“Ora penso / Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi / E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni» parole singolari, queste di T.S. Eliot, che ben si intonano con il destino postumo di un artista ferrarese troppo a lungo, e ingiustamente, dimenticato, tanto che la sua morte, cinquantuno anni fa, passò letteralmente inosservata.
Stiamo parlando di Arrigo Minerbi, scultore di fervida vena e indubbio talento, che al Polesine fu legato da più di vincolo, fin da quando, giovanissimo, aveva partecipato alle esposizioni della Società Benvenuto Tisi incontrandovi artisti come Giovanni e Vittorio Biasin trapiantati a Rovigo da molti anni. Né, in seguito, sarebbero mancati rapporti, sia pure intermittenti, con il più giovane Virgilio Milani. Ma, la presenza di Minerbi a Ferrara (cui peraltro rimase sempre legato fino ai drammatici anni delle persecuzioni razziali, che sconvolsero anche la sua esistenza, dato che era di origine ebraica) diventò presto sporadica e il Polesine si fece sempre più lontano.
Proprio a Minerbi, Chiara Forlani e Lucio Scardino hanno dedicato, rispettivamente, una accurata ricerca e un interessante studio, che prendono le mosse da un carteggio inedito tra l’artista ferrarese e Gabriele D’Annunzio (Lettere all’immaginifico Comandante, Liberty House, Ferrara 2011) per ricostruire un importante lacerto di storia e cultura. Se Chiara Forlani, che ha ritrovato le trenta lettere (ventiquattro di Minerbi e sei di D’Annunzio) negli archivi del Vittoriale, ne analizza le occasioni e i rimandi biografici e artistici rifacendosi, altresì, ad altre carte e documenti, Lucio Scardino ricostruisce con acutezza e informazioni addirittura capillari i rapporti tra lo scultore e il Vate, che si giocano nell’ampio arco di ventiquattro anni, vale a dire dal 1913 al 1937, tra stima e affetto, lunghi silenzi e soprattutto reticenze da parte del poeta che affida le sue risposte solamente a sei lettere, che abbracciano il quinquennio che corre dal 1932 alla vigilia della morte ormai.
È la storia dell’ammirazione quasi incondizionata di uno scultore che vorrebbe rifugiarsi sotto l’ala della gloria del Vate e che non si affievolisce davanti all’altalena di riluttanza e condiscendenza di quest’ultimo, troppo preso da se stesso e da ormai stanche lusinghe.
Tutto comincia nel 1913, quando lo scultore poco più che trentenne, ancora in bilico tra il tardo liberty e il versante spirituale del simbolismo, scrive al poeta per annunciargli, anche con acclusa fotografia, l’esecuzione di una spada ispirata alle «Canzoni d’oltremare». È, però, l’avvio di una corrispondenza a senso unico, in quanto D’Annunzio nicchia e non risponde alle fervide lettere di Minerbi, neppure dopo un incontro nel corso di una visita al Vittoriale.
Solamente nel 1932 arriverà una prima e generosa risposta del poeta, sia pure per il tramite del collezionista milanese Francesco Pasquinelli, in merito all’Ultima cena per la Cattedrale di Oslo, apprezzata sulla base di qualche immagine fotografica. E proprio a questo punto, scrive Scardino, «nell’ultimo lustro di vita dell’Immaginifico Minerbi riesce in quello che forse era il suo segreto desiderio da anni: quello, cioè, di diventare lo scultore dannunziano per eccellenza, come era avvenuto per Clemente Origo nel periodo fiorentino».
E sta proprio in questa intuizione critica la chiave di lettura non solo del carteggio, ma anche di molta parte dell’attività dell’artista prima della guerra e soprattutto della persecuzione antisemita, che avrebbe finito per coinvolgerlo in prima persona con il calvario di alcuni familiari e la morte del fratello Gino in un lager. Non sarà solamente la fine di una stagione cruciale per l’arte di Minerbi, ma anche, di fatto, l’inizio di una progressiva, ma non totale, emarginazione del maestro ferrarese, che sarebbe scomparso quasi ottantenne nel 1960 in una clinica padovana, dimenticato dai più.
Il carteggio con D’Annunzio apre allora una porta per una nuova indagine sull’opera di uno degli scultori più interessanti di quel lungo scorcio di Novecento. Le lettere, infatti, adombrano o portano decisamente in primo piano le opere e i progetti di un’attività che, almeno negli anni Trenta, si riconnette strettamente, più che ai versi, alla figura stessa del poeta. Ci sono di mezzo la copia in bronzo della Vittoria sul pilone all’ingresso del Vittoriale, il busto «beethoveniano» di Eleonora Duse, la maschera funebre del poeta stesso e, soprattutto, l’arca per la tomba di Luisa De Benedectis, la madre di D’Annunzio, oggi nel braccio sinistro del transetto della Chiesa di S. Cetteo-Tempio della Conciliazione di Pescara.
"L’Arca della mia madre, aveva scritto il Vate, non può e non deve essere scolpita se non da te… Forse non sai quanto io ami la tua possente effigie di Eleonora". E qui ancora, oltre al prezioso lavoro di ricostruzione della trama che lega insieme le lettere da parte di Chiara Forlani, c’è un’altra e folgorante intuizione di Scardino, che, nei bozzetti e nella stessa realizzazione dell’arca, vede in filigrana la figura della madre dello stesso Minerbi.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “A. Minerbi e G. D’Annunzio”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-minerbi-e-g-dannunzio/