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STORIA - TRADIZIONI

Melara Garibaldina

In documenti inediti, emerse significative testimonianze di un ampio consenso alle iniziative risorgimentali

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 70–73

Ci sono voluti i preparativi per il centenario della morte di Amos Bernini (1842-1909) per scoprire e fare emergere un’inedita Melara garibaldina che nel corso dell’Ottocento ha promosso iniziative ed ha combattuto per l’unificazione italiana. Si è partiti dalla scritta murata sull’arco Chigi per andare a ritroso alla scoperta di testimonianze, un lavoro lungo e paziente d’archivio, che ha dato alcuni frutti che qui si vogliono enunciare ed esporre sinteticamente.

L’aquila bicipite austriaca governava il Lombardo-Veneto dal 1816 e dopo 50 anni nel 1866 ci fu il passaggio allo Stato italiano. Tutti ben sappiamo quanto fu lungo e battagliero il nostro Risorgimento. I fermenti antiaustriaci erano in atto già da tempo e gli abitanti di queste contrade ribollivano di umori nuovi, freschi di idee portate da altri luoghi come Ferrara e Mantova. Anche in ambito melarese ci furono pertanto combattenti, garibaldini e volontari: vediamoli assieme questi ambasciatori della libertà!

I Moti del 1831

L’antesignano locale dei tumulti quarantotteschi si può individuare in Giuseppe Gobbi: egli, infatti, viene segnalato dalla polizia austriaca e tenuto d’occhio in quel di Viadana già negli anni 1823-31, è un impiegato di finanza nella località mantovana ma non per questo lasciato fare impunemente.

Il 1848-49

Il quarantotto si fa vicino e due volontari melaresi partirono al seguito dei volontari impegnati nella Prima Guerra di Indipendenza: Pietro Antonio Soffiatti ed Ercole Losi, il primo 23.enne arruolato nei bersaglieri, l’altro diciottenne nel 1° granatieri.

Pugnarono nei combattimenti per liberare le città come Vicenza anche il locale Bianchini Francesco, mentre Borsari Vincenzo, Milani Tommaso e Parmeggiani Pietro si unirono ai combattimenti a Venezia ed Ancona.

Tutti e quattro costoro fecero ritorno alle loro abitazioni e, cinquant’anni dopo, tutti e quattro furono in grado di partecipare ai festeggiamenti del 50.mo voluti nel 1898 dal sindaco di Rovigo l’allora Amos Bernini.

Nella vicina Ferrara, già capoluogo di Melara e dei paesi della Transpadana, vivevano inoltre i Leati proprietari di una villa con terreni a Melara, i quali furono attivi patrioti, tanto che numerosi loro membri si trovarono impegnati sia nei direttivi dei Governi provvisori che nelle successive battaglie garibaldine.

La terribile parentesi del 1851-52

Dopo i moti quarantotteschi s’inasprì il clima: gli austriaci, al fine di soggiogare gli abitanti, diedero vita a norme che vietavano di portare armi in casa senza espressa licenza; in tale modo, chiunque fosse trovato con armi proprie senza il benestare, poteva essere arrestato e passato per le armi. Ciò accrebbe lo spirito di ribellione, talchè si organizzarono vere e proprie bande che, approfittando di alcuni anni calamitosi per i raccolti, vagavano nelle nostre terre come del padovano e mantovano per saccheggiare le case private e fare incetta di beni.

La risposta del Governo fu tremenda! Arresti e fucilazioni a raffica in ogni paese. Nella memoria collettiva sono ancor vivi i ricordi delle bande della cosiddetta “Pergulina”, un palo che nottetempo veniva usato per picchiare agli scuri di malcapitati benestanti per riscuotere soldi o mercanzia, in cambio della vita salva.

Azioni di brigantaggio dunque, che niente avevano a che fare con gli ideali del Risorgimento, ma che diedero modo agli Austriaci di aumentare il controllo sul territorio anche a scapito dei patrioti. Ogni paese in riva al Po aveva la propria banda, Stienta fu in particolar modo bersagliata e non pochi degli adepti caddero nelle retate austriache.

Per quanto riguarda il territorio di Melara, lasciarono la loro vita nelle carceri militari di Este i melaresi Giuseppe Bacchiega, di anni 41, Luigi Gobbi, di 42 anni, Giuseppe Bacchiega detto Merlo, di 52 anni, ed in quelle di Rovigo Alessandro Geminiani di 35 anni. Mentre vennero messi a “Fuoco e piombo”, cioè fucilati in località “Bovette” dai gendarmi dal Giudizio Statario d’Este e dal suo tribunale itinerante i malcapitati “banditi”, originari di Bergantino: Poltronieri Giovanni detto Verza (26 anni), Poltronieri Angelo (25), Poltronieri Giuseppe detto Pantare e Moro (30), Trentini Pellegrino detto Cantel (26), Gardini Biagio detto Scavezzoto (26) e Frezzato Luigi detto Mariano (45), quest’ultimo di Papozze. Inutile dire che questi atti aggravarono sempre più la tensione nei nostri paesi.

