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STORIA - TRADIZIONI

Le “baline”

Il gioco delle biglie, diffusissimo in tutto il mondo almeno fino agli anni sessanta, richiedeva abilità, mira e precisione

di Massimo Vigna

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 82–83

“Baline” cioè biglie. Chi tra i cinquantenni e oltre di oggi può dire di non averci giocato almeno una volta? Tutti i ragazzi ne possedevamo una discreta quantità e forse, in qualche polveroso angolo della cantina o della soffitta, giace ancora nascosto un piccolo tesoretto di perle di terracotta, antico bottino di tante battaglie da cortile.

Il gioco delle biglie era un gioco diffusissimo in tutto il mondo almeno fino agli anni sessanta. Gioco semplice, di abilità, mira e precisione che richiedeva solamente, come strumento qualche biglia o pallina.

Ce n’erano di tanti tipi, dimensione, colore, materiale, valore.

Certamente, data la povertà del tempo, le più diffuse erano le piccole biglie di terracotta, non sempre perfettamente sferiche, per lo più di colore nocciola, ocra o marron scuro. Erano le meno costose, ma anche le più difettose e non era raro che, nell’urto di cicchetto troppo forte, si spezzassero a metà.

Le compravamo dallo straccivendolo, barattando qualsiasi cosa. A casa mia di stracci ve n’erano in abbondanza dato che il mestiere di papà, sarto e barbiere, ci permetteva di accumulare moltissimi ritagli di stoffa non utilizzabili altrimenti. Li conservavamo con cura in un soppalco del fienile, insieme all’alluminio, al ferro vecchio e al sacco dei capelli: rifiuti che, puntualmente, venivano ritirati verso i primi di dicembre da alcuni ambulanti che, in cambio, ci davano qualche statuina di gesso per il presepio, qualche soprammobile, o anche le preziose “baline” di terracotta che permettevano a noi ragazzi di passare ore ed ore in un gioco appassionante.

La contrattazione era dura dato che bisognava spuntare il baratto migliore e per questo chiedevamo l’aiuto anche degli adulti.

Ottenuto il tanto desiderato “tesoro” in quota equa, riponevamo le biglie in un sacchetto, ognuno il proprio, e la sera, dopo estenuanti battaglie, era tutto un contarle e ricontarle per verificarne l’aumento o la perdita.

Giornata felice se il segno era positivo, giornata triste se era negativo; e qualche volta capitò anche che la giornata risultasse tragica: il sacco pressoché vuoto manifestava, senza ombra di dubbio, l’esito catastrofico degli scontri.

Il dispiacere era ancora maggiore se, al conteggio, oltre le biglie di terracotta, venivano a mancare quelle di vetro, un vero e proprio tesoro da spendere con parsimonia, oggetto di scambi e di piccole aste.

“Te ne do 5 di terracotta per quella azzurra” – offriva il primo.

“6” – rilanciava il secondo e lo scambio era fatto.

Per palline di vetro grosse, venute chissà da dove, l’offerta poteva esser anche di 20 e più; ma quelle non erano per il gioco, bensì per la collezione; o al massimo potevano uscire dal loro sacchetto per una partita a sassetti e rimesse via subito dopo.

Con le biglie si facevano vari giochi: “a buseta”, “a cicchetto”, “a muceto”.

Ognuno di questi richiedeva la stessa tecnica di lancio che avveniva sparando la palina, tenuta fra il pollice e l’indice o il medio, utilizzato come catapulta per imprimere la spinta necessaria a raggiungere la biglia avversaria e colpirla.

Fra tutti i giochi, senza dubbio, io preferivo “buseta”.

Dopo aver scavato una piccola buca nel terreno della grandezza di un pugno, ogni giocatore, a turno, stabilito dalla conta o dal lancio della biglia (chi andava più vicino alla buca iniziava per primo), sparava la propria arma cercando di andare il più vicino possibile alla buca senza che la biglia ci cadesse dentro. Chi si avvicinava di più, aveva il diritto di “ciccare” con la propria biglia, tutte le altre cercando di buttarle in buca. Se ci riusciva guadagnava la biglia, se sbagliava il turno passava al giocatore successivo. Era quasi come giocare a biliardo.

Anche “muceto” era bello e faceva guadagnare o perdere molto. Ogni giocatore metteva una biglia a disposizione con cui si costruiva una piccola piramide di 5 biglie. Chi era sorteggiato per primo, lasciava cadere verticalmente, a mo’ bomba di aereo, la sua biglia sopra la piramide: se la centrava, al solito guadagnava tutte le biglie, altrimenti passava il turno al successivo e la sua “bomba” restava a terra ad ingrossare il premio del vincitore

Dato che il gioco era velocissimo e molto “costoso” in termini di biglie perdute, avevamo inventato anche una variante: si guadagnava solo la biglia su cui era caduta la “bomba”, oppure disponevamo le biglie in fila, un po’ distanziate fra di loro e si procedeva al bombardamento.

In questo modo il gioco durava più a lungo, era più facile che a terra si accumulassero molte biglie, la perdita veniva diluita in un tempo maggiore.

Poi venne il benessere, il boom economico ed iniziò la corsa ai consumi: le povere biglie di terracotta, tenute e guardate come un tesoro prezioso, vennero relegate in un angolo, o gettate via come cose di poco valore. Era arrivato il tempo delle figurine Panini, il tempo dei miti dei calciatori, dei “Pizzaballa” che nessuno riusciva a trovare nelle bustine, cosa che ti spingeva a comprarne continuamente, dato che l’album bisognava completarlo.

E con le figurine giunsero altri giochi, da fare rigorosamente con la miriade di doppioni che ognuno di noi aveva in abbondanza, dato che, dopo un po’, la probabilità di trovare figurine che non si possedevano, precipitava a percentuali infime, ma in compenso il mucchio delle inutili aumentava proporzionalmente. In qualche modo si dovevano pure utilizzare: adattammo i vecchi giochi a nuovi strumenti, ma non era più la stessa cosa.

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Come citare questo articolo

Massimo Vigna. “Le “baline””. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-baline/

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