La crescita di una città si avvale di numerosi fattori spesso lontani dalla natura economica: le proposte culturali sono un elemento di forte distinguo che travalicano quello produttivo, commerciale, la moda e l’eredità storica. In questo contesto di analisi Rovigo è una città in evoluzione, forte di entusiasmi collettivi, eccellenze da ricordare e mezzi sapientemente destinati; lontana dall’essere una ‘città morta’ e desiderosa di spogliarsi di un provincialismo congenito, mette in atto proposte di rivalutazione del passato e del presente con uno spirito critico di altissimo livello, corollato da interventi di qualità e appuntamenti trasversali destinati alla cittadinanza con l’obbiettivo di rendere la cultura accessibile ai più e di creare un affetto e un orgoglio di appartenenza storica e locale.
Il ricco programma ‘Cultura in Polesine nel ‘900 veneto’ promossa dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo mette in atto questi meccanismi e rivaluta antico e moderno partendo dalla ‘reviviscenza culturale’ che ha caratterizzato il Polesine dagli anni ‘30 del secolo passato. Figura interessante e ancora oggetto di studi quella di Giuseppe Marchiori, presentato dai relatori Pier Luigi Bagatin, Sergio Garbato e dall’artista contemporaneo Gabbris Ferrari, egli stesso ospite di questo ciclo di seminari.
Marchiori nasce a Lendinara nel 1901 e muore nel 1982, appartiene ad una facoltosa famiglia che lo introduce alla scrittura e all’arte, vantando una ricca collezione e una nutrita biblioteca raccolta nella cinquecentesca villa di Ca’ Dolfin. Nonostante la precoce trasmissione alla cultura, Marchiori sente l’esigenza di un ambiente più stimolante ed inizia a guardare verso Venezia.
E’ così che, dopo un inizio da scrittore e poeta, si dedica alla pittura e nel 1925 espone i suoi paesaggi alla collettiva veneziana di Ca’ Pesaro. Ma è il 1926 l’anno della svolta: pubblica la sua prima raccolta di poesie, inizia contatti con artisti e alla XV Biennale di Venezia, sarà impressionato dalle opere di Van Gogh a cui segue un viaggio a Parigi. Da allora coltiverà prevalentemente la scrittura sfociata nella sua instancabile attività di critico d’arte che negli anni ‘30 si esprime in puntuali collaborazioni con il quotidiano ferrarese il ‘Corriere Padano’.
Gli scritti di Marchiori si qualificano per il suo brillante spirito d’indagine, dapprima verso elementi locali poi nazionali e più tardi europei. Scopritore di talenti, è articolista e impegnato scrittore di monografie e cataloghi. Si impegna senza riserve nell’organizzazione di mostre e conferenze per mantenere vivo il dibattito artistico grazie ad una fitta rete di relazioni nazionali ed internazionali che lo portano a viaggiare per l’Europa.
Fondamentale risulta il nutrito complesso epistolare dal carattere professionale ma anche privato – conservato presso la Biblioteca Comunale di Lendinara – che Marchiori intrattiene con diversi artisti tra cui Morandi e Vedova e che molto raccontano dell’evoluzione di pittori e scultori anche di quelli da lui scoperti.
La sua figura si inserisce nel contesto di rinnovamento artistico dell’immediato dopoguerra a Venezia con la “Nuova Secessione Artistica Italiana” fondata nel 1946 poi mutata in “Fronte Nuovo delle Arti”, a cui prendono parte i pittori Renato Birolli, Emilio Vedova, Bruno Cassinari, Leoncillo Leonardi, Renato Guttuso, Ennio Morlotti, A. Viani, Armando Pizzinato, Giuseppe Santomaso.
La città lagunare vede lunghe permanenze di Marchiori, che nella nuova veste di interlocutore tra diversi linguaggi artistici porta avanti una critica sempre più libera e intransigente, come si evince dal Manifesto del I ottobre 1946: “Nove artisti italiani, sostituendo all’estetica delle forme, una dialettica delle forme, intendono far convergere le loro tendenze, solo apparentemente contrastanti, verso una sintesi riconoscibile soltanto nel futuro delle loro opere e ciò in contrasto con tutte le precedenti sintesi verificatesi per decisione teorica o comunque aprioristica”.
