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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Nella terra del “Maneggio”

Un itinerario ciclituristico lungo le sponde del Canalbianco

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 11 1995 pp. 34–45

L’itinerario ciclituristico che proponiamo potrebbe essere definito “giro dei ponti”, in quanto si snoda lungo le due rive del Canalbianco. Il fiume-canale viene superato a Castelguglielmo; si prosegue quindi lungo la sponda destra per una decina di chilometri, imboccando poi il nuovo ponte che collega Pincara con Paolino di Fratta, per iniziare la via del ritorno sulla sponda sinistra. Più adeguatamente chiameremo il tragitto “giro del Maneggio” in ossequio alla denominazione medioevale di questo territorio.

La partenza per il nostro itinerario è fissata a Presciane, piccola ma importante frazione di San Bellino, legata nel nome alla nobile famiglia Prisciani di Ferrara estense. Prisciano Prisciani, prefetto del duca Borso d’Este, aveva ottenuto, a metà del XV secolo, l’incarico di sovrintendere ai lavori di prosciugamento della zona polesana, ridotta in uno stato veramente disastroso da varie alluvioni, di cui la più grave provocata artificialmente nel 1438 dai Gonzaga, allora nemici dei Veneziani. I principi lombardi infatti avevano fatto tagliare gli argini dell’Adige a Castagnara e Malopera, in modo da allagare il territorio polesano con l’intento di creare un lago che permettesse ad una flottiglia mantovana di raggiungere l’Adige e contrastare i veneziani. Un’idea scellerata, che non approdò a nulla sul piano militare, ma che sconvolse gravemente l’assetto territoriale.

Si dovette dunque a Prisciano Prisciani l’avvio dei lavori di prosciugamento con lo scavo di canali di drenaggio, mentre il corso del Tartaro – che proprio in questo periodo iniziò ad essere chiamato Canalbianco, sembra per le acque più bianche ricevute dall’Adige – veniva prolungato fino ad immetterlo nella Fossa di Polesella (1473).

Si trattò dunque di grandi lavori di bonifica, che la casa d’Este cercò di incentivare con donazioni di territori ed investiture feudali ad alcuni attivi e facoltosi dignitari di corte. Se Prisciano Prisciani ebbe l’investitura sulle terre di San Bellino e Canda, Guglielmo Pincaro, analogamente, fu preposto al territorio che da lui prese poi il nome di Pincara. Altri ancora sono in zona i toponimi che risalgono a nobili ferraresi impegnati nella bonifica: ricordiamo ad esempio la “presa Guarina” dai Guarini che dimorarono a San Bellino custruendovi una signorile villa, e la località Bagnacavalla a sud di Pincara, dai fratelli Giacomo e Giovanni Bagnacavallo.

Le operazioni di bonifica e sistemazione idraulica del territorio, iniziate con tanto fervore dai ferraresi, furono successivamente continuate dai veneziani che si impadronirono del Polesine fino al Canalbianco in seguito alla cosidetta “Guerra del Sale” 1482-84.

Fatta questa premessa storica, ci accingiamo dunque a visitare il territorio partendo da villa Nani Mocenigo, che prima dell’arrivo della famiglia veneziana sembra sia appartenuta proprio a Prisciano Prisciani. La costruzione odierna è comunque posteriore, databile alla fine del settecento, sobria nelle forme, sviluppata su tre piani. A meridione sorge un parco di una certa ampiezza, intersecato da un bel viale alberato che collega la villa con la chiesa di Presciane.

L’edificio sacro, di semplice fattura, risale al sec. XI, quando fu innalzata una cappella dedicata a Santa Margherita. L’edificio sacro fu ricostruito nel sec. XV, e Pellegrino Priscani (figlio di Prisciano) lo beneficiò di una dote, ponendo la premessa per la costituzione della parrocchia. Da alcuni anni presso la canonica ha sede il Centro di Documentazione Polesano, attivamente animato da don Pierantonio Castello.

