Un particolare fatto di cronaca – di interesse nazionale e non solo – avvenuto lo scorso dicembre, ha riacceso l’attenzione su un importante pittore del ‘700, quale fu il polesano Mattia Bortoloni (1696 – 1750) autore di uno smisurato affresco nella basilica piemontese di Vicoforte.
Il fatto di cronaca è relativo al ritorno in Italia dei resti di Vittorio Emanuele III, penultimo sovrano di Casa Savoia che regnò sulla Nazione per 46 lunghi e controversi anni.
Il 17 dicembre 2017, a pochi giorni dal settantesimo anniversario della sua morte, avvenuta il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto (città nella quale l’ex sovrano aveva abitato, ospite del re Faruq, in seguito all’abdicazione al trono reale e alla proclamazione della Repubblica nella primavera del 1946) i resti mortali del sovrano sono dunque tornati in Italia, non senza polemiche, a bordo di un aereo dell’Aeronautica Militare.
Due giorni prima, dal cimitero francese di Montpellier, dove era venuta a mancare nel 1952, erano state rimpatriate anche le spoglie della consorte, la regina Elena del Montenegro, universalmente apprezzata per il suo impegno sociale ed umanitario, che toccò l’apice nell’assistenza in occasione del terremoto di Messina del 1908 e della Grande Guerra.
Le discussioni innescate dal rientro della salma di Vittorio Emanuele, re riformista durante l’età giolittiana, quindi «re soldato» durante la Grande Guerra, ma coinvolto in prima persona nell’ascesa e nel consolidamento del regime fascista (inclusi gli episodi più dolorosi e controversi quali la Marcia su Roma, l’omicidio del frattense Giacomo Matteotti e la promulgazione delle leggi razziali del 1938) hanno fatto dimenticare la bellezza della sede scelta dagli eredi dell’ex Casa regnante italiana quale ultima dimora dei loro antenati, ossia la Basilica di Vicoforte, alle porte di Mondovì, nel Cuneese.
Una basilica di grande impatto visivo, il cui cantiere fu avviato nel 1596 dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia, per onorare il trasferimento della capitale del Ducato da Chambery a Torino (avvenuto nel 1563, con annessa Sacra Sindone al seguito) e stabilirvi il mausoleo per i membri della famiglia (ruolo in seguito assolto principalmente, nel periodo dei Re di Piemonte e Sardegna, dalla torinese Basilica di Superga).
La grande Basilica di Vicoforte si presenta con quattro campanili angolari e tre facciate, ma è nota in particolare per alcuni ambienti, tra cui la cappella di San Benedetto, sede del sacello della duchessa Margherita di Savoia, e la cappella di San Bernardo, dove ora riposa, assieme al fondatore Carlo Emanuele I, la coppia reale.
Ma la parte di maggior effetto è rappresentata dall’imponente cupola ellittica, a detta degli storici dell’arte la più grande del mondo.
Progettata dall’architetto Francesco Gallo (1672 – 1750), fu decorata a più riprese da vari autori – tra cui il toscano Sebastiano Galeotti (1645 – 1741), morto in fase di progettazione dell’opera, il bolognese Giuseppe Galli da Bibbiena (1696 – 1757) e il milanese Felice Biella (1702 – 1786) – ma fu la mano del polesano Mattia Bortoloni (1696 – 1750) quella che si fece più sentire negli oltre 6000 metri quadrati della vastissima cupola.
Bortoloni, allievo del Tiepolo e capace di assorbire la lezione del Piazzetta (pittori assieme ai quali venne celebrato nella mostra che Fabrizio Malachin e Alessia Vedova gli dedicarono nel 2010 a Palazzo Roverella) diede qui prova magistrale del colorismo tipico della pittura veneta, con un virtuosismo scenografico vicino al rococò ed un gusto un po’ ammiccante nei volti e nella gestualità dei personaggi, seppure in un contesto di natura sacra.
La Storia della Salvezza – vista attraverso la vicenda della Vergine dalla Nascita fino all’Assunzione – soggetto nel quale è preponderante la mano bortoloniana (mentre il Biella si occupò prevalentemente della quadratura) diventa così un capolavoro unico, datato tra il maggio 1745 e il dicembre 1748 ed inserito nel quadro della diffusa presenza dell’artista tra Piemonte e Lombardia.
Il nostro autore risulta, infatti, segnalato tra il 1738 ed il 1741 accanto al Biella nel Palazzo Vescovile di Lodi, per poi essere attivo, nello stesso periodo della cupola, nella cappella reale di San Carlo nel Duomo di Mondovì, dove raffigurò (1750) l’Immacolata tra San Carlo, San Felice e San Martino, oltre ad altri luoghi del Piemonte, tra cui la chiesa di San Lorenzo a Trino Vercellese e i torinesi palazzo Barolo e chiesa di Sant’Andrea.
A Vicoforte, oltre che nella maestosa cupola, Mattia Bortoloni è attivo, in epoca coeva, anche nel refettorio del convento dei monaci cistercensi attiguo al santuario sabaudo, dove affrescò un’importante Cena in Emmaus.
Il cantiere di Vicoforte apriva l’ultima fase della brillante carriera e della vita del polesano Bortoloni, morto a Milano nel giugno 1750, ma nato il 31 marzo 1696 sulle rive del Tartaro – Fissero – Canalbianco, probabilmente nell’odierna Presciane di San Bellino, dove la famiglia possedeva una casa di famiglia, mentre il battesimo gli fu amministrato nella chiesa di Canda.
Bortoloni, pittore della luce e dei cieli, oltre che delle virtù eroiche del passato, allievo in gioventù del veronese Antonio Balestra, era stato, in precedenza, autore di opere importanti tra Venezia (cupola della chiesa di S. Nicolò dei Tolentini), Piombino Dese, nel Padovano, dove affrescò con rari soggetti sacri in un contesto laico la palladiana Villa Cornaro, il Duomo di Santa Giustina a Monselice, la chiesa di San Bartolomeo a Bergamo, il Duomo di Monza.
Di lui restano in Polesine, come noto, numerose tracce, tra cui una tela nella sacrestia della parrocchiale di Castelguglielmo, la pala del Santo (attribuitagli) nella Basilica di San Bellino, diverse opere di proprietà della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi a Rovigo, oggi nel nuovo allestimento di Palazzo Roncale, gli affreschi monocromi della sala ottagonale di villa Morosini Vendramin Calergi a Fiesso Umbertiano, raffiguranti la Vita di Alessandro Magno (1727 circa) e due grandi tele presso la Parrocchiale di Fratta.
Un capolavoro, quello di Vicoforte, che veglierà dall’alto sul riposo della penultima coppia reale italiana (aldilà dei giudizi storici su Vittorio Emanuele e la famiglia Savoia) e che meriterebbe, magari, un’importante iniziativa di valorizzazione del Bortoloni da parte della sua terra di origine
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Marco Chinaglia. “Mattia Bortoloni (1696-1750)”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/mattia-bortoloni-1696-1750/