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POESIA

LIRICHE SCELTE

di Silvana Zanella

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 111–116

UN OSELIN

Un oselin beca un fiore sul ramo d’un
pesco.
In zielo nuvole bianche
sfilacià dai campanili.
Coli lontan, dove ghe l’orizonte
a far da cornis ai sogni despersi.
Spruzi ne l’acqua del foso
che la scapa tra i dei.
E a distesa un mare de gran
ca canta col vento.
Come ca ghe voi ben
a sto sole e a st’aria pulita
de l’ultima primavera de la me vita.

LA SABBIA TRA LE DITA

La sabbia mi scorre tra le dita.
Il pugno è stretto e forte,
eppur non riesce a trattenerla.
Correvi lungo il sentiero con la bocca sporca di more,
ridevi, ballavi, facevi le smorfie,
sfidavi il sole a chi viveva di più.
Passavo sul ponte con i libri di scuola,
tu dall’acqua mi chiamavi urlando,
finché ti ho scorto tra i riverberi di sole.
Ti ho visto una sera in un pugno di amici
e tu li hai lasciati per venire da me.
Nell’ombra le stelle ridevano appena sommesse.
E volavamo insieme verso la luce
come bachi da seta sfuggiti al massacro.
Senza rimpianto lasciavamo nel bozzolo qualche filo della nostra vita.
Bramosi e curiosi di non sentirci più soli
compravamo frittelle da mangiare nei campi.
La brezza portava in alto i nostri sogni di carta velina.
Anche il giorno che mi hai detto che partivi soffiava il vento,
un vento forte che strappava petali ai papaveri,
snervati e divelti li trascinava lontano.
Aspettavo la corriera, che ti avrebbe portato via, seduta su un sasso,
mangiavo del pane, ma non era buon pane, sapeva di sale,
un gusto che non avrei scordato mai più.
Non avevi spiegazioni per calmare il mio pianto.
Non offrivi fiori che avrei visto appassire col tempo.
Già sapevo che cercavi qualcuno che non era qui.
Volevi una nuova terra in cui lasciare i tuoi passi,
un’altra vita bevuta fino all’ultima goccia,
un altro te stesso più grande e immortale.
A volte ti vedo seduto davanti a una casa,
il sole picchia sul tetto e la pioggia sbatte le imposte,
ma tu non ti alzi per tornare da me.
Il tempo regala rughe al mio viso come gioielli.
La sabbia mi scorre tra le dita
ed io dispero ormai del tuo ritorno.

PICCOLO PRINCIPE

Piccolo principe, ritorno a te.
Rivedrò i tuoi capelli di grano
e conoscerò la tua rosa.
Un po’ di orgoglio e quattro spine da niente.
Sarà dolce.
Ti prenderò tra le braccia
e guarderemo insieme il tramonto.

Io, cavaliere Aklin,
miracolosamente scampato alle gocce di pioggia,
ho vissuto sulle ali del vento.
Addio serpenti di fuori e di dentro!
Addio infanzia perduta e rincorsa per tutta la vita.
Parto… per l’ultima volta.

Addio luna.
“Pique la lu-une. Pique la lu-une”
motteggiavano i compagni ad ogni anno di scuola.
Io seduto nell’erba…
Addio Léon, quando eri bambino.
Ho salutato la piccola volpe
e ho pianto un po’.

Addio bella Bestia.
Ho lasciato le dune del deserto
e ho udito le stelle cantare una canzone.
Piccolo principe, hai bevuto, tu, l’acqua del pozzo?
E hai udito la carrucola cantare?
Ho guardato la vita con gli occhi del cuore
e ho visto la tua pecora dentro la cassa.
Era importante! Tu lo sai!

Addio, Simoun, Addio François.
Afferro, per un attimo ancora, la vita.
Poi se ne andrà con gli uccellini migratori
e sarò con te tra i sonagli delle stelle.

LA NEBBIA

Xe bela la nebia,

la xe el fogo la sira de la veceta,
la xe el camin de casa toa ca se vede da distante,
la xe ’na vecia ca canta le lodi del Signore.

La xe ’n osel ca ciapa el volo,
el cuore ca sciopa in peto,
’na gioia cusì vera ca sta dentro de mi.

La xe el zielo tanto grande,
’na piopa in fondo al sentiero,
la brina ca se desfa e el primo sol de primavera.

La xe i oci de ’n amigo,
’na canzon ca va par i campi
e tuto el belo ca sta fora de ti.

Xe bruta la nebia,
la xe un putin ca more,
la xe le lagreme de chi pianze par chi altri,
la xe el rimpianto de chi è partio e non torna più.

La xe ’no sfogo amaro,
’na rabia cativa,
’na bruta bestia ca sta dentro de mi.

La xe el zielo cuerto,
un temporal ca riva,
la tempesta sul formento e la gramegna fra le piere de l’ara.

La xe un can ca baia,
un cuore in tumulto
e tuto el mondo ca sta fora de ti.

Xe bela la nebia.
Xe bruta la nebia.
La nebia la xe la me tera che la parla de Dio.

UN ISTANTE DELLA NOTTE

Fuori la notte è tiepida e dolce,
ma non riesco a goderne.
Il vento soffia ormai al di là dell’orizzonte.
Sfiora immense pianure dall’alito ardente
e città di solo metallo
in controluce al tramonto di un sole straniero.

Vede persone non ancora vissute
e ode passioni come fiammelle,
mai accese e mai spente.
Tutto l’amore perso nella sabbia del tempo
e consumato in spazi più brevi di un soffio.
Tutto l’odio che infanga e avvilisce
confuso nel nulla di un immenso infinito.
Il vento conosce cose passate
al di là di ogni limite,
prima di ogni prima esistito.
E vede il domani di ogni ultima cosa,
che è fine e principio
compreso nel gorgo di un eterno ritorno.
Il vento sente la vita che plasma la materia.
Un’eco che arriva dai confini del cielo
dove il tempo non è il nostro tempo
e lo spazio si confonde e si dilegua.
Ma è solo un istante della notte
e il vento dice: Taci
e ascolta la bellezza della vita.

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Come citare questo articolo

Silvana Zanella. “LIRICHE SCELTE”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/liriche-scelte-4/

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