Prima di avviarci lungo il nostro itinerario, è bene soffermarci ad osservare il prospetto di un’altra storica dimora: è villa Vallerini, detta “el palazzon”, quasi dirimpettaia alla Nani Mocenigo, alquanto degradata, ma ancora ben leggibile nell’impianto, che mostra una facciata lineare, appena mossa dalla presenza di due simmetriche canne fumarie e dal balcone del piano nobile sormontato da una cornice che ne impreziosisce il disegno. Le manomossioni sono evidenti soprattutto al pian terreno deturpato in particolare dall’apertura di due porte, prive di ogni senso estetico e perfino di una minima attenzione simmetrica.

Scattate alcune foto ricordo, ci avviamo dunque verso Castelguglielmo, scegliendo tra le due vie possibili quella più panoramica che porta sull’argine sinistro del Canalbianco. Proprio all’intersezione della strada arginale troviamo villa Zambonin, sulla cui facciata, semplice ma non priva di eleganza, spiccano sei finestrini ovali che danno luce ai granai. In tempi molto recenti davanti al palazzo è stato creato un piccolo parco con la messa a dimora di varie piante, che danno vita ad un’area verde corredata di qualche panchina.

L’itinerario prosegue sull’argine, in senso contrario al flusso della corrente del fiume. Dalla strada arginale lo sguardo corre alla fertile campagna polesana, suddivisa in grandi rettangoli, i cui colori mutano a seconda delle coltivazioni e delle stagioni. Un gigantesco ippocastano presso un’abitazione richiama la nostra attenzione, mentre raggiungiamo la parte del paese che si estende a nord del Canalbianco. Sfiliamo davanti all’ex asilo Pelà, da anni chiuso, per il cui recupero e riutilizzazione sembra difficile trovare una soluzione, mentre sempre più si leggono sulla facciata i segni di un inesorabile degrado.

Raggiungiamo quindi il ponte, rifatto circa trent’anni fa, rialzato sul fiume per permettere la navigazione fluviale da tanti anni attesa, ma non ancora possibile¹. Lasciatici alle spalle il monumento ai caduti e la scuola media, percorso il ponte, raggiungiamo il cuore di Castelguglielmo, ovvero l’ampia piazza centrale, a ridosso della via d’acqua. La chiesa parrocchiale, che sorge all’estremità opposta del grande rettangolo pubblico, è dedicata a San Nicola, patrono, come è noto, dei naviganti. Originario del XVI sec., il tempio, che ha subito vari rimaneggiamenti, si presenta a tre navate con sette altari arricchiti da tele di scuola veneta, tra cui quella dedicata a San Bovo, opera del celebre pittore polesano Mattia Bortoloni (1696-1750) originario di Canda.

Sul lato ovest della grande piazza sorge il palazzo municipale eretto nel secolo scorso, fiancheggiato da una torretta con orologio. Di fronte a questa costruzione civile, sul lato opposto della piazza, sorge villa Pelà, ora sede della Cassa di Risparmio. Le barchesse adiacenti, rimaneggiate in più riprese, costituiscono parte del porticato che dà sulla piazza. In un edificio di recente costruzione, a lato della chiesa, è invece alloggiata la Banca di Credito Cooperativo Polesine Occidentale.

Inutile cercare a Castelguglielmo i resti del castello a cui si deve il nome del paese. Ogni traccia del maniero è andata perduta, nonostante l’importanza che nell’età medioevale ebbe la storica costruzione, teatro non solo di aspre battaglie, ma – cosa che ci piace molto di più ricordare – di un ameno racconto di Giovanni Boccaccio. Si tratta della seconda novella della seconda giornata del Decamerone, in cui si legge “… Era dunque al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un mercante chiamato Rinaldo d’Esti per le sue cose venuto a Bologna; le quali avendo fornite ed a casa tornandosi, avvenne che, uscito da Ferrara, e cavalcando verso Verona, s’imbattè in alcuni, li quali mercanti parevano …” “… avvenne che, essendo già tardi, di là da Castel Guglielmo, al varcare d’un fiume, questi tre, veggendo l’ora tarda e il luogo solitario e chiuso, il rubarono …” Inutilmente il mercante derubato cercò riparo dentro il castello perché, “… essendo le porte serrate e i ponti levati, entrar non si poté dentro …”.

