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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Palazzo Camerini a Rovigo

Un bene di grande pregio, ricco di importanti opere pittoriche, recentemente “riscoperte” grazie ad uno studio di Roberta Reali

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 11–13

Proseguendo con gli appuntamenti di conoscenza del patrimonio artistico ed architettonico del nostro territorio, un importante opportunità ci giunge dall’approfondito studio “Palazzo Camerini” portato a compimento da Roberta Reali e recentemente pubblicato da Apogeo, grazie all’interessamento dell’Accademia dei Concordi.

L’ottocentesco Palazzo Camerini è uno degli edifici storici più grandi di Rovigo. Occupa buona parte del lato settentrionale di via Celio, con le seguenti ragguardevoli misure: m. 44 di base, m. 17,67 di altezza, circa 20 metri di profondità.

Fu innalzato tra il 1841 ed il 1844, per volere di Cristoforo Camerini (1784-1858), componente della ricca famiglia Camerini di origine emiliana che, soprattutto grazie all’intraprendenza del fratello Silvestro Camerini (1777-1866), si caratterizzò nel corso dell’Ottocento come una delle più attive nell’ambito di varie iniziative imprenditoriali, acquistando beni fondiari ed immobili di pregio sia in Emilia che in Veneto.

Di Silvestro Camerini e della sua prodigiosa ascesa da scariolante a duca abbiamo avuto occasione di parlare in più di qualche numero del Ventaglio¹, evidenziando anche come fosse coadiuvato nelle sue molteplici attività da Cristoforo. E proprio a questi si deve dunque la volontà di realizzare il grande palazzo rodigino, che fu progettato dall’architetto badiese Lorenzo Rossini e costruito dalla ditta del capomastro Antonio Silvestrini.

Un edificio dalle linee abbastanza severe, di ispirazione neoclassica, sviluppato su quattro livelli e concluso da un marcato cornicione dentellato. Nella facciata – priva degli ornamenti tipici delle epoche precedenti, quali colonne, lesene e capitelli – l’attenzione va soprattutto al piano nobile che si innalza oltre ad un piano ammezzato: colpisce la teoria di tredici finestre (le tre centrali sono porte-finestre che si aprono su un balcone tripartito) tutte caratterizzate da frontoni sostenuti da mensole.

Altra importante ricercatezza si trova al piano terra, caratterizzato da tre grandi portali centinati di identica fattura (uno centrale e due laterali), e soprattutto connotato dalle originali lunette istoriate poste a coronamento delle dieci finestre: racchiudono bassorilievi raffiguranti industriosi putti alle prese con attività che rimandano ai lavori tipici dell’agricoltura. Raffigurazioni che non sono meramente decorative, ma che fanno riferimento ad una filosofia di impegno e miglioramento del territorio, che Roberta Reali ha messo in evidenza, trovando inoltre continuità di relazioni nel ciclo di affreschi interni.

Le rappresentazioni scultoree delle lunette suggeriscono dunque aspetti di operosità e di armonia del fare: un concetto che si comprende appieno prestando la dovuta attenzione al bassorilievo rappresentato sulla lastra rettangolare posta tra le finestre del mezzanino sopra la porta centrale del piano terra. Una allegoria che rimanda al mito della nascita dell’agricoltura: su un carro, trainato da due leoni, è rappresentata Cibele, la divinità identificata come la Madre Terra, la cui figlia Demetra (Cerere per i romani) sovraintendeva alle attività agricole. Opere queste realizzate, a quanto ipotizza la Reali, dal veronese Grazioso Spazzi, che lavorò anche per la cappella funeraria dei Camerini.

Nel bassorilievo del Palazzo, Cibele porta un copricapo turrito (immagine divenuta nel tempo simbolo dell’Italia) ed è assisa su un cocchio trainato da una coppia di leoni; col braccio destro porge una sfera (simbolo dell’universo) ad un genio alato, mentre con la mano sinistra tende un pareo ad Attis, la divinità che sempre la accompagna.

