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ARTEOGGI

Le immagini di Antonio Ghirotto

Pennellate di colore che dispongono il pensiero nel divenire

di Giorgio Fioravanti

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 107–109

Il mio incontro con Antonio Ghirotto, artista, è stato casuale, uno di quegli avvenimenti imprevisti della vita che ti fanno trovare sulla sua strada un personaggio che ti colpisce e va ad occupare un posto di rilievo nella tua memoria. In quel periodo Antonio Ghirotto, si occupava di fotografia. “La fotografia era allora l’unica espressione che conciliava la voglia di esprimermi con l’esigenza professionale”, mi confidò poi.

Già allora mi resi conto che il maestro Ghirotto fa parte di quella schiera di uomini entro i quali “alberga lo spirito di Ulisse”, ossia quell’indomabile voglia di scoprire, di approfondire, di svelare l’arcano, penetrando a fondo nell’immagine, alla ricerca dell’anima. Sì, perché ho l’impressione che Ghirotto, al di là di tutti i suoi attributi artistici, abbia questo merito: di dare anima anche alle cose della natura, quell’anima che noi chiamiamo poesia, quel sentimento vibrante che è dentro a ciascuno di noi. I poeti non sono quelli che scrivono poesie, ma quelli che hanno il cuore pieno di questo spirito sacro.

Questa prima impressione s’è fatta poi certezza, in tutta la sua positività, quando finalmente Ghirotto è passato dalla fotografia alla pittura, che ora esprime con una produzione di quadri che colpiscono prima l’occhio, poi giù giù scaldano il cuore.

Successivamente ho avuto anche la fortuna di visitare, a Salara dove vive, il suo studio, e di essere stato presente anche al vernissage di diverse sue personali. Aspetti distintivi, il suo fare cordiale, l’entusiasmo col quale parla, ma soprattutto la delicata sensibilità con cui sa cogliere le immagini, dalle quali prorompe sempre quella felicità che deriva dalla contemplazione di queste nostre terre polesane e delle cose minime, dal piacere di “raccontarle”, ricavando da esse stupore e meraviglia. Non cerca una cosa precisa, né tenta di svelare misteri: semplicemente permette alla propria anima di essere guidata, governata e sospinta dal fascino di ciò che lo seduce: la bellezza e il colore.

“Da sempre ho sentito dentro di me la vocazione dell’arte, – mi disse Ghirotto parlando della sua evoluzione artistica – le vicende della vita purtroppo, hanno tormentato questa mia imperiosa inclinazione, rendendone difficile il concretizzarsi …”.

“Lo spirito di Ulisse” lo rende sempre insoddisfatto di sé, continuamente alla ricerca del meglio e del nuovo. Questa è l’anima dell’artista: il tormento che non dà tregua. Stupisce e sa stupire, interroga e s’interroga, assumendo l’atteggiamento di chi, provando, modifica, rinnova e riscopre.

Sorretto da una vivace cultura, ha sperimentato varie tecniche, ispirandosi ai maestri classici del passato, a quelli del presente, ma mantenendo inconfondibile una sua spiccata personalità, una sua precisa individualità. Ora si libera dell’impressionismo, sedotto dalla forza dei colori e dalla suggestione della luce, per affrontare una tecnica più gestuale e materica. I paesaggi polesani, il grande fiume, sono pennellate di colore che dispongono il pensiero nel divenire: colori come parole, immagini come frasi, composizioni come racconti.

Le nature morte, per esempio, sono di una vitalità toccante, immerse in un’intensa luminosità che sembra emanare dall’interno, dal cuore, e smuove il sentimento alla ricerca di una riflessione. Il significato allegorico, che si può cogliere in alcune di queste, ci porta a meditare su noi stessi: presente, passato, futuro, quasi l’avvicendarsi delle stagioni come l’avvicendarsi delle fasi della vita, senza rimpianti, inutili sentimentalismi, ma con equilibrata gioia del vivere, godendo della bellezza che la natura ci offre.

La composizione è curata, costruita su una geometria che soddisfa l’occhio e stimola il sentimento. Le marine, i monocromi, i velati sono forse tentativi, ricerche che conservano comunque un’impronta chiara, l’anelito di un’evoluzione già pronta a spiccare il volo verso l’alto.

I paesaggi, a volte vibranti, stemperati con il pennello o con la spatola, aumentano la suggestione, destando l’ammirazione non solo per chi riscopre quanto bella è la nostra terra, ma anche per chi, come lui, questa terra sa rappresentare.

I campi di grano, infestatiti di papaveri, che si chiudono sull’ultimo orizzonte, protesi verso l’infinito, proposti con un impressionismo semplice ed intelligente, parlano con il linguaggio del sentimento. Il linguaggio dell’amore e dell’ammirazione che Ghirotto prova per questa terra dove vive.

Le golene emanano l’arcano di infinite presenze, richiamano i silenzi, il sussurro del vento, i languori dell’autunno, la presenza del grande fiume con la sue ataviche storie, che condensano il passato di vita e di morte di generazioni. Anche qui è “lo spirito di Ulisse” che emerge con la sua esuberanza. Nella natura, nell’uomo si cela un mondo ricco e misterioso, tutto da riscoprire e da cogliere, da sperimentare.

Testimone attento, smaliziato dall’arte fotografica, non si accontenta mai della prima impressione. Con i “toreri”, cerca una realtà che trapassa l’occhio e scende nell’anima, come solo il cuore d’artista sa fare. L’uomo e l’animale, ciascuno con ciò che di meglio esprime, si completano in una danza per la vita. La danza, suprema euritmia del corpo, in quell’armoniosa composizione, trova forza e potenza nella seduzione del colore.

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Come citare questo articolo

Giorgio Fioravanti. “Le immagini di Antonio Ghirotto”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-immagini-di-antonio-ghirotto/

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