Anno 1855-59

Il colera andò a pregiudicare la già precaria situazione igienico sanitaria dei paesi: nel 1855 il morbo fece a Melara 118 vittime nel solo mese di luglio. In questi anni sono numerosi i melaresi segnalati ed arrestati dalla polizia austriaca mentre erano in procinto di lasciare il territorio per arruolarsi come volontari in Piemonte, ma pure nei gruppi ferraresi. Bastava oltrepassare il confine di Stato a S. Maria Maddalena, oppure con la complicità di traghettatori prendere il largo lungo le anse del Po per trovare riparo e sfuggire ai gendarmi dell’aquila bicipite.

Molte testimonianze ci sono documentate nell’archivio della Delegazione Provinciale a Rovigo presso il nostro Archivio di Stato di Rovigo: sono braccia che impugneranno i fucili nel corso della Seconda Guerra di Indipendenza, ma assieme a loro c’è anche gente semplice che intendeva emigrare, soltanto per trovare altrove occasioni di lavoro. Così nelle antiche carte troviamo i nomi e le vicende di Beolchi Angelo scrivano, Chiavegatti Luigi, merciaio, Chiavegatti Napoleone, sarto, Leati Gaspare, perito agrimensore, Leati Tito, possidente, Losi Carlo, merciaio, Soncini Lazzaro, possidente, Staza Francesco, casaro, Tinti Materno, contadino e diversi altri ancora.

Anno 1866

Nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza infine, troviamo fra i combattenti Bruto, Vincenzo ed Ippolito Leati che per il loro valore furono soprannominati da Garibaldi i “Cairoli di Ferrara”. I loro cugini (che abitavano in paese per meglio seguire le vicende finanziarie) partirono infine anch’essi per l’avventura della liberazione come Gaspare e Tito.

Fra i numerosi patrioti, almeno un centinaio (ancora nel 1866 nella Guarda Nazionale sono più di 170 i fucili destinati alla stessa) troviamo anche il nostro Amos Bernini allora 24.enne che, l’anno successivo al seguito di Garibaldi partecipò al tentativo di occupare Roma: a Monterotondo il 25 ottobre del 1867 i garibaldini hanno la meglio sulle truppe pontificie, ma poi vengono bloccati a Mentana il 3 novembre dall’intervento dei Francesi a fianco delle milizie papali.

Con la conclusione della Terza Guerra di Indipendenza, Melara ed il Veneto vengono uniti all’Italia. In paese a quanto è dato sapere non ci furono particolari ritorsioni nei confronti di personaggi che si fossero dimostrati insensibili al richiamo degli ideali patriottici, ad eccezione della partenza dell’arciprete don Pellegrino Soldà (1802-1874), favorevole al governo austriaco, come il fratello Eugenio (1817-1906), arciprete a Castelmassa, che invece conobbe anche l’arresto da parte delle neonate truppe italiane.

La lapide murata nell’arco Chigi

La struttura risale al 1675, unica nel suo genere nell’intero Polesine: trattasi di un arco – che unisce due serie di case – da cui parte una strada, chiamata via Targa, che porta all’argine del Po.

La costruzione, di pregevole fattura, fu innalzata quale ringraziamento della popolazione verso colui che diede il benestare affinché anche in queste zone si potesse tenere il mercato franco, cioè libero da tasse e gravami, ogni settimana iniziando da quell’anno, cioè il cardinale legato a latere di Ferrara, Sigismondo Chigi, parente del papa Rospigliosi.

Sullo storico arco è stata inoltre apposta una lapide con una scritta risorgimentale, connessa ai fatti del ’66. Presumibilmente fu murata nei giorni successivi all’arrivo a Melara dell’esercito italiano nel corso della Terza Guerra di Indipendenza, quando le truppe, al comando del generale Enrico Cialdini (1811-1892), superato il Po, fecero una sosta nel centro del paese, prima di continuare la loro marcia.

Così recita la lapide:

8 LUGLIO 1866 CESSATA LA DOMINAZIONE AUSTRIACA TRUPPE ITALIANE QUI PRESERO STANZA E FUMMO LIBERI.

Una frase indubbiamente significativa, che quasi lascia intravedere uno “sfogo” per essere i melaresi divenuti padroni delle proprie sorti e dal laccio stretto dell’oppressione straniera.

Melara inoltre, proprio in quei giorni, iscrisse Giuseppe Garibaldi a membro della locale Società di Mutuo Soccorso. Il Generale ringraziò con una lettera datata Firenze 26 settembre 1866 con queste poche righe “Amici L’onore da voi conferitomi con gratitudine somma accetto e con affetto vi stringo la mano. Vostro sempre G.Garibaldi”. Ed una nuova epoca era di fatto iniziata.

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “Melara Garibaldina”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/melara-garibaldina/

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