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STORIA - TRADIZIONI

Il Teatro Sociale nel ‘900

Un’attività ininterrotta a sostegno del bel canto e della cultura musicale nel capoluogo rodigino

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 44 2012 pp. 66–69

Uno dei più prestigiosi simboli della città di Rovigo è indubbiamente costituito dal Teatro Sociale, completato nel 1819 su progetto dell’architetto rodigino Sante Baseggio. Della sua storia nel corso dell’Ottocento si è parlano nel n. 42 del Ventaglio (pag. 46 e successive), evidenziando l’importanza dell’istituzione nell’ambito cittadino e tratteggiando momenti di fervore alternati, ciclicamente, con fasi di declino, come quella registratasi negli ultimi decenni dell’Ottocento.

L’incendio e la ricostruzione

Il nuovo secolo sembrava però essersi aperto all’insegna di una sicura ripresa per il Sociale. Ma ecco che, proprio mentre si consolidava questo sentore, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1902, improvvisamente… il disastro. Un violento incendio aggrediva l’immobile, lasciandone integra soltanto la parte anteriore, ovvero la facciata ed il Ridotto.

Il tragico episodio, dopo un primo momento di comprensibile sconcerto, produsse però un insperato moto di riscatto: Rovigo non poteva rinunciare ad una realtà culturale tanto qualificante. Ed un input al ripristino della struttura gravemente compromessa giunge anche dalla sollecita liquidazione di una somma non trascurabile da parte della compagnia di assicurazioni. E’ così che, con rinnovata fiducia, i rappresentanti della Società – potendo anche contare sul determinante sostegno economico del Comune e della Cassa di Risparmio – si affrettano ad indire una gara tra architetti referenziati per il rifacimento del teatro.

Ben presto viene scelto il progetto del torinese Daniele Donghi, docente nella Regia Scuola di Ingegneria ed Architettura di Padova, nonché ingegnere capo del Municipio di Venezia, che fra l’altro aveva all’attivo apprezzate esperienze nel settore e si era qualificato per la particolare attenzione dedicata ai problemi della sicurezza.

La grande novità fu data dall’uso del cemento armato, una scelta allora all’avanguardia, abbracciata anche con l’obiettivo di sostituire il materiale ligneo sempre a rischio di incendi, ma guardata con una certa diffidenza perché da più parti si evidenziavano preoccupazioni di tipo acustico. Timori tosto fugati all’inaugurazione della nuova struttura, avvenuta il 12 ottobre 1904 con la rappresentazione di “Iris” di Mascagni, diretta dallo stesso maestro, la cui presenza sul podio, diede sicuramente grande lustro al nuovo corso del teatro rodigino. Seguì la “Traviata” di Giuseppe Verdi, opera anche questa di grande successo, per cui si registrò un notevole interesse verso il Teatro Sociale anche dalle province contermini di Padova e Ferrara con accresciute frequentazioni e vari resoconti giornalistici che andarono ben oltre i confini del Polesine.

Completata la ricostruzione, nel 1904 fu avviato anche il ciclo decorativo, affidato al padovano Giovanni Vianello a Giovanni Biasin (veneziano da decenni attivo in Polesine) artisti di spicco seguaci della corrente liberty, come ben evidenziano i vari dipinti della grande sala: dal “Corteo delle Muse” nel tondo della volta, agli spicchi sottostanti – ove riquadri fitomorfi si alternano a “Vittorie” con serti e cartigli riportanti i nomi dei grandi musicisti – alla decorazione del grande arco scenico, ai cui lati si profilano due spumeggianti figure femminili con azzurre vesti svolazzanti circondate da nastri.

Gli entusiasmi scemarono però ben presto di fronte alla situazione economica: il consuntivo dei costi sostenuti per il rifacimento rivelò che si era andati ben oltre le disponibilità e la somma inizialmente preventivata. I debiti iniziarono pertanto a pesare senza che si registrasse la volontà da parte dei soci di farvi fronte. E neppure il Comune, in difficoltà di bilancio, ritenne di doversi esporre, per cui, dopo solo qualche anno, nel 1907, fu dichiarato il fallimento, ed il teatro fu messo all’asta.

