Per troppo tempo il poeta adriese Marino Marin ci è stato presentato come il “poeta delle “Oche del Canalbianco”.
A scuola, si leggeva questa poesia e qualche altra breve lirica. A tutti restavano impresse le oche del nostro fiume che bianco non è mai stato, oche che lui chiamava fraternamente “sorelle dei cigni”, “mie grasse comari”, “pingui oche”, e finiva affermando: “Siete buone soltanto / appese, sott’olio, alle travi”. Poi l’insegnante ci forniva notizie sulla sua vita sottolineando in particolare la sua cecità ed i numerosi lutti di famiglia. Usciva così un ritratto del poeta limitato e deformato che faceva leva sui buoni sentimenti e sulla sensibilità di ogni scolaro. L’impatto emotivo riusciva persino a strappare qualche lacrima.
A nessuno veniva in mente d’addentrarsi nella poesia del Marin considerato il “poeta del dolore” per antonomasia, ma capace anche di inattese venature di pacato umorismo che ogni tanto traspaiono nella sue liriche. Le sue famose Oche costituiscono un quadretto domestico, dimesso, quotidiano. In questa poesia, l’umorismo nasce nel cogliere i contrasti dei protagonisti ed è suggerito dall’umile e naturale osservazione dell’autore.
Questo dunque è il suo mondo, con il quale Marino Marin ha grande familiarità. Lo preferisce perché si sente a suo agio. Si definisce un “calabrone” che ronza in quel minuscolo universo che lui chiama “lillipuziano” e di fronte al quale ha sempre avuto l’atteggiamento di un adolescente.
Infatti, anche nella sua ultima opera “Vecchie campane” composta a 88 anni, Marin ritorna al tema tanto caro del “bimbo” che è in noi (“Le voci delle cose”):
E’ a lui che dicono le loro parole buone certe cose vecchie, rimaste intorno a noi rifatte in meglio.
Non si ferma soltanto a questo. A volte coinvolge gli esclusi dalla società, gli emarginati, come il matto Pirli della lirica omonima: un uomo infelice, deriso e disprezzato che ha un solo privilegio, non in questo, ma in quell’altro mondo: d’entrare nel regno dei cieli. Anche in questa lirica compaiono tracce di umorismo. Marin, nell’Epistola agli amici, in un breve passaggio, dà la sua interpretazione del “sorriso” di alcune sue strofe: “…il sorriso…, so che talvolta non c’è nulla, in esso, di più tragico della sostanza che lo informa, e, nello stesso tempo, nulla di più comico della forma con cui si esprime”.
Il nostro poeta nato a Corcrevà di Bottrighe (allora Comune) l’1 luglio 1860 morì cinquant’anni fa l’1 marzo 1951 ad Adria. La sua lunga vita è stata contraddistinta dal dolore e dalla sofferenza. Sono stati pochi i momenti di serenità e di pace che il poeta continuamente invocava. La malattia e le tragedie familiari temprarono non poco il suo spirito e ne condizionarono tutta l’attività poetica.
L’ambiente semplice e rustico in cui nasce e trascorre l’adolescenza, gli resterà sempre impresso e permeerà tutto il suo lavoro. Un ambiente povero dove tutto si presenta spontaneo e naturale, ma ricco di spunti per Marin, sensibilissimo e attento osservatore di tutti gli eventi naturali ai quali riesce a dare una voce soprattutto con una auscultazione dei suoni e dei rumori che animano il vasto universo della natura. Non può tralasciare il gracidare delle raganelle, lo stridere delle cicale, il canto del gallo, la foglia che si accartoccia e si scartoccia. Anche il suo lessico sembra adattarsi e assecondare l’animazione, le trasformazioni ed i palpiti del creato. Allora si avvale di tecnicismi, epiteti, idiotismi e forme onomatopeiche che non sono state molto apprezzate dai critici.
Conoscendo il poeta, però, in possesso di una non comune facilità del verso e col copioso bagaglio di meditazioni e riflessioni, è facile capire quanto fervida e feconda sia sempre stata la sua vena poetica. Poeta del dolore, cantore del Polesine, poeta delle piccole cose.
Le sventure familiari iniziano con la morte della madre Rosa. Marin aveva solo tre anni: “Chiuse gli occhi nel sonno eterno, quand’io li aveva appena aperti alla luce” scriverà in “Rassegnazione”. Una grave perdita. Ne sentirà l’assenza per tutta la vita.
Nel 1874 la famiglia si trasferisce ad Adria in riviera “Canaregio”, poi in via per Gavello. Il poeta si ritrova sempre in zone piene di verde; tra orti, giardini, prati e poco distante la fertile campagna polesana. In questa “ubertà” campestre, vive la giovinezza. Scrive ne “Il borgo” da “Voci lontane”:
La mia picciola casa ha sei finestre sovra una lunga ortaglia, in fondo al borgo: svolgesi qui ne l’ubertà campestre il filo de’ miei giorni: e non m’accorgo.