E’ un momento di passaggi storici indelebili con tanta voglia di testimoniare il ricordo, ma soprattutto il rinnovamento con una tensione frenetica e fervida di creare qualcosa di nuovo in una necessaria discussione critica di carattere internazionale dopo il pesante conflitto mondiale. Tuttavia il movimento ha vita breve e si scioglie tra polemiche nel solco insanabile tra realismo e astrattismo. Nonostante la sua limitata esistenza si creano i presupposti per una critica d’arte dal diverso sentire, un artista viene indagato a livello trasversale nella sua attitudine professionale, nel suo impegno culturale e nella sua qualità umana.
Marchiori ci lascia un’eredità utilissima nella metodica conservazione di materiali di studio quali note biografiche, lettere, appunti e poesie. La logica conseguenza di tanto impegno porta l’arte italiana ad un’inevitabile riqualificazione a livello internazionale e alla formazione di una critica lontana dalle forme accademiche.
Marchiori ha in sè il sentimento di provincia con tutto quello che di buono e meno buono può avere questa definizione. Matura la pazienza di chi sa riconoscere un talento, interpretarlo e ascoltarlo, prende i suoi artisti ‘a piccole dosi’ imparando a trattare con diverse inclinazioni gestendo le singole caratteristiche come la politica di un Pizzinato, la gravosità di un Vedova o l’impegnativa poetica di un Palmieri; e questa pazienza è uno degli esercizi più belli che un essere umano può fare.
Una delle sue maggiori eredità sta nell’aver affrontato il tema della funzione dell’artista e dello studioso all’interno del dibattito culturale del tempo. Un esempio per tutti: nel F.N.A. vige un orientamento politico di sinistra, viene chiesto, infatti, agli artisti iscritti al partito comunista di abbandonare l’astrattismo e abbracciare un linguaggio volto più alla classe operaia e alla propaganda politica e sociale. Marchiori capisce tutto questo e molto di più, vedendo però nell’arte una sola traccia legittima: LA LIBERTA’, l’unico condizionamento è l’impegno intellettuale e l’onestà, la purezza dell’artista, la nuova intransigenza dell’arte fino a giungere a Jackson Pollock.
Diventa demiurgo della nuova critica d’arte, è pittore e anche bravo, e da uomo intelligente qual è riesce a comprendere gli autentici valori che legano l’arte alla cultura e alla vita, dedicando ai posteri monografie ricche e precise, ma codificabili e gentili in uno stile non ampolloso e gradevole, arricchite dell’elemento umano educato com’era a sentire la persona e l’artista insieme.
Oltre al quotidiano il Corriere padano collabora con Il Mattino del popolo, i settimanali Cronache veneziane, Fiera letteraria, i periodici Domani, Terraferma, La Vernice, Arti, La Biennale di Venezia, Letteratura, Panorama delle arti, L’Almanacco del Polesine, la rivista L’Orto, la collana ‘Arte moderna italiana’ della Hoepli e la rivista Marmo a testimonianza dell’affetto che il critico riponeva anche nella scultura.
Tra le numerose onoreficenze da ricordare, sono la nomina a ispettore onorario ai Monumenti per la provincia di Rovigo (primi anni ‘50) la partecipazione al primo censimento delle ville venete e Membro dell’Accademia dei Concordi.
La ricca attività di rivalutazione del critico polesano vede un lavoro in continua evoluzione, tanto è il materiale lasciato e le possibilità di indagini correlate di artisti e movimenti. Ricordare l’impegno profuso da questa eccellenza locale è un dovere morale se si dimostra di imparare dalla storia e dai suoi protagonisti, evitando un mero esercizio di riproposta.
In quest’ottica l’augurio è che la contemporaneità veda altrettanto spirito di riqualificazione e ricerca nella volontà di dare voce ai giovani talenti da promuovere, studiare e ricordare in un dialogo critico completo, come l’eredità appena indagata ci ha lasciato. Nelle sue personalissime interpretazioni Giuseppe Marchiori ha rivelato infatti di essere trasversale e la sua instancabile attività di ricercatore e critico ci lasciano il ricordo di un artista completo.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “L’eredità di Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/leredita-di-marchiori/