Dei numerosi fiumi che attraversano il Polesine, il Canalbianco è quello lasciato da sempre un po’ in ombra. Prima dei lavori di rettifica, il corso d’acqua aveva serbato il fascino di un paesaggio di salici che si curvavano con i rami fino al pelo dell’acqua. E c’erano poi gli isolotti erbosi, di cui nessuno ha più memoria, e che in estate erano una meta per chi amava attraversare il fiume a nuoto.
Il Canalbianco corre parallelo e limitrofo all’Adige da una parte e al Po dall’altra e costituisce un punto di riferimento irrinunciabile per conoscere la civiltà del Polesine, tra agricoltura ed importanti centri urbani, vegetazione rigogliosa e vicende idrauliche.
Percorrerlo oggi, con un occhio al territorio e l’altro alla sua storia, significa conoscere davvero il Polesine, ritrovarne l’anima e il passato, e forse anche il futuro.
Il lungo corso del fiume (147 km), nasce con il nome di Tartaro dalle risorgive di Povegliano sullo sfondo dei Monti Lessini, e quando arriva nel territorio polesano assume il nome di Canalbianco, per raggiungere poi il mare come Po di Levante. I colossali investimenti per renderlo navigabile con il porto canale di Rovigo, le banchine, il rinforzo degli argini, le conche di sollevamento per i natanti non hanno dato i risultati sperati e il Canalbianco, per la gente polesana, resta “un fiume in incognito”.
Seppur oggi incardinato tra alti argini, il Canalbianco è caratterizzato lungo il suo corso da paesi e località che tuttora garantiscono situazioni piacevoli, per godere delle quali a volte basta risalire i sentieri che scivolano tra l’erba alta. È un modo di viaggiare lento per ritrovare paesaggi perduti e conoscere chi ancora vive nei pressi del fiume. Si possono apprendere storie che nascono dalla lunga pratica di acque della gente che per secoli ha abitato e vissuto lungo i bordi del fiume, traendone, volta per volta, benessere ma in alcuni casi anche disperazione.
Quasi nessuno, ormai, ricorda i barconi e le zattere che scivolavano faticosamente lungo i corsi d’acqua, attraversando città e paesi e trasportando derrate alimentari, ghiaie, legname, fascine, materiale edilizio. Ma ancora ci sono presenze architettoniche che annodano i nostri giorni con il passato.
Lo scopriamo in un itinerario a ritroso rispetto al fluire delle acque, partendo da LOREO, dove l’Oratorio della Santissima Trinità e l’antica chiesa della Madonna del Pilastro, rifatta a metà del Cinquecento, nella frazione omonima costituiscono i due punti intorno a cui si svolge il rito dei flagellanti, che si celebra ogni anno alla vigilia della festa della SS. Trinità (14 giugno), cui è intitolata la confraternita, fondata nel 1603 dal vescovo di Chioggia Lorenzo Prezzato.
A mezzanotte, gli affiliati alla confraternita, che giungono da ogni parte d’Italia e che vengono chiamati “fradei”, dopo avere indossato un saio scarlatto, convengono nell’oratorio per la vestizione dei novizi e la messa. Poi si chiudono nella chiesa per la parte segreta del rito, che nessuno ha mai svelato (flagellazioni, penitenze, preghiere). Dopo qualche ora, inizia la processione, con i flagellanti che, dietro all’arciprete e a una grande croce di legno, raggiungono la chiesa della Madonna del Pilastro, dove resteranno fino all’alba in canti e preghiere.
Poco lontano, in località SMERGONCINO, c’è forse la più bella villa Papadopoli tra le tante che i conti veneziani di origini greche avevano fatto edificare in Basso Polesine, dove possedevano numerose e grandi tenute e una infinità di campi. Una villa di classiche linee e fin troppo sobria architettura, che, poco distante dall’argine sinistro del Canalbianco, era al centro di un esteso complesso agricolo, ridotto oggi a pochi fabbricati e a un giardino che l’allargamento della strada ha notevolmente ridimensionato.
