Con l’aprirsi del XIX secolo si assiste in Polesine ad un diffuso interesse per il teatro. Caduta la plurisecolare Repubblica di Venezia, con l’arrivo delle truppe napoleoniche (che non poco sconquasso arrecarono alle istituzioni e ad inveterate tradizioni) non appena iniziò a palesarsi un assetto sociale più stabile, le classi borghesi, da poco salite alla ribalta e sempre più decisamente detentrici delle leve economiche, indirizzarono la loro attenzione verso il teatro.
E l’interesse non si rivolse solo verso quello rappresentato, ma anche e soprattutto verso il luogo del teatro. Quest’ultimo visto sempre più come una sorta di tempio, un ambiente di eccellenza destinato innanzitutto al ritrovo, per assistere ad importanti rappresentazioni, ma anche per dare vita a momenti di mondanità: per vedere ed essere visti, per ostentare, con la propria presenza e l’abbigliamento alla moda, i traguardi sociali raggiunti.
La struttura del teatro
Per le nuove classi borghesi il teatro divenne pertanto un’esigenza sociale ineludibile. E non meraviglia perciò constatare che in tre importanti centri del Polesine, nell’arco di poco più di un decennio siano stati innalzati tre importanti edifici destinati ad accogliere gli entusiasti spettatori e gli acclamati (ma in certi casi anche sonoramente contestati) interpreti delle scene delle rappresentazioni liriche, vero cult di tutto l’Ottocento.
Come si può ancora vedere – soprattutto nella costruzione che maggiormente ha conservato l’assetto originale, ovvero quella di Badia Polesine – internamente la struttura del teatro, oltre che dalla scena e dallo spazio per l’orchestra, era caratterizzata dai palchetti che, in file sovrapposte, circondavano la platea. Una sorta di piccole stanze private, aperte sullo spazio interno, utili non tanto per assicurare la privacy ma per garantire la vita stessa del teatro. I palchettisti costituivano infatti la base sociale che assicurava il sostegno economico al teatro. Spesso impegnati finanziariamente per erigere lo stabile, e soprattutto poi per sostenere i costi delle programmazioni, i palchettisti erano inoltre chiamati ciclicamente a finanziare (in questo caso quasi sempre con scarso entusiasmo) le necessarie opere di restauro dell’immobile.
Il Teatro di Rovigo
A Rovigo la società dei palchettisti si costituì nel 1816, su iniziativa del nobile Antonio Roncali, già proprietario di un teatro ormai obsoleto ubicato nell’attuale via Mazzini nei pressi del Tribunale, di cui non esiste più alcuna traccia.
La ricerca del luogo idoneo per erigere la nuova costruzione diede come esito l’individuazione dell’area sulla quale precedentemente esisteva una chiesetta dedicata a S. Maria dei Battuti demolita nel 1808. Da poco ne era divenuto proprietario il nob. Domenico Bonanome, (possessore anche dell’adiacente palazzo passato poi ai Ravenna ed oggi sede del Consorzio di Bonifica), il quale, in linea con le nuove esigenze sociali, approvò con entusiasmo la proposta, facilitando il passaggio di proprietà alla nascente società.
L’incarico di studiare il progetto fu affidato all’architetto rodigino Sante Baseggio già autore del neoclassico palazzo dell’Accademia dei Concordi, nonché del Teatro di Badia Polesine, e noto anche per aver concorso, con una menzione onorifica, alla presentazione del progetto per la Fenice di Venezia.
Spettava al Governo austriaco, detentore dopo il Congresso di Vienna del Lombardo Veneto, approvare il progetto. Tutto fu fatto con sollecitudine, forse anche allo scopo di ingraziarsi i maggiorenti rodigini, per cui i lavori poterono essere avviati fin dal gennaio del 1817, mentre la società designata si prodigava con qualche difficoltà nell’intento di allargare la base sociale con la cessione in proprietà dei palchetti non ancora assegnati.
Gli entusiasmi iniziali evidentemente dovettero fare i conti con la realtà: in una città che contava circa 9.000 persone, non fu facile reperire un numero sufficiente di soci paganti per la costruzione del teatro con una capienza stimata di oltre mille posti. Dovettero pertanto intervenire il Comune e la Cassa di Risparmio, con un contributo a fondo perduto per sostenere la “lodevole iniziativa”. E soltanto all’inizio del 1819, a lavori ormai pressoché ultimati, la Società del Teatro si costituì ufficialmente.
