Duecento anni fa, nel 1809, il Polesine fu scosso da una serie di azioni di brigantaggio che ebbero particolare virulenza nel territorio di Adria. In quel periodo il territorio, soggetto al controllo politico francese, registrò infatti violente azioni di rivolta, sfociate soprattutto nell’assalto alle sedi municipali con la distruzione degli archivi.
La Repubblica Veneta era caduta nel 1797. L’anno precedente, all’approssimarsi dell’esercito napoleonico, nel Polesine, come nel resto dell’Italia, la popolazione aveva manifestato sentimenti contrapposti: una parte minoritaria, composta soprattutto da elementi appartenenti al ceto della borghesia, aveva accolto con entusiasmo e passione le idee rivoluzionarie; un’altra, formata dall’aristocrazia e dal clero, consapevole dei disordini provocati in Francia dalle nuove idee, vi si era opposta fermamente, confermando il proprio sostegno e la propria devozione alla Repubblica Veneta; un’altra parte ancora, la più consistente in quanto formata dalla grande massa di poveri, sull’onda dei nuovi ideali di “Libertà”, “Eguaglianza” e “Popolo Sovrano”, aveva manifestato il suo sostegno sperando di ottenere maggiore libertà, maggiore rispetto e miglioramenti sul piano economico.
Ma fin dalla loro prima occupazione (1797-1798) i francesi “liberatori” manifestarono ben presto di che pasta fosse fatta la loro libertà: tradirono i patrioti barattando con l’Austria il Veneto in cambio del Belgio; tradirono i poveri istituendo nuove tasse, aumentando le già esistenti e requisendo ogni sorta di bene per vettovagliare l’esercito. Ma soprattutto si attirarono l’ostilità dei credenti, la quasi totalità della popolazione, per le continue umiliazioni inflitte alla religione con il saccheggio delle chiese, la loro trasformazione in magazzini e la soppressione di monasteri e conventi.
L’ostilità nei confronti dei nuovi dominatori non tardò pertanto a manifestarsi e non si placarò neppure durante la seconda dominazione (1801-1815), anzi crebbe a tal punto da sfociare nel 1809 in un grande movimento di rivolta che infiammò tutto il Veneto e le regioni limitrofe. Questo movimento è conosciuto con il nome di “Brigantaggio politico”.
Le innumerevoli bande, sorte un po’ ovunque, erano formate per lo più da povera gente stanca di continui soprusi ed imposizioni, ma non mancarono di ingrossare le file degli insorti anche molti delinquenti comuni che approfittarono dei tumulti per compiere saccheggi e violenze. Pochissimi erano invece i “politicizzati”, i quali svolgevano le funzioni di capi banda, e non a caso appartenevano ad una condizione sociale superiore: in genere erano possidenti, artigiani, professionisti ed anche parroci.
Le azioni di rivolta consistevano in assalti alle sedi municipali con successivo incendio di mobili ed archivi. Soprattutto contro gli archivi era rivolta la violenza degli insorti, nella quasi totalità analfabeti, in quanto i documenti ed i registri erano considerati strumenti di oppressione da parte delle autorità. Stessa sorte subirono anche molti archivi parrocchiali e, in questo clima di violenza esasperata, non mancarono molte estorsioni, furti e violenze ai danni di semplici cittadini.
Nel Polesine la rivolta ebbe inizio il 5 luglio con l’assalto di Fratta, Lendinara, Occhiobello, Fiesso, Castelguglielmo e Ramodipalo. Il giorno dopo fu la volta di Ariano e, al tramonto del 7, gli insorti puntarono su Rovigo saccheggiando ininterrottamente la città per un giorno intero.
Simili azioni si verificarono anche nel territorio adriese dove operarono soprattutto due bande: una, capeggiata dal parroco di Bellombra don Carlo Giocoli, il cui teatro di azione si sviluppò nella zona meridionale e nei comuni limitrofi; l’altra, agli ordini del medico di Beverare Domenico Astolfi, che operò nella zona settentrionale.
Ci occuperemo soprattutto delle imprese compiute nel territorio di Adria dalla banda di Astolfi. Questa, completato il sacchessio di Rovigo, si diresse ad Adria nella notte tra l’8 e il 9 luglio. Attraversando la località Bovina (Ca’ Emo) entrò a Fasana dove assaltò la sede municipale bruciando i documenti nel piazzale antistante la chiesa. Di questo episodio ne abbiamo testimonianza anche da una nota scritta nel “Registro dei Matrimoni dal 1807 al 1823” dall’allora parroco don Angelo Cattarin Zampieri.