Proprio sopra la porta di ingresso al centro della facciata della villa, caratterizzata da un doppio ordine di dieci finestre – quelle del piano superiore sormontate da timpani e le altre da frontoncini a doppia curvatura – c’è lo stemma della famiglia Papadopoli.
Di qualche anno posteriore è il semplicissimo oratorio dedicato ai SS. Faustino e Giovita, fatto edificare, vuole la tradizione, da uno dei Papadopoli che, dopo essere stato ordinato sacerdote, era costretto a portarsi ad Adria per celebrare le funzioni.
Raggiungiamo quindi l’Amolara alle porte di ADRIA. E’ uno di quei luoghi, che, nella strana luce di un cielo percorso da densi strati di nuvole in movimento, lasciano risuonare voci e richiami, che il vento rabbioso si porta via con umori salmastri. Voci e richiami che vengono dai tempi antichi, quando gli uomini, neri di fatica e di fango, strappavano la terra alle paludi. Insomma, uno di quei luoghi che rimandano a quel «parlare di acque», con sfumature lessicali e inclinazioni dialettali che, fino a pochi anni fa, erano segno di appartenenza e quasi marchio di fabbrica per chi era di queste zone, condannate ad una eterna lotta con i fiumi che le attraversano, segnandone i confini, piegandone le vocazioni e la storia.
All’Amolara, il tempo fa una curva a ritroso, perché proprio in queste zone c’era una necropoli etrusca e chissà che altro e, ancora agli inizi del Seicento, un retratto (una terra cioè sottratta alle acque) nei pressi di quello che, inalveando sparsi corsi d’acqua, sarebbe diventato il Canalbianco, appunto. Qui, nel 1854, il Consorzio di Campagna Vecchia aveva edificato quella grande casa in stile neoclassico, che comprendeva l’abitazione del custode e i magazzini e la grande sala macchine con la turbina a tre ruote, capace di sviluppare una forza motrice di 80 cavalli e prosciugare 4213 ettari e ancora quell’alta e affusolata ciminiera, che si slancia verso il cupo cielo invernale.
La vecchia idrovora è stata trasformata in uno dei segni elementari del paesaggio e recuperata con un piccolo museo, un ostello e un’osteria. Su una delle altissime pareti dell’interno, Elvio Mainardi, originario di questi luoghi – e figlio di quello che per tanto tempo era stato il macchinista – ha raccontato in un grande affresco la figura benigna del padre e una storia di uomini e donne e bonifiche.
Il tratto di Canalbianco che corre dall’Amolara alla successiva tappa presso la conca sostegno di Baricetta misura circa 6 km.
Frazione di Adria, BARICETTA, (toponimo, già documentato sul finire del Quattrocento indicante luogo basso) si struttura come borgo solo intorno al Settecento, al tempo cioè delle prime bonifiche della zona.
La chiesa parrocchiale, intitolata a San Giuseppe, risale alla seconda metà dell’Ottocento e conserva due dipinti secenteschi di Pietro Ricchi raffiguranti rispettivamente La cena in Emmaus e Il Signore libera le anime del Limbo. Entrambi i teleri erano stati commissionati all’artista dai Canonici Regolari Lateranensi di Padova e in origine figuravano nel presbiterio della chiesa di San Giovanni di Verdara.
A poco più di un centinaio di metri, appena fuori dall’abitato, sorge il complesso di Villa Grassi Baroni. La grande villa con oratorio risale forse al tardo Seicento ed era stata edificata là dove era, in precedenza, una sorta di "cason di valle". La villa era al centro di un grandioso complesso agricolo nelle vaste possessioni dei conti Grassi di San Samuele, che si erano insediati nella zona fin dall’inizio del Cinquecento.
Semplici e fin quasi naturali le linee architettoniche della casa padronale, due piani e sottotetto con tre lunghi finestroni ad arco con balconcino in pietra, quasi una trifora in una facciata che appare giocata sulle simmetrie delle diverse aperture. Successiva di circa un secolo la costruzione delle barchesse e dell’elegante oratorio, voluto dal conte Paolo Grassi accanto alla sua dimora per custodire le preziose reliquie di San Clemente e dare assistenza religiosa ai numerosi braccianti che lavoravano nelle sue terre.