Eretto nel 1146, il castello, nel quale non poté trovare rifugio il malcapitato mercante d’Este, doveva essere di un certo rilievo, forse simile a quello che tuttora si erge ad Arquà Polesine, attribuito, come il coevo di Castelguglielmo a Guglielmo III degli Adelardi-Marchesella². Il maniero fu così descritto da Marin Sanudo dopo che cadde in possesso della Serenissima [Guerra del Sale (1482-84)]: “… tondo, sopra uno argere grando, … bello agli occhi, par inexpugnabile per aver l’acqua dil Tartaro la quale va atorno …”.

Va ricordato a questo proposito che Venezia pretese il dominio sul paese di Castelguglielmo nonostante il trattato di pace con gli estensi prevedesse che il confine fosse segnato dal Tartaro-Canalbianco: il paese restò pertanto nell’orbita veneziana, divenendo una specie di avamposto in terra estense.

Dopo aver ricordato una delle fole di Pio Mazzucchi³, lasciamo la grande piazza per riprendere il nostro itinerario sulla riva destra del Canalbianco, ove sorgono interessanti corti rurali, alcune delle quali furono testimoni delle lotte tra braccianti e possidenti terrieri alla fine del secolo scorso e all’inizio del nostro fino all’avvento del Fascismo, che impose la sua “pax” e vide affermarsi a Castelguglielmo la personalità di Vittorio Pelà che fu a lungo podestà, ed il cui lascito diede l’avvio alla costruzione del citato asilo per l’infanzia.

Raggiungiamo frattanto la frazione di Bressane, piccolo nucleo abitato, raccolto attorno ad una chiesetta, ora col titolo di parrocchia, che un tempo era un oratorio privato facente parte della proprietà dei nobili veneziani Sagredo.

Nella zona esiste ancora un ponticello su barche (destinato ad essere disattivato quando la via d’acqua diverrà navigabile) che assicura il collegamento con l’altra sponda. Proseguiamo frattanto il nostro itinerario fino alla località Gambaro, dove facciamo sosta presso il centro equituristico “Giona”.

Nell’area dell’antico Maneggio, evocatrice di cavalli in libertà, è significativo trovare un’azienda che propone passeggiate a cavallo. Il sig. Osvaldo, gestore e ideatore dell’iniziativa, vero antesignano dell’agriturismo in Polesine, è prodigo nelle informazioni sulle varie razze e caratteristiche equine e sempre disponibile ad accompagnare i visitatori in un’uscita a cavallo. La sosta al Centro Giona ci permette inoltre di ammirare il piccolo ma ben fornito museo della civiltà contadina allestito con intelligenza in un apposito alloggio.

Un tragitto veramente breve ci separa dal comune di Pincara, dove troviamo subito un’altra piacevole occasione di relax: il gorgo Dolfin. Sembra che lo specchio lacustre fosse nel ’700 di dimensioni ridottissime, utilizzato pertanto come macero; allargato da acque di origine alluvionale, il gorgo ha da tempo assunto l’aspetto di un grazioso laghetto.

