Quasi nessuno sa che dietro tre importanti dipinti esposti a Palazzo Roverella si cela una figura dimenticata. Ordinati per epoca, i quadri in questione sono: – il Cristo portacroce di Giovanni Bellini, – la Madonna con Bambino fra i santi Girolamo ed Elena di Palma il Vecchio, – il Ritratto ideale di Gaspare Campo di Giambattista Piazzetta.
Giungendo dal Trentino, dove abito, ed entrando nelle sale dove sono esposte le opere indicate, la mia attenzione è andata subito all’ultima delle tre, realizzata da Giambattista Piazzetta (1683-1754). E ciò per il motivo particolare che nel corso dell’‘800 il dipinto fu restaurato dal mio antenato Michele Zammatteo.
Si tratta di una tela importante, apprezzata per la maestria dell’artista veneto del ‘700 e perché l’effigiato, Gaspare Campo, fu il fondatore dell’Accademia dei Concordi.
Il ritratto venne restaurato con integrazioni del manto pittorico che ancora si riconoscono osservando la tela a luce radente. Come detto, autore del restauro fu Michele Zammatteo, che vi pose mano dopo il 1850, quando, in seguito ad un soggiorno romano ed altre vicissitudini, fece ritorno a Rovigo nella sua casa di via Borghetto, ora via Manzoni, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele.
Michele Zammatteo era nato a Zoldo nel Bellunese nel 1816. Con la famiglia si era trasferito a Rovigo all’età di 5 anni, per cui il capoluogo del Polesine era la sua città di adozione. Fu qui che Michele crebbe e da qui partì giovanissimo per studiare all’Accademia di San Luca a Roma dove divenne un esperto ritrattista, restauratore e copista: così lo descriveva Nicolò Biscaccia, il nobile rodigino che fu attento cronista delle vicende del Polesine.
Era abile, avendo conseguito una apprezzata maestria relativa alle tre scuole artistiche fondamentali: si ispirava alla “scuola veneta” per il colore; a quella “romana” per l’accuratezza del disegno (specie nel genere del ritratto); a quella “fiamminga” per l’ambientazione speciale, la tecnica della luce e la capacità di cogliere la tridimensionalità del soggetto.
Zammatteo non rimase insensibile ai richiami patriottici del Risorgimento, partecipando alla difesa di Venezia nel 1848-’49 come volontario nel Battaglione Universitario Romano. Poi tornò a Rovigo, città che amava, dove visse per cinquant’anni.
Oggi, purtroppo, in città la memoria dell’artista è scomparsa, assieme ad alcune architetture storiche legate anche alle vicende personali del mio antenato. Tra queste l’antico Oratorio di San Rocco, la Riviera Angeli su cui sorgeva il teatro Zammatteo, poi Dante, Littorio e infine Odeon.
Nel 1855, dopo l’epidemia di colera che aveva sconvolto gran parte del Veneto, assieme al fratello Antonio, a Rovigo si dedicò ad attività di restauro, impegnandosi anche a dipingere gratuitamente l’edificio intitolato a San Rocco, protettore dei contagiati.
Dopo l’annessione al Regno d’Italia, sempre d’accordo con il fratello, Michele adattò la casa paterna per ospitare un piccolo teatro, pare molto apprezzato dai contemporanei: in esso c’erano anche una scuola musicale e la prima sede della Società di mutuo soccorso.
Il mio lavoro mi ha portato tante volte a scrivere di arte (che è poi anche la materia che insegno) e sono circa trent’anni che “inseguo” letteralmente il mio avo Michele Zammatteo. Ben lo sanno le tante persone che mi hanno generosamente aiutato a ricostruire spezzoni della sua vita.
Recentemente sono tornato a Rovigo, a Palazzo Roverella, dove mi sono trovato davanti le tre tele citate, opere come detto legate alla biografia del mio antenato: il Ritratto ideale di Gaspare Campo, come detto, fu restaurato da Michele Zammatteo, mentre delle altre due tele, il Cristo portacroce e la Madonna con Bambino fra i santi Girolamo e Elena, Zammatteo fece delle copie, alcune delle quali si trovano ancora in ambito polesano.
Il periodo delle opere rodigine precede di poco l’ascesa di una stella nascente: il bravissimo Giovanni Biasin, del quale a Palazzo Roverella è esposto il suggestivo grande Panorama, interpretazione paesaggistica di Venezia, testimone di un nuovo gusto e di un respiro più internazionale.
Michele Zammatteo viene considerato uno degli esponenti più significativi dell’Ottocento romano, dove era conosciuto come Zammatino. Le sue prime fatiche rodigine di cui siamo a conoscenza erano destinate agli altari laterali nella chiesa di San Michele e rappresentano quattro santi francescani. I ritratti sono dotati di una profondità psicologica non comune e i loro gesti ne esaltano la tensione: il Beato Bernardo da Offida che tiene nervosamente il crocifisso degli Olivetani, il Beato Angelo d’Acri che offre un bellissimo scorcio sulle mani portate al petto e la Santa Veronica Giuliani caratterizzata da un tratto di sofferenza interiorizzata che ha colpito più di uno studioso. Solo il Sant’Antonio di Padova è ancora visibile al pubblico, appartato in un angolo della chiesa dei Cappuccini. È di stile diverso rispetto agli altri tre: risente del Purismo romano di Overbeck e dei Nazareni ed utilizza un tema caro alla pittura veneta, l’apparizione del Bambino al santo.
Altri lavori, che hanno una datazione certa, furono realizzati dieci anni dopo. Due, destinati all’Accademia dei Concordi, sono conservati nella Pinacoteca. Si tratta del Ritratto di Pietro Oliva, bibliotecario dell’istituzione fra il 1861 e il 1864, e del Ritratto di Giovanni Oliva, che era stato bibliotecario in Francia un secolo prima.
Gli anni Sessanta furono densi di attività per Michele Zammatteo, che tornò certamente per qualche periodo anche a Roma. Mantenne però sempre la sua residenza a Rovigo, dove nel contempo entrò in funzione e crebbe rapidamente il piccolo teatro di famiglia in via Borghetto.
Sappiamo di un soggiorno in casa Zammatteo dello scultore ed ebanista zoldano Valentino Besarel e di suo fratello Francesco, che qui studiò alle scuole elementari di disegno. Valentino Besarel sarebbe divenuto famoso per aver arredato numerosi ambienti prestigiosi dell’epoca, in particolare lo studio di Vittorio Emanuele II al Quirinale, da cui il Presidente della Repubblica tiene il suo discorso di fine anno.
Nelle memorie di Besarel c’è traccia anche delle attività di Michele Zammatteo in favore dei giovani veneti che volevano cercare fortuna nel Regno d’Italia o fuggivano dalla coscrizione obbligatoria nell’esercito asburgico.
Le due opere con cui concludo questa visita virtuale ai lavori rodigini di Michele Zammatteo sono contemporanee alla presenza dei Besarel, e le cornici ovali, straordinariamente accurate, possono essere attribuite proprio alla mano dello scultore bellunese. Si tratta del Sacro Cuore di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, che ornano la sagrestia della chiesa dei Santi Francesco e Giustina. Opere ancora nella collocazione a cui erano destinate fin dal principio e tuttora ben conservate. Il Sacro Cuore di Gesù è una copia di quello di Pompeo Batoni nella chiesa omonima a Roma. L’accuratezza del disegno si fonde nella morbidezza del colore e dello sfumato e nell’insieme lo rendono elegantemente luminoso.
Anche il Sacro Cuore di Maria mostra tutte queste caratteristiche: è un soggetto autografo, firmato per esteso a destra della figura femminile “Zammatteo Dipins. 1861”.
Michele Zammatteo si spense a Rovigo nel 1870. Ricordarlo significa anche volgere uno sguardo alla città che egli ha tanto amato e che aveva inteso abbellire con le sue opere.
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Come citare questo articolo
Paolo Zammatteo. “Michele Zammatteo (1816-1870)”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/michele-zammatteo-1816-1870/