I briganti si diressero quindi verso Adria dove arrivarono alle ore undici. Qui continuarono le razzie e i saccheggi che la notte precedente avevano compiuto altre due bande. Entrarono persino in Duomo per togliere il velo che copriva la statua della B. V. del Rosario, imposto per ordine governativo al fine di impedire il culto di quella sacra immagine che molti sostenevano aver visto lacrimare.
Frattanto a mezzogiorno del 9 luglio, al Podestà di Cavarzere si presentò un uomo di Fasana, persona nota e di fiducia, avvertendo che l’Astolfi, dopo Adria, era intenzionato ad assalire anche Cavarzere. Costui fu trattenuto dal Podestà, una sorta di ostaggio di mediazione per ottenere un atteggiamento più pacifico da parte dei temuti assalitori, buona parte dei quali erano residenti a Fasana. Una trentina di questi, infatti, da Adria avevano preso la via di Cavarzere.
Ma nel frattempo il gruppo di insorti ripiegò su Fasana, dove fecero ritorno alle sei del pomeriggio. L’interruzione della violenza fu però breve, perché, giunta la notte, ripresero il cammino alla volta di Cavarzare, assalendo le abitazioni situate lungo il tragitto e costringendo con le minacce i contadini a seguirli. Raggiunta Cavarzere alle prime luci del giorno, diedero l’assalto al Municipio praticando le consuete razzie e i noti saccheggi. I disordini continuarono fino quasi a mezzogiorno e a nulla valsero i tentativi di riportare la calma tra gli assalitori da parte del cittadino di Fasana trattenuto dal podestà. L’Astolfi non partecipò alla spedizione contro Cavarzere perché impedito da un incidente accadutogli la sera prima ad Adria.
Tardiva fu la reazione dei francesi. Il generale Peyri si mise in marcia con 400 uomini da Chioggia alla volta di Cavarzere solo alle ore sedici del 10 luglio. Giunta quasi a destinazione, la colonna militare si divise: una parte si diresse verso Loreo e Adria, l’altra continuò per Cavarzere. I reparti si ricongiunsero infine a Rovigo.
Frattanto la banda di don Giocoli approfittò del ritardato intervento militare per assalire nuovamente Adria il 14 e il 15 luglio, ma la popolazione oppose una decisa resistenza e mise in fuga i briganti. Una settimana dopo, il 22 luglio, il Peyri sconfisse don Giocoli e i suoi 700 banditi, mettendo così fine alla breve ma intensa rivolta in Polesine, non riuscendo però nell’intento di arrestare immediatamente il sacerdote bellombrano che per molti giorni trovò rifugio con il resto dei suoi uomini nei campi tra Bellombra, Papozze e Villanova Marchesana.
Don Giocoli, la sera di domenica 3 settembre, insieme con il fratello, si portò a Bellombra presso il conoscente Fortunato Tromboni lasciandogli in custodia una sciabola ed un fucile. Il giorno successivo il sacerdote ritornò ancora in paese per recuperare solamente la sciabola. Fu allora che il Tromboni decise di avvisare il segretario comunale di Bottrighe della duplice apparizione del rivoltoso, ma lo fece solamente martedì pomeriggio ed il sindaco Zaghi trasmise la notizia al Commissariato di Adria il giorno successivo. Questa ritardata denuncia costò al Tromboni l’arresto per sospetta “intelligenza” con i briganti.
La giustizia francese intanto fece il suo corso. Dopo le prime fucilazioni e decapitazioni senza alcun processo, l’11 ottobre 1809 furono comminate le pene nei confronti di alcuni responsabili della banda Astolfi. Condanne queste che, viste quelle inflitte ad altri rivoltosi polesani, si possono considerare piuttosto generose:
condanna ai lavori forzati a vita per:
– Domenico Astolfi, possidente, chirurgo, di anni 33, domiciliato a Beverare;
condanna a 5 anni per:
– Domenico Greggio detto Rizzato, pescatore di valle, di anni 35, domiciliato a Bovina;
– Antonio Lazzarin detto Tampello, villico, di anni 30, domiciliato a Fasana;
condanna a quattro anni per:
– Domenico Pizzo detto Chinchio, sarto e lavoratore di campagna, di anni 28, domiciliato a Fasana;
condanna a tre anni per:
– Giovanni Battista Pavanello, lavoratore di campagna, di anni 34, domiciliato a Baricetta;
– Gaetano Fante, villico, di anni 30 domiciliato a Fasana.
Solo successivamente si ebbe la cattura o meglio la resa del Giocoli. Ma di questo parleremo nel prossimo numero di questa rivista.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Giosuè Paggioro. “Luglio 1809: arrivano i Briganti”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/luglio-1809-arrivano-i-briganti/