Il toponimo “Dolfin”, ci avverte che anche qui i veneziani si sono sostituiti ai ferraresi. All’inizio del XVI sec., Benedetto Dolfin, ricco commerciante della Serenissima, rilevò i terreni dei Pincaro (che, come detto, avevano provveduto su mandato dei duchi di Ferrara a bonificare la zona) e fra l’altro fece costruire, nel 1520, la chiesa parrocchiale, dedicandola a San Giovanni Battista. Il sacro edificio fu completamente rifatto nel sec. XVIII. Al suo interno è conservato un crocefisso in legno a cui gli abitanti sono particolarmente devoti. Ogni cinque anni, in occasione della festa del Redentore, la croce viene portata in processione, a ricordo del “miracolo della pioggia” allorché fu organizzata una solenne processione propiziatoria. Si ritiene che il grande crocifisso ligneo, affettuosamente denominato “El Criston”, sia opera di uno scultore della val Gardena.

Lasciata la chiesa, ci avviamo verso il nuovo ponte, giro di boa del nostro percorso. Prima di imboccarlo, riteniamo però opportuno effettuare una digressione di un paio di chilometri, sempre sulla sponda destra del Canalbianco, per raggiungere Ca’ Bernarda, edificata alla fine del ’600. Il complesso si distacca dai canoni architettonici tradizionali, per la lunga teoria di edifici contigui, senza una netta separazione tra la dimora padronale e gli ambienti di lavoro. Ogni anno, il 13 Giugno, viene organizzata nella corte una festa in onore di Sant’Antonio, cui è dedicato l’oratorio della villa.

Scattate alcune fotografie, ritorniamo sui nostri passi per superare il nuovo ponte sul Canalbianco e raggiungere Paolino, minuscola frazione di Fratta, ove, in stato di grave degrado sorge villa Bellettato, o meglio Ca’ Cornera, ritenuta un raffinato esempio di architettura settecentesca, oggi però segnata da evidenti segni di un disfacimento che sembra irreversibile.

In buone condizioni appare invece l’oratorio più volte rimaneggiato, che funge da chiesa per la piccola comunità locale.

Dato uno sguardo malinconico alla struttura della villa veneta tanto provata, procediamo lungo l’argine sinistro del Canalbianco, fiancheggiato da fertili campagne con fattorie sparse. Gli insediamenti abitativi sono molto meno numerosi rispetto all’altra riva. E questo aumenta il senso di sorpresa nel giungere nei pressi di Ca’ Moro nel comune di San Bellino.

La villa è circondata da una mura nella quale è inserito l’oratorio, con la porta principale verso l’esterno, in modo da permettere anche ai contadini del circondario di assistere alle sacre funzioni. La villa secentesca si erge su tre piani e presenta una facciata armonica, impreziosita da un frontone (raccordato a quattro lesene), e da due scaloni simmetrici che assicurano l’accesso al piano nobile.

Sul retro si evidenzia un grande rustico di impronta neoclassica. Anche questo complesso architettonico di ragguardevoli proporzioni, avrebbe bisogno di interventi di restauro e consolidamento, per i quali non resta che sperare…

Il nostro itinerario sta per concludersi, col completamento del circuito anulare lungo le due rive del Canalbianco e ritorno a Presciane, dove la comitiva si scioglierà, dopo aver naturalmente stabilito un appuntamento per la visione delle foto, testimoni di suggestivi scorci ambientali tipici dell’alto Polesine⁴.

NOTE

¹ Sul problema della navigazione fluviale e dell’idrovia, progettata fin dai tempi di Napoleone, ma non ancora realizzata, vedasi Ventaglio N. 9: “Porto Levante uno sviluppo negato”, di Simone Martinello.

² Cfr. Ventaglio N. 2: “Il castello di Arquà”, di Luigi Zilli.

³ Cfr. Ventaglio N. 6: Reprinting: Pio Mazzucchi, di Paolo Zambonin.

⁴ Per ulteriori approfondimenti sulla zona in cui si è sviluppato il percorso ciclituristico, vedasi in particolare:

– M. Cavriani: Castelguglielmo, il territorio e la sua gente;

– AA.VV.: San Bellino, la storia ritrovata.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Nella terra del “Maneggio””. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-terra-del-maneggio/

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