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ARTEOGGI

Le metamorfosi di Elisa Bertaglia

Utilizzando un linguaggio onirico e simbolico, l’artista rappresenta piante, animali e bambini, immersi in paesaggi immaginari

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 106–107

C’è un luogo nascosto dentro ognuno di noi, che ci chiede di esistere. Di lasciare il segno, la traccia della nostra anima. Chi lo fa attraverso l’arte diventa portatore di bellezza nel nostro ormai frenetico mondo. Elisa Bertaglia, classe 1983, di Crespino, dona al pubblico il proprio talento.

Affronta in molteplici sfaccettature il concetto di soglia come metamorfosi, difficile quanto necessaria nella ricerca e formazione dell’identità: bimbi e fiere, sospesi nel vuoto o impigliati tra rami di piante carnivore, sono simboli del corto circuito nel complesso compendio di rituali e regole che celebrano il naturale passaggio tra non-coscienza e consapevolezza.

– Ma da dove è nata la tua passione per l’arte? Chiedo alla pittrice.

“Da che ho memoria ho sempre amato moltissimo disegnare. Penso sia nato tutto qui: da piccola passavo intere giornate a casa di mia nonna seduta su una seggiola di legno rossa e disegnavo per ore riempiendo di scarabocchi vecchie agende. Sono i ricordi più belli della mia infanzia. Conservo ancora gran parte di quelle agende, mi guidano verso dove tutto è nato, e poi alcuni di quei disegni sono davvero belli. Non so da dove prendevo le immagini che disegnavo, erano forme strane e personaggi immaginari. Il mio preferito rappresenta un cavaliere con spada sguainata e un mantello viola, ritto in piedi accanto un cactus. Mi fa sempre sorridere di tenerezza rivederlo”.

– Perché hai scelto di utilizzare spesso soggetti che hanno protagonista la natura?

“Credo che l’importanza della natura nella mia poetica risalga a vecchi ricordi. Il luogo dove sono nata e cresciuta, Crespino, e il tempo trascorso tra i pioppeti nella golena del Po, sono stati fattori fondamentali che mi hanno portata a inserire nei miei disegni e dipinti elementi naturali che facevano parte del mio bagaglio di memorie. La memoria privata diventa anche memoria condivisa nel momento in cui il paesaggio, il ‘luogo’, è oggi testimone passivo della storia che lo ha attraversato. Le sue stratificazioni si sono apparentemente perse nella frenesia della contemporaneità, ma basta alzare il velo dell’apparenza e troviamo tutto, stratificato. Il compito dell’artista è anche quello di essere in grado di leggere le stratificazioni e le complessità della realtà, mettere insieme elementi apparentemente distanti e reinterpretarli attraverso il suo lavoro”.

– Ricordi la prima tua opera? A cosa ti sei ispirata in quella e nelle successive?

“Non mi è mai piaciuto copiare la realtà. Ho sempre dato la priorità alla mia immaginazione. Ricordo molti dipinti e disegni, ma il primo lavoro che può essere chiamato ‘opera’ è “Populus”, un polittico di 28 disegni e dipinti su carta che nasce proprio dal mito di FetonteIl titolo della mia opera, “Populus”, riflette sull’ambivalenza semantica della parola latina che significa sia pioppo che popolo. Questo perché il rumore delle fronde dei pioppi mossi dal vento ricordano il brusio di una folla. Da quest’opera nasce una delle tematiche più importanti per me oggi, quella della metamorfosi. L’opera successiva porta sempre lo stesso titolo ed è stata esposta alla 54ma biennale di Venezia, al Padiglione Accademie, nel 2011”.

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Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “Le metamorfosi di Elisa Bertaglia”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-metamorfosi-di-elisa-bertaglia/

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