“Dipingere è un piacere per me stesso. Mi piace trasmettere un’emozione agli altri, cercando di tradurre sulla tela ciò che vedo e sento”.
Giorgio Stocco spiega così il senso della propria arte, dove cerca “di rappresentare sempre il bello, anche se si tratta di oggetti semplici, quali frutta, bicchieri, vasi”, prediligendo una pittura “iperrealista” su acrilico. Nulla di statico, di già visto, di scontato.
A parlare sono sempre le emozioni. Un paesaggio deltizio, una manciata di ciliegie nel cesto, un muro che racconta la vita, su cui si è posata una candida farfalla. Quella proposta da Giorgio Stocco è una magia non tanto dal sapore fiabesco, quanto piuttosto concentrata nella capacità del pittore di far apparire, risaltare, amplificare il valore delle piccole cose, che risvegliano sentimenti, sensazioni, attimi perduti, dentro di noi. E’ come fuggire dalla città, per ritrovare dentro se stessi ed esprimere all’esterno, i luoghi dell’anima.
Le nature morte sono perfette riproduzioni di frutta e di qualche fiore, capaci di sembrare oggetti tridimensionali, pronti da cogliere allungando la mano. Il bicchiere di vino è posato mezzo vuoto sul tavolo, le ciliegie sono sparse sulla tovaglia… segnali della presenza umana. La voce dell’uomo si percepisce in lontananza, fuori dalla visione della tela, che mette in primo piano una tavola apparecchiata, ma non troppo composta. Perché la mano dell’uomo si è data da fare, distribuendo sul piano bianco qualche ciliegia, un fiore tolto dal vaso, il cavatappi con cui è stata appena aperta una bottiglia di vino rosso…o una biglia colorata, posata vicino a un portafrutta, quasi a significare l’attesa di un bimbo che, allungando la mano verso il tavolo troppo alto, ha lasciato un segno vitale di sé, prima di riuscire a prendere ciò che gli stuzzicava il palato.
Anche un sacchetto sgualcito e non gettato, che accoglie morbidamente alcuni fichi maturi, rappresenta un frammento di vita che suscita l’attenzione del pittore: è il momento quotidiano del ritorno dal mercato, l’attimo in cui il frutto è posto, quasi in senso contemplativo, su una tovaglia di fortuna, adorna delle sue foglie ormai appassite. Una visione, prima di affidarlo al palato nel rito del gustarne la polpa.
Giorgio Stocco è inoltre abile nel ritrarre scorci di paesaggi vicini al mare, i campi assolati, il regno di mille fiori colorati, o i bianchi muri dei paesini del meridione. Le sedie e gli sgabelli di paglia, sono anch’essi luoghi soltanto apparentemente abbandonati.
Nei quadri dell’artista rodigino sono assenti le persone, ma la presenza dell’uomo si indovina: non è diretta, è piuttosto riscontrabile nella traccia di una attività conclusa oppure interrotta, di un lavoro, o anche di una sosta oziosa in riva al mare a leggere un giornale, o ancora del bucato pronto da stendere su quel filo, dove le mollette attendono indolenti che il bianco delle lenzuola svolazzi al sole, dando luce e vitalità a una cupa esistenza (quello sfondo nero come la notte) se non vissuta valorizzando la quotidianità che in Stocco diviene arte.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “Le emozioni di Giorgio Stocco”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-emozioni-di-giorgio-stocco/