si sposta poi l’alveare verso altre fioriture o altre zone. Lo spostamento si rende necessario, al termine della fioritura, anche al fine di evitare la triste morìa delle api a causa degli insetticidi utilizzati, che non sempre sono selettivi verso l’ape.
Per quanto riguarda l’attività degli apicoltori polesani, un particolare cenno merita la zona dei Colli Euganei, facilmente raggiungibile dalla nostra provincia: in questa zona si raccolgono soprattutto mieli di robinia e di castagno.
La robinia è un albero importato dal Nord-America e sui Colli Euganei si è diffuso spontaneamente, anche con carattere infestante, soprattutto in certe zone. Fiorisce in Aprile-Maggio con una fioritura breve ma molto intensa, e dà un miele giallo opaco chiaro, quasi trasparente, sempre liquido, molto richiesto dal mercato. Il castagno fiorisce invece verso la fine di Giugno ed è un albero tipico di questa zona: il miele che se ne ricava è molto scuro, e non cristallizza quasi mai; l’odore e il sapore sono molto caratteristici e non sempre graditi a tutti i consumatori. Va detto ancora che i due mieli hanno caratteristiche incompatibili e vanno perciò raccolti separatamente.
Inoltre, sui Colli Euganei, dopo il mese di Giugno, se l’Estate è siccitosa, subentra una fase di crisi dovuta a scarse risorse nettarifere, e gli alveari, se non sono sostenuti con nutrizioni, tendono a spopolarsi, per cui molti apicoltori attuano nuovi spostamenti.
Per contro, sui Colli Euganei, in zone ben esposte a Sud, soleggiate e riparate dal freddo e dai venti, l’invernamento dell’apiario è meno rischioso, e il risveglio primaverile, rispetto a quello polesano, caratterizzato da inverni freddi, umidi e nebbiosi, è anticipato di quasi un mese; ciò dà alle api la possibilità di svilupparsi prima e di bottinare sulle fioriture precoci di nocciolo, erica, acero, ecc. È però doveroso rilevare che tutti questi spostamenti incidono, anche pesantemente, sui costi di produzione del miele.
In Polesine il numero degli apicoltori si può ritenere mediamente stabile: il turnover è di circa il 15% annuo. Vale a dire che, se gli apicoltori che smettono l’attività per disaffezione, per raggiunti limiti di età, per morte dell’apiario o per delusioni varie sono il 15%, altrettanti ne sorgono di nuovi, con più o meno entusiasmo: molti abbandoneranno dopo le prime “punture” d’ape, altri, i più appassionati, resteranno fedeli all’apiario per tutta la vita. Va ancora rilevato che gli apicoltori non necessariamente sono anche agricoltori, anzi il 60%, esercita attività diverse dall’apicoltura e si possono definire hobbisti con piccolo commercio.
L’alveare è definito stanziale se non viene mai spostato, e la sua resa generalmente non supera i 10-15 .kg. di miele, per arrivare ai 20 kg. di certe fortunate annate, quando, per il prolungarsi dell’estate e per un andamento climatico e florigeno favorevole, le api possono bottinare più a lungo. In contrapposizione, per fare un esempio, in certe zone di montagna, con annate fredde e piovose, la raccolta è limitata ai soli mesi di Giugno, Luglio e Agosto.
Se un tempo l’allevamento delle api richiedeva solo doti di passione, oggi, anche in Polesine, le api richiedono cura e attenzione; due sono in particolare le malattie che le possono colpire: la peste americana e la varroa jacobsoni. La peste americana è sostenuta da un batterio che fa morire la covata, mentre la varroa è sostenuta da un acaro, la cui femmina si attacca al corpo delle api e ne succhia l’emolinfa. Questo acaro, descritto per la prima volta nel 1904 a Giava, per effetto del commercio di api, di materiale apistico e a causa delle sciamature, è giunto in Italia: a Gorizia, proveniente dai Paesi dell’Est, è stato registrato nel 1981, e dal 1984-85 è presente anche nel Polesine.
Entrambe le malattie, se non arrestate in tempo, portano l’alveare a morte sicura. Ma a danno si aggiunge danno, in quanto la varroa trasmetterebbe all’ape una virosi, non ancora ben conosciuta.
Per concludere, si deve aggiungere che il miele prodotto in Italia copre appena la metà del fabbisogno: il rimanente viene importato a prezzi molto bassi da paesi quali Argentina, Ungheria, ecc. Ciò mantiene basso il prezzo di mercato del miele che, il più delle volte, non è remunerativo, mortificando così le prospettive future dell’apicoltore.
È bene però che i consumatori sappiano che non tutto il miele ha le stesse caratteristiche e perciò mi sento di concludere con un consiglio: per trovare del buon miele polesano, genuino e senza trattamenti termici, rivolgetevi ad un apicoltore che conoscete, di fiducia e disponibile a mostrarvi alveari e… api!
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Paolo Bianchi. “L’apicoltura in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/lapicoltura-in-polesine/