Se lo aggiudicò Antonio De Paoli di Polesella. Nonostante la sua offerta fosse giudicata pari ad un sesto del reale valore dell’immobile, risultò vincente nella gara d’asta in mancanza di proposte migliori. Il teatro poteva pertanto riaprire, anche se sminuito sotto il profilo di rappresentanza della città, tanto che anche sul frontone fu apposto in bella vista il nome del nuovo proprietario. Il quale manifestò ben presto il suo interesse a dedicare maggiore attenzione ad iniziative di gusto popolare finalizzate a fare cassetta, senza comunque trascurare del tutto le produzioni più significative.

E a questo proposito va segnalato il fortunato debutto a Rovigo di Beniamino Gigli, interprete nel 1914 della “Gioconda” di Amilcare Ponchielli. E da allora il tenore mantenne un affettuoso rapporto col pubblico di Rovigo, tornando più volte di buon grado sulle scene del teatro rodigino. Reciproche furono le testimonianze di stima, tanto che il cantante, con sua piena soddisfazione, nel 1954 fu insignito della cittadinanza onoraria di Rovigo, che onorò con un applauditissimo recital presso il “suo” Teatro Sociale.

Tra le due guerre

Dopo la parentesi della prima guerra mondiale, che aveva visto scadere la qualità degli interpreti, anche perché non pochi giovani cantanti erano stati richiamati alle armi (tanto che una rappresentazione del “Barbiere di Siviglia” fu messa in scena da una compagnia tutta al femminile) l’attività riprese con vigore, dando spazio all’operetta dal gusto più popolare. Non furono però abbandonate le principali produzioni liriche, ed anche le più rinomate compagnie di prosa calcano con successo le scene del teatro rodigino.

Ma nei primi anni venti inizia una parentesi di crisi, tanto che nel dicembre del 1924 il De Paoli giunge ad alienare l’immobile per un valore di 400.000 lire. L’Amministrazione comunale decide di intervenire, esercitando il diritto di prelazione con apposita delibera approvata il 26 gennaio 1925. Dopodiché il sindaco avv. Maneo si attiva per far risorgere la Società del Teatro, coinvolgendo una settantina di cittadini che si impegnano con quote di 5.000 lire.

Sul frontone dell’immobile ricompare nuovamente l’iscrizione TEATRO SOCIALE, ma nuovi debiti, contratti a causa della necessità di sostenere indilazionabili interventi di restauro, non agevolano il nuovo corso, ostacolato anche dalla concorrenza della nuova arte cinematografica programmata presso le sale cittadine Apollo ed Eden.

Una ripresa si ebbe negli anni ‘30 quando la gestione del teatro fu affidata a Gennaro Nappi che riavviò una programmazione di un certo livello. Egli fra l’altro seppe coinvolgere le associazioni dopolavoristiche, la cui nascita era stata sollecitata dal Fascismo che ormai aveva saldamente in mano le leve del potere. E nel 1936, sull’entusiasmo dei nuovi eventi che avevano portato alla conquista dell’Etiopia e alla nascita dell’Impero, la stagione lirica fu aperta da una trionfale “Aida”, seguita da altre opere di repertorio quali “Il Trovatore”, “Madama Butterfly” “Rigoletto”, “La forza del destino”, “Un ballo in maschera”, “Traviata”, per concludersi il 18 aprile 1937 con “Il barbiere di Siviglia”. Anche la stagione di prosa ebbe un buon rilancio con interpreti applauditi, tra cui in particolare Cesco Baseggio e Tonino Micheluzzi.

Un ciclico momento di crisi si ripresenta frattanto nel 1939, ma nel 1940, nonostante l’entrata dell’Italia in guerra, si registra la presentazione di un’importante stagione operistica, avviata come di consueto con la fiera di ottobre. Merito questo che va ascritto al Cav. Bruno Granata, appassionato di teatro, che, come aveva fatto giusto un secolo prima Antonio Gobatti, mise a disposizione del Sociale proprie sostanze. Anche negli anni successivi, nonostante le vicende belliche, furono presentati cartelloni interessanti, e nel 1944, mentre la guerra coinvolgeva drammaticamente tutto il Paese, ancora il Sociale riusciva a programmare alcune opere, con il debutto fra l’altro di Renata Tebaldi nel “Mefistofile” di Arrigo Boito.