Il riferimento a Cibele, dea originaria della Frigia – la regione della città di Troia da cui fuggì Enea dopo l’incendio appiccato dai Greci – è importante, secondo le indicazioni della Reali, per comprendere il ciclo affrescato nel Salone del piano nobile, legato proprio alle vicende di Enea che, come narra Virgilio, giunse nel Lazio, e dalla sua discendenza si avrà la fondazione di Roma².

Autore degli affreschi è il muranese Sebastiano Santi (1789-1866), artista apprezzato, che fra l’altro lavorò molto in Polesine e fu coadiuvato da decoratori della cerchia del veneziano Giuseppe Borsato. I grandi riquadri si riferiscono alla narrazione virgiliana, a cominciare da Giunone supplica Eolo di scatenare i venti contro la flotta troiana: raffigura il tentativo della dea di ostacolare Enea nel suo viaggio, giacché dalla progenie dell’eroe troiano prenderà vita la storia di Roma; città che nei secoli amplierà la propria potenza fino a compiere la distruzione di Cartagine devota a Giunone. Seguono altri affreschi: Enea, Didone e Ascanio; Enea portante Anchise fuori di Troia; Enea e Didone nell’antro; Enea e Latino.

Tra le altre stanze del piano nobile, la più ampia è quella detta “del baccanale”, dominata da un grande riquadro, affrescato sempre da Sebastiano Santi, raffigurante Il trionfo di Bacco, mentre sulle pareti sono effigiate delle danzatrici.

Gli affreschi del Santi sono databili attorno al 1844, pertanto completati proprio nell’anno della conclusione dei lavori edili del sontuoso edificio.

Successivamente nel piano nobile si ebbero ulteriori interventi pittorici, ispirati ad altre motivazioni e a nuove suggestioni politiche di stampo risorgimentale. E’ il caso della tela di ispirazione chiaramente patriottica La rivolta del Balilla, illustrante l’episodio che originò la cacciata degli Austriaci da Genova nel 1746; opera realizzata nel 1853 – quando Rovigo col Lombardo-Veneto era ancora sotto il dominio austriaco – da Giovanni Busato e posizionata nel soffitto della sala detta della Rivolta Popolare³.

Di poco posteriore è bel dipinto con Le nove Muse, opera attribuita ad Antonio Zona, posizionata nel soffitto della Sala delle Arti. Allo stesso autore viene assegnata la romantica Allegoria della notte nella Sala della Notte.

Successivamente per alcune stanze del piano nobile si ebbe anche l’apporto di altri decoratori, tra cui Giovanni Biasin, a cui sono attribuiti interventi a grottesca nella Sala dei Mascheroni, quelli in stile moresco nella Sala Moresca e in stile gotico nella Sala Gotica.

Alla morte di Cristoforo, avvenuta nel 1858, il palazzo restò nella disponibilità degli eredi, venendo intestato al primogenito Francesco (1829-1892). Costui, non avendo discendenza propria (l’unico figlio maschio era morto pochi mesi dopo la nascita), indicò come suo successore il nipote Ettore Francesco (1868-1902), unico figlio maschio del fratello Giovanni, il quale ebbe ben sette figlie.

In seguito alla morte prematura di Ettore Francesco (proprio nell’imminenza del suo matrimonio) il bene fu affidato alla di lui sorella Paolina Camerini in modo che il palazzo fosse intestato a Giovanni Rusconi Camerini (1891-1967), figlio nato dal matrimonio col marchese Saverio Rusconi.

Nel 1963 il bene è stato alienato, entrando nelle disponibilità della famiglia Costato che in più riprese ne ha curato il restauro, affidando la cura degli affreschi alla ditta di Giuseppe Costantini.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Palazzo Camerini a Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/palazzo-camerini-a-rovigo/

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