Ventenne, ricorda che girovagava tra la campagna odorosa di messi. Questa era per Marin (“Vie, viottoli, sentieri” da “Alle soglie dell’infinito”):
l’inesauribile tavolozza de’ miei vent’anni, quel divin pennello! …M’eran compagni il bruco, la formica, l’ape: ognun attendeva al suo lavoro, all’arte sua. Tutto un brulichio d’oro era in certe ore la campagna aprica.
La campagna polesana è fonte ricchissima d’ispirazione. La descrive nei minimi particolari. Si sofferma sulle minuzie che solitamente noi trascuriamo. E’ proprio in questa semplicità la sua profondità, perché deriva da una interiore chiarezza e da una spontanea vena poetica. Entro questa semplicità, come afferma Giovanni Bordin, c’è un senso d’austerità, consente al poeta di spaziare dentro le sue visioni con grande facilità, la stessa facilità con cui delinea paesaggi ed esprime situazioni.
Una della caratteristiche della sua poesia è la “polesanità”. Anche quando il paesaggio è frutto di fantasia, è sempre l’ambiente tra il Po e l’Adige che offre i migliori suggerimenti. Affronta i problemi della sua terra e dei suoi abitanti sia nelle prime raccolte liriche, sia dopo la “conversione”, quando, abbandonati gli ideali socialisti – utopisti dell’epoca, si affida unicamente alla fede in Dio. Intanto si acuisce la propria malattia agli occhi. Lascia il proprio lavoro. Studia e scrive. Marin cantore del Polesine, ma anche poeta della sofferenza, del dolore, del “male di vivere” e della fede. Tutto ciò accade tra il 1921 e il 1924 con la morte dei figli Carlo e Vittorio. In proposito, scrive:
Il meglio di me se lo porta, se lo portò via, tutto il meglio, quel nero convoglio in due bare.
Dedicati ai due figli, pubblica i volumetti: “Espiazione” e “Rassegnazione”. Sono momenti durissimi per l’uomo e per il poeta. Elabora la sua futura filosofia esistenziale: il dolore non è solo espiazione, è soprattutto un dono e
Se un bene è in noi la vita, anche il dolore di per sé è un bene.
La sua poetica e i suoi temi sul bene e sul male della vita, aprono squarci infiniti di discussione. Non si può concludere affermando che la sua fede forte ed incrollabile, gli permise di superare sempre serenamente tutte le avversità (“le prove” le chiamava). E’ vero che si affidava alla fede e che la sua religiosità spesso è di tipo consolatorio e di conforto. Si rese conto, però, che di fronte alla tragedia del male e della morte, l’uomo è impotente e solo rimettendosi completamente nel mistero della volontà divina è possibile risanare le ferite. Scoprì che nella nostra “dannazione” sta la nostra salvezza. Marin era cosciente della finitezza e del destino di morte che attende tutti noi.
Raramente fu assalito dal dubbio e tormentato dagli interrogativi, ma durante la tragedia familiare di Carlo e Vittorio anche il poeta si sentì abbandonato al suo destino, quasi tradito. Emerge, allora, prepotentemente l’uomo con tutta la sua forza e le sue debolezze, che non sa darsi ragione. Non sa dare un senso alla tragedia della sua esistenza e si aggrappa disperato ad ogni possibile appiglio.
Nei due volumetti citati si respira un’atmosfera cupa di disperazione. Il poeta trema come il “fanciullino” pascoliano, non solo di fronte ai misteri della vita, ma anche ai segreti della morte. Marin, alla fine, sopravvive al proprio dolore, e continua a riempire di note il proprio pentagramma lirico. Una musica nel silenzio della rassegnazione.
Dodici raccolte di poesie, una autobiografia, manoscritti vari, appunti critici dattiloscritti inediti (mai approfonditi): un percorso poetico lungo, complesso e corposo. A 88 anni scrive la sua ultima raccolta “Vecchie campane”: un inno alla vita e alla fratellanza. Sente vicina la morte, ma il suo attaccamento alla vita è molto forte. Ritorna il passato, scruta il presente, per il futuro auspica pace e serenità. Scrive:
…è un bene in sé la vita: perché, ad ogni nostro intimo risveglio, essa ci pone sempre innanzi il meglio…
…
…la vita, è un bene in sé. Cattivi siamo noi che le domandiam, proclivi al peggio, ciò ch’essa non ama: il male
…
Un male è il vuoto, il nulla in cui sprofonda l’anima se non la sostien la fede. Verso l’ignoto non va, no, chi crede: c’è sempre chi lo attende all’altra sponda.
Il poeta è ormai cieco e ammalato, ma trova ancora la forza di scrivere e di descriversi:
Non me li vedo più, lunghi e sottili, profilarmisi innanzi ad ogni svolta, tra gli alberi, quei grigi campanili,
…
ma me li ascolto…
…
Dalla casa alla chiesa, dalla chiesa alla casa, ecco tutto: e a mezza strada, sotto il suo salce dalla chioma rada, l’avito cimiter in attesa.
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Come citare questo articolo
Nicola Berti. “Marino Marin”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/marino-marin/