Dal dopoguerra

Con il dopoguerra riprende un’attività più continuativa, soprattutto grazie al sostegno del cav. Granata e all’attività del direttore artistico Dino Stefani che porta a Rovigo voci di primissimo piano tra cui la Tebaldi e la Callas (1948). Debuttano in quegli anni anche giovani cantanti polesane, quali Elena Rizzieri e Rina Malatrasi ed il baritono lendinarese Enzo Viaro.

Il problema cronico è quello di far quadrare i bilanci, ed il Comune per salvaguardare l’operatività deve impegnarsi sempre più direttamente nella gestione del teatro, provvedendo anche a vari interventi di restauro ed adeguamento alle normative vigenti.

Una positiva svolta giunge dall’inclusione del Sociale nel novero dei “Teatri di tradizione”, che permette di accedere ad idonei fondi nazionali e poi anche europei, mentre il Comune diviene il referente esclusivo per ogni tipo di iniziativa, individuando in Gino Carlin un valido direttore tecnico-artistico, grazie all’esperienza maturata a fianco di Dino Stefani.

Interessante e significativo fu, a cavallo fra il 1973 e il ‘74, il piano di manutenzione straordinaria, proposto dal giovane assessore Carlo Piombo (poi sindaco della città dal 1987 al 1990). L’intervento – che fra l’altro ha riguardato il recupero degli affreschi del soffitto e dei rosoni dei palchi, nonché la posa delle luci e del maestoso lampadario della sala – fu reso possibile grazie ad un contributo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, sotto la presidenza dell’avv. Antonio Avezzù e la direzione rodigina di Antonio Finotti, che consentì la riapertura del Teatro con un grande Concerto Sinfonico diretto da M° Nino Sanzogno con l’orchestra della Fenice.

Importante negli stessi anni ‘70 la stretta collaborazione avviata col Teatro di Treviso, che fra l’altro sfocia nella creazione dell’apprezzata orchestra “Filarmonia veneta”, oggi “Orchestra Regionale Veneta”, mentre le stagioni liriche non mancano di proporre programmazioni apprezzate. E’ questo il periodo del debutto della giovane concittadina Katia Ricciarelli, più volte applaudita sulle scene del Sociale.

A partire dal 1988 collabora con il Sociale la compagnia di danza “Fabula Saltica” e, di conseguenza, la programmazione presso il teatro rodigino viene denominata “Stagione Lirica e di Balletto”. Di interesse presso il Sociale ovviamente anche l’attività di prosa e concertistica, di cui si potrà parlare in un prossimo numero della rivista.

Con il nuovo secolo, nel 2004, vengono ripresi i lavori di restauro e consolidamento dello stabile, con particolare riferimento alla riqualificazione degli spazi del Ridotto del Teatro. Nel corso di questi interventi (eseguiti in partnership dal Comune e dalla Società del Teatro, entità giuridicamente ancora in vita, malgrado i numerosi tentativi di porla in liquidazione nell’impossibilità di reperire tutti i soci originari o i loro eredi) si procede fra l’altro alla realizzazione del nuovo bar alla sinistra della sala del Ridotto e all’apertura al piano terra del nuovo “botteghino”, al quale viene assicurato l’accesso dalla porta laterale destra della facciata.

Si susseguono frattanto vari direttori artistici. Ultimi in ordine di tempo Marcello Lippi e Stefano Romani. A quest’ultimo si deve la realizzazione della programmazione delle ultime due stagioni.

Quella 2011-2012, apertasi proprio mentre stiamo chiudendo questo numero del Ventaglio, prevede il seguente programma:

7/9 Ottobre Madama Butterfly di Giacomo Puccini

29 Ottobre L’Opera da tre soldi di Kurt Weill

18/20 Novembre La bohème di Giacomo Puccini

14/15 Gennaio Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota

27/29 Gennaio Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti

Il Sociale accoglierà inoltre spettacoli di Balletto, alternati con una Stagione Concertistica e Jazz e Teatro Ragazzi.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Il Teatro Sociale nel ‘900”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-teatro-sociale-nel-900/

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