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ARTEOGGI

Metamorfosi meccaniche

Le originali creature di Giuseppe Albertin.

di Sabrina Osti

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 104–105

In un’epoca dove il consumismo dilaga, i rifiuti sono diventati un vero problema. Si produce, si compra e poi si getta, e noi tutti siamo ormai sommersi da una massa di cose nuove e un gran numero di cose inutili, già usate, già passate.

Ma, come sempre, ci può essere qualcuno che si muove in direzione diversa, ossia alla ricerca di tutto ciò che è stato messo da parte, buttato via, per farne ancora qualcosa di utile, per restituire quella vita che aveva un tempo.

È il caso di Giuseppe Albertin, artista che crea sculture vivissime con materiali abbandonati, scartati e inutili: un pistone, una biella, un lama di badile, i chiodi per ferrare i cavalli, le ruote dentate di una vecchia bicicletta, diventano la materia prima per le inedite composizioni. Si tratta pertanto di realizzazioni che si presentano in forme dinamiche, acquistando, negli assemblaggi ideati dall’artista rodigino, nuove possibilità di “essere”.

I buchi al centro del corpo dei suoi pescatori o dei suoi famosi guerrieri, che non sono altro che la testa delle bielle, che lo scultore usa per formare l’esile tronco dei suoi personaggi, mi fanno riflettere: dove per secoli si è creduto che avesse sede l’anima, qui c’è un foro, un vuoto. Sembrerebbe uno spazio da riempire, rimasto vacante e forse in attesa di nuovi sogni e di nuove speranze; oppure, guardandolo da un altro punto di vista, il foro potrebbe essere espressione di un cuore aperto, libero, pronto a dare e ricevere.

Albertin crea dunque figure incredibili: fiori, galli, aragoste, ballerine, motociclisti che sembrano proprio sul punto di muoversi; pare che gli ingranaggi accostati così sapientemente possano all’improvviso cominciare ad incastrarsi, a muoversi l’uno sull’altro e così passare a nuova vita.

Si attua pertanto una metamorfosi con il magico passaggio da rifiuti inutili a sculture creative che rivelano chiaramente le doti creative dello scultore rodigino.

Solo una domanda: ma questi fiori, questi ballerini, questi pescatori sono per Albertin lo specchio di come egli vede gli uomini? Assemblaggi di bulloni e chiodi che si muovono meccanicamente? Lasciamo ai fruitori delle opere dell’artista rodigino la risposta, osservando che questi fiori meccanici continuano a sollevarsi per cercare il sole, i guerrieri ad avere una loro indomita fierezza, i pescatori la loro calma vigile, i ballerini la loro voglia di danzare.

In definitiva quindi, sono sempre uomini, animali, fiori, certamente diversi, ma uguali a quelli di sempre, se guardati nella loro essenza più profonda e pertanto l’attività di Albertin si configura come un’ intuizione artistica di una realtà, con creazioni davvero originali.

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Come citare questo articolo

Sabrina Osti. “Metamorfosi meccaniche”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/metamorfosi-meccaniche/

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