L’inaugurazione
L’annuncio dell’arrivo a Rovigo dell’imperatore d’Austria Francesco I, indusse ad accelerare i lavori di completamento per accogliere degnamente l’augusto sovrano, che il 3 marzo 1819 poté assistere all’apertura del Sociale, ove gli fu dedicata un’apposita “Cantata” con l’accompagnamento di un gruppo di filarmonici locali. Grande l’entusiasmo registrato, con l’orgoglio dei rodigini di poter esibire una struttura che ben presto si qualificò tra le più importanti e belle del Veneto.
La vera e propria inaugurazione del Teatro si ebbe però il mese successivo con la messa in scena di un’opera appositamente composta per il grande evento: l’ “Adelaide di Borgona”, musicata da Pietro Generali su libretto di Luigi Romanelli e scene di Giuseppe Borsato, scenografo della Fenice.
Con le due importanti quanto applaudite manifestazioni, il rodigino “Teatro della Società” avviava dunque la sua attività sotto i migliori auspici, destinato a divenire un importante punto di riferimento della vita culturale della città e a rappresentarne uno dei simboli stessi. Particolarmente atteso l’autunnale avvio della stagione lirica, che ancora oggi coincide con le manifestazioni programmate per i festeggiamenti dell’Ottobre rodigino.
Luci ed ombre
All’esultanza dell’avvio non corrispose però una continuità di entusiasmo, e ciclicamente si manifestarono cali di interesse e sostegno, per cui non sempre la storia del Sociale è stata all’insegna delle annotazioni positive. Fin nei decenni successivi alla sua realizzazione si palesarono incertezze di gestione, e negli anni quaranta del XIX secolo gravi problemi finanziari furono superati solo grazie all’intervento di Antonio Gobatti, facoltoso cittadino amante del teatro che, con proprie munifiche elargizioni, sanò i debiti contratti e poi nel 1857-58 provvide ad un importante restauro dell’immobile.
Proprio a questo periodo risalgono gli affreschi neoclassici della Sala del Ridotto, opera di Sebastiano Santi coadiuvato dall’allievo Giovanni Biasin.
In ogni caso va detto che al teatro rodigino andarono sempre in scena le opere più importanti del panorama lirico italiano, e grande successo ottennero in particolare quelle di Giuseppe Verdi animate dallo spirito patriottico tipico dell’epoca risorgimentale.
A tal proposito è da segnalare il fatto curioso dell’arrivo a Rovigo, il 20 dicembre 1856, dell’imperatore Francesco Giuseppe, mentre era in programma il “Nabucco”, l’opera che con particolare evidenza inneggiava alla libertà dallo straniero. L’imperatore per cortesia accettò di assistere alla rappresentazione, ma, adducendo stanchezza per il viaggio, lasciò il palco prima che il coro intonasse il “Va pensiero”.
Ben più festosa fu l’accoglienza dedicata nel settembre del 1866 al principe Umberto di Savoia, a pochi mesi dalla liberazione del Veneto a seguito della terza guerra di indipendenza. Per onorare il principe, il teatro fu addobbato sfarzosamente e i proventi della serata furono destinati all’erigendo asilo infantile.
I decenni successivi segnarono però un periodo di crescente crisi per la difficoltà di far quadrare i bilanci. Si registrò un lento ma inesorabile calo dei soci, senza riuscire a coinvolgere nuovi cittadini in grado di subentrare. Le stagioni si susseguirono un po’ stancamente, con qualche parentesi di rinato entusiasmo come per la rappresentazione dell’ “Aida” nel 1879, del “Lohengrin” nel 1893 e dell’ “Otello” nel ‘97.
Il ogni caso il “Sociale” continuò a rappresentare un importante riferimento culturale, offrendo nel tempo un rilevante richiamo per Rovigo. Una continuità ininterrotta, tuttora ben rappresentata dal prestigioso edificio che da due secoli caratterizza la parte conclusiva di piazza Garibaldi, là dove essa è già in procinto di restringersi per dar vita a via Silvestri (al tempo via S. Francesco).
Una piazza completamente ridisegnata nel corso dell’Ottocento, ricavata in seguito alla demolizione della chiesa di Santa Giustina (1809) al fine di creare un ampio spazio, che successivamente, a fine secolo (1896), sarà impreziosito dalla collocazione della apprezzatissima statua equestre di Garibaldi, opera di Ettore Ferrari. Una piazza, dunque, testimone del XIX secolo, che vide in questo periodo anche il rifacimento di Palazzo Bonanome-Ravenna, oggi sede del Consorzio di Bonifica, nonché la costruzione del grande edificio della Camera di Commercio, anche questo nato nella seconda parte del secolo e completato nei primi decenni del Novecento.
(1. Continua)
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “L’Ottocento e il Teatro”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/lottocento-e-il-teatro/