Ci muoviamo verso CEREGNANO, per giungere in località Procurative, poco lontano dal paese, c’è un’ansa in cui si affaccia un antico complesso agricolo, che ancora oggi, nonostante le numerose e talora infelici ristrutturazioni subite nei secoli, non ha perduto la sua maestosità. Non è difficile stabilire – a una lettura anche sommaria dei caratteri architettonici della casa padronale e di alcuni degli annessi – che si tratta di edifici che risalgono alla seconda metà del Seicento, ma poco o niente si sa di chi li volle e li fece costruire.
Certo è che, diversamente da come si profilavano in origine, nel secondo Settecento risultano di proprietà di Pietro Alvise Bragadin. All’epoca il nobile veneziano spartisce però il suo dominio con quello di Bortolo Salvioni, altro rampollo di nobile casata, che gestisce la sua parte di fondo con i fratelli. Ed è anche lecito immaginare certe piccole liti o addirittura dispute per questioni di confini, che si spostavano insensibilmente per meglio provvedere ai bisogni della campagna. Comunque sia, la casa dominicale a due piani con sottotetto, presenta le consuete simmetrie delle finestre rispetto al portale di accesso, sormontato dal solito finestrone con balconcino. Di notevole interesse è la barchessa che si collega alla casa, assai rimaneggiata (se non addirittura costruita) in epoca neoclassica con quel suo imponente porticato con sette archi a tutto sesto, che sono stati murati sulla facciata, sfigurando un poco il prospettarsi del complesso.
Sul lato opposto del Canalbianco raggiungiamo la minuscola borgata di MAGNOLINA, con la sua chiesetta, di recente ristrutturazione, ricavata nel dopoguerra da una sala da ballo nell’ex Camera del Lavoro. Ma la rustica colonna con busto di Garibaldi che si erge nella piazzetta in fondo a via Guccia, rimanda ai giorni della “Boje” (maggio-giugno 1884), il grande sciopero agrario dell’Italia post-unitaria, determinato dalle condizioni di vita insostenibili dei braccianti, aggravate dalla spaventosa rotta dell’Adige nel settembre del 1882. Lo sciopero si diffuse, appunto, a partire dalla zona compresa fra Pezzoli, Lama, Magnolina, Baricetta e Gavello, per poi estendersi e diffondersi in quasi tutto l’alto e il medio Polesine.
La campagna intorno è disseminata da architetture rurali e quel che resta di antichi insediamenti benedettini, ma anche due corti agricole di origine settecentesca, mentre permane la percezione dell’abbazia altomedievale di Santa Maria in quel di Gavello e il sospetto della leggendaria strada sotterranea che portava fino ad Adria.
Non è invece una leggenda, ma purtroppo una storia vera e cruenta quella che da Ceregnano si concluse tragicamente a Villadose: venti persone di ogni età, ignare e incolpevoli, prese in ostaggio nella zona alla vigilia della Liberazione ed ammazzate per rappresaglia dai tedeschi in fuga: una imprevista carneficina, sul far della notte sull’erba medica proprio dove si erge il muro del cimitero di Villadose.
Fatti tragici si intrecciano con momenti di pura amenità, mentre fluiscono i giorni lungo le rive del Canalbianco, nella successione delle stagioni… sensazioni, epifanie, vertigini liriche che danno libero respiro alla poesia della natura; immagini cariche di echi ed allusioni e paesaggi di travolgente bellezza.
Ecco strade e stradine, viottoli e sentieri che si insinuano a raggiera nella campagna per raggiungere ogni dove; e fiumi e canali, fossi e scoline, con erbe e colori diversi sui bordi; e i giorni e le notti, le case perdute nelle tenebre, il luccichio dell’acqua con il plenilunio, la polvere nel sole che abbaglia.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Lungo il Canalbianco”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-il-canalbianco-2/