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UN RICORDO

Miro Penzo

Instancabile animatore culturale fu autore di commedie tuttora rappresentate

di Giovanni De Pascalis

Ventaglio Novanta n. 22 2001 pp. 88–91

Il prof. Penzo meravigliò tutti quando uscì dalla scena di questo mondo, perché sembrava che non fosse il tempo giusto, anche se aveva novant’anni; ma chi lo rimpiazzava? Chi aveva scritto delle poesie, o novelle oppure un romanzo, correva subito da lui per un parere. Si capisce da questo, come da tutte le iniziative culturali in cui attrasse tanti, che nessuno ci pensava mai alla sua dipartita, perché era indispensabile.

Egli era quello che sapeva dare il suggerimento, che risolveva una questione, che orientava sulla scelta di un libro, di un autore; e non parliamo di teatro su cui era ferratissimo; così congeniale da scrivere gustose, divertite commedie.

Ma gli piaceva soprattutto diffondere, far cultura. Per questo fondò un’associazione di poeti polesani, che spesso si portava nelle scuole, a sensibilizzare con la lettura o recita di proprie poesie, le giovani menti. E così promosse, neanche a dirlo, concorsi poetici, venendo incontro al desiderio di molti di un riconoscimento ufficiale; come anche diede vita a rassegne di poesia tra città, tenute per lo più in antiche ville, che erano le sedi giuste. Un uomo così, di tanta attività e le aderenze necessarie ai finanziamenti, chi lo poteva sostituire, venendo meno? Finché Penzo era in vita nessuno ci voleva pensare; ma il suo giorno venne.

Dunque, moriva anche Penzo, e fu il pensiero che m’occupò la mente alla lettura dell’epigrafe sul muro, verso cui m’ero girato da fermo. Eppure, con la memoria lo rividi che passava proprio per di lì, per la strada delle “Basse”, parallela com’era a una più su, rasente le “Magistrali”, dove egli aveva studiato. Appunto, quello che io rivedevo con la memoria, era un Penzo giovanissimo, studente ancora di quell’Istituto, e che doveva conoscere le “Basse”, così vicine.

Quando Penzo morì, fu il parroco del Duomo a fargli il discorso. Infatti, celebrata la Messa funebre, don Antonio si avanzò alla balaustra del presbiterio, e parlò. Penzo, in immagine, – mi piacque pensarlo così – nella penombra d’una navata e in solitaria parte, ascoltava.

Forse s’aspettava un gran discorso, un po’ come tutti, poiché amiamo ognuno la gloria. Quei discorsi da oratore di una volta, che venivan fluenti, senza un inciampo mai, d’una bravura eccezionale nell’apertura d’un periodare largo d’immagini. Ma don Antonio parlò diversamente; con una stesura familiare e una simpatia di parola, in cui Penzo si ravvisò per com’era stato, e allora, in un sorrider d’occhi e di labbra, seguì con grande attenzione; e facilmente, dietro la familiarità di un bel discorrere, venato a tratti d’umorismo, si ritrovò qui si ritrovò là, in questo in quel luogo, in tante situazioni, con la sua curiosità innata, con il suo spirito di osservazione; con il suo umore, con il quale aveva saputo guardare più ottimista che pessimista.

E io, che ero tra i presenti, andai con la memoria a un ricordo lontano, dietro le parole, risentite tali e quali, di mio fratello, che, tornato a casa dalla sua quarta elementare, disse, mentre si desinava “Abbiamo avuto, oggi, un supplente, che ci ha fatto tanto ridere.” E pareva che fino a poco prima avesse rigustato quello spirito che il maestro di un giorno soltanto aveva messo nel suo dire, che gli doveva aver esilarata l’anima.

Ora, in maniera composta, don Antonio mise in luce quella capacità di sorridere di tutta una vita in Penzo, capacità che é un modo di vedere, per il quale si consolano anche i momenti più tristi.

E Penzo, che si rivide per quello che era stato, con quella caratteristica, che era il suo distintivo, sentì che per questo egli continuava a vivere, come ognuno, nel ricordo, con quello che ha di suo, riconoscibile e diverso da chiunque altro. E il prof. Penzo, appagato, s’allontanò per quel viaggio che doveva fare e che era lungo, molto lungo.

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Giovanni De Pascalis. “Miro Penzo”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/